Figlio di un iraniano e di un’ebrea statunitense, Said è nato alla fine degli anni sessanta, mangia carote e yogurt, guarda la tv di nascosto, trascorre le vacanze partecipando a incomprensibili raduni politici. E soprattutto, al contrario dei suoi coetanei, non possiede uno skateboard. Il motivo di tanta originalità? Said è figlio di comunisti: un padre che sembra Che Guevara, una madre che promette gli skate solo quando il proletariato vincerà.
Con un ritmo veloce e brillante, e la capacità di cogliere gli aspetti più strambi dell’esistenza, l’autore ci sorprende col racconto autobiografico di una giovinezza irregolare, trascorsa in attesa di una rivoluzione sempre imminente e sempre rinviata.
Vincitore del premio John Fante 2010
Dwight Garner del New York Times lo ha inserito tra i dieci migliori libri del 2009.


Aspettative di lettura deluse dopo un incontro magico con l’autore (già descritto nel thread “autori”).
Mi dispiace, ma leggendo questo libro, seppur scritto molto bene, ho ritrovato una storia priva di passione, soprattutto nella prima parte.
La serenità che ho apprezzato nelle parole dell’autore, l’ho trovata convertita in uno scritto piatto, che resta spesso in superficie.
Secondo me, il racconto, che ho trovato eccezionale a parole, non mi ha trasmesso le emozioni che aspettavo… peccato!