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copertina libro

La recita di Bolzano

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Discussione: Marai, Sandor - La recita di Bolzano

  1. #1

    Predefinito Marai, Sandor - La recita di Bolzano

    Lo aggiungiamo?

    Per chi fosse interessato al gruppo di lettura:

    Copio-incollo la mia recensione: http://www.forumlibri.com/forum/show...i-Sandor-Marai

    "Come dire, quando il destino si presenta, non rimane altro da fare che recitare la propria parte. Non esiste altra scelta. Salvo poi trasformare l'energia e la forza di un sentimento nella corrispondente vendetta. La vita è un grande incidente.

    L'importanza e funzione del contratto... questo libro lo metterei come lettura obbligatoria nei corsi universitari di Diritto Civile. Il destino procede per contratti. Come è commovente la ingenuità di volere stipulare contratti alle spalle del destino. Lo dice Francesca: niente e nessuno può salvare il conte.

    La risata di Balbi è l'azzeccata teatrale conclusione dello spettatore che rende omaggio all'ultimo atto a cui ha assistito. Soltanto-te-per-sempre in effetti fa un po' ridere, pensateci bene. Ma il destino non ha bisogno di giustificarsi, né di rendersi serio o rispettabile. Ci ha in pugno e fa di noi ciò che vuole. Anche attoruncoli da commedia rosa messicana, se è così che è scritto."

  2. #2
    Motherator
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    Predefinito

    Ieri ho finito di leggere questo libro che devo definire notevole sotto diversi aspetti.
    Prima di tutto lo stile di scrittura, inconfondibile, molto ricco e sempre interlocutorio, si dipana per aggiunte e nella prima parte riesce a tenere anche con il fiato in sospeso, proprio come se si fosse a teatro e si aspettasse lo svolgersi della storia, per Marai siamo spettatori oltre che lettori, forse una certa ripetitività in alcuni passaggi ma peccato veniale per una scrittura avviluppante.
    La storia è indubbiamente interessante, un Giacomo Casanova innamorato in una cittadina tra Venezia e l'Austria, come a cavallo tra due vite, tra due mondi, tra due scelte, non succede nulla se non nell'animo dei personaggi, dove succede invece tutto, leggerla da innamorati questa storia la fa sentire ancor più vera e profonda.
    L'analisi dei sentimenti è fin troppo cerebrale a volte, quasi rientrasse in uno schema che Marai applica ai suoi romanzi, anche nelle Braci c'è un continuo interlocutorio e un'analisi minuziosa dei moti dell'animo, certe volte la passione è fredda, controllata, ma questa è la filosofia dello scrittore che diventa la filosofia di Casanova, l'amore assoluto alla fine è quello che non viene consumato, che non viene bruciato, che non lascia cenere.
    Per come mi ha preso direi 5/5

  3. #3
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    Ho letto quello che avete scritto nel grupo di lettura su questo libro e lo aggiungo alla wish list! Grazie perché non conosco completamente questo autore.

  4. #4
    da sudovest
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    Predefinito la sete disperata

    Giacomo Casanova fugge dal carcere dei Piombi a Venezia, e trova rifugio a Bolzano, dove per qualche giorno sosta presso una locanda. Ha in programma di rimettersi in sesto dopo la lunga prigionia, le maggiori corti europee lo aspettano, dovrebbe riprendere la sua vita di libertino. Ma non riparte subito. In città vive Francesca, suo amore passato, o meglio, sospeso, forse l’unico vero amore della sua vita, ora moglie del Conte di Parma che in passato l’aveva, a causa proprio di Francesca, sfidato e sconfitto a duello lasciandolo gravemente ferito.

    Prima sospensione temporale in una struttura di romanzo dove nulla sembra accadere, dove tutto si svolge in riflessione introspettiva e profondissima, dove interminabili monologhi si muovono su quel piano invisibile e concreto del vissuto vero: non siamo mai lì dove siamo, ma sempre un po’ dove sono i nostri pensieri e il nostro cuore. Spettacolare mestiere di Marai da questo punto di vista: ci porta a teatro, questo il registro del libro, un libretto teatrale barocco, per assistere alla rappresentazione di ciò che accade dentro e non si vede. Perché la storia con Francesca si è conclusa si, con il duello a fil di lama, ma è rimasta in sospeso, non è finita, o meglio, non si è compiuta.

    Ben lo intuisce, anzi di più, lo comprende l’ormai vecchio Conte di Parma, che in cambio di denaro e del suo appoggio chiede all’artista, il migliore, Casanova di recitare la sua parte: di far collassare in un’unica notte, ciò che agli innamorati chiede anni, magari un’intera vita: il dipanarsi di un amore, i suoi apici di passione, la vertigine del perdersi abbandonandosi, fino al tratto di parabola discendente, il mostrarsi come davvero si è, la disillusione, lo sfiorire amaro, la fine.

    Tutto in una notte, in modo che Francesca torni dal Conte guarita dalla sua malattia, di modo che il Conte non debba più sopportare, alla sua tavola, nel suo letto, nella mente e nel cuore della donna che ama profondissimamente la presenza invisibile e concretissima dell’uomo che sua moglie ama, Casanova. Non c’è che un modo per far questo: conoscerlo. Conoscersi. Il Conte e Casanova stipulano un contratto quindi, ed ognuno, per una notte, reciterà la sua parte, indosserà la maschera fino alla fine.

    Incredibile capacità di lettura dell’animo umano in profondità, dei suoi meccanismi, dei suoi eroismi, delle sue viltà e delle sue bassezze. Notevolissime le innumerevoli riflessioni sull’amore, sulla scrittura, sul vivere, e soprattutto, sul destino.

    Un destino che si ripropone, all’improvviso, rimodulando il passato che non si chiude mai, che torna sempre e sempre ci insegue come un cacciatore sanguinario. Fin quando arriva, dunque, ineludibile, l’appuntamento con il tempo in cui un’attesa deve compiersi.

    Infinito egoismo e ricerca della propria felicità ed al contempo, come sempre accade nell’intreccio complesso della vicenda umana, infinito amore per l’altro fino alla nullificazione di sé: il Conte rinuncia a sua moglie per una notte, Francesca annulla sé, ma invano, Giacomo, quasi contro la sua natura, per una volta ama davvero.

    Il Conte avrà sua moglie, ma non come l’avrebbe voluta e impossibilitato ad amarla come avrebbe desiderato; Francesca avrà la sua vendetta, ma non avrà Giacomo; Giacomo, proprio lui, il predatore della vita, per la prima volta non avrà nulla, se non una ferita profondissima e per sempre.

    Tutti i personaggi della “Recita” sono infelici, perché arsi dalla sete di un appagamento impossibile.

    E questo, bisogna dirlo, non può lasciare indifferenti, e molto tocca ciascuno di noi.

    Un bellissimo libro, metafora della condizione umana disperatamente assetata di felicità . 4/5.

  5. #5
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    Predefinito Una "recita" quasi perfetta...

    Inizia la lettura e d'un fiato ci trascina all'interno della sua "recita"....

    Io sono stato imprigionato per sedici mesi in nome della morale e della virtù! Sapete cosa significa questo? Sedici mesi, quattrocentottantotto giorni e altrettante notti trascorsi a marcire su un pagliericcio, nel lezzo della miseria umana, alla mercé di cimici e pulci, in compagnia dei ratti, solo con la mia giovinezza, solo con gli impulsi e i desideri dell’età virile, solo con i ricordi, con il ricordo della vita, dello splendore dei risvegli, della dolcezza di quando si scivola sotto le coperte, solo ed escluso dal mondo in nome della morale e della virtù, di cui sono nemico – o almeno così disse messer grande quando mi arrestò.


    Voi pensate abbia finito, invece Marai incalza, ci porta in alto, ci fa perdere il respiro …


    Quattrocentottantotto giorni rubati e cancellati dalla mia vita, quattrocentottantotto notti in cui avrei potuto vedere la luna e il mare del porto, la faccia della gente al lume delle lanterne e il viso delle donne nell’attimo in cui la lampada si spegne e resta illuminato solo dal riverbero degli occhi dell’amante!”


    Poi cambia e la narrazione pur rimanendo sullo stesso argomento prende un’altra direzione, si sposta su un altro personaggio. E di nuovo corre e viaggia veloce come un treno sulle rotaie.
    Una scrittura, quella di Marai in questo libro che definirei incalzante. Il racconto passa continuamente da un mare in burrasca ad una calma piatta.

    Marai fa parlare i suoi personaggi. Lascia loro il compito di raccontarsi e di raccontare con un susseguirsi a valanga di aggettivi che portano la descrizione in alto per poi ridiscendere.

    È una lettura scorrevole. Una tecnica di scrittura affascinante e che lascia il lettore incollato al libro, alle sue pagine. Lo spinge a divorare pagina su pagina fino a raggiungere la fine e a dispiacersi di non aver altro da assaporare.

    Il forestiero a volte è irritante e incomprensibile perché sembra non sapere cosa sia l’amore. Poi leggiamo e scopriamo in lui parole piene di sentimento.

    Un libro, questo fatto di inganni, finzioni e di profonda passione

    “Era come se quel volto, l’unico su cui non si fosse mai chinato con la curiosità ardita, triste e sprezzante con cu si chinava di solito sui volti femminili, come se quel volto avesse continuato a vivere dentro di lui con una forza più ostinata e autentica della realtà, perfino sottoterra in quella tomba di vivi.”

    E poi quelle frasi, incastonate perfettamente come pietre in un libro che sembra un gioiello, ma che prese ed estrapolate dal contesto assumono un significato più ampio ed universale.

    “…la scrittura è una cosa magnifica, qualcosa di simile al potere.” (…) “…di più (…)la scrittura è il potere, l’unico potere autentico “(..)”la scrittura ha potere sul destino e sul tempo”

    “Non si può salvare un uomo dal mondo; prima o poi egli verrà raggiunto e costretto a piegare le ginocchia”


    "...gettò via la penna d'oca, si appoggiò allo schienale della poltrona, contemplà con sguardo ammirato la sua opera, e incrociando le braccia sul petto, con il ventre tremolante, cominciò a ridere a gola spiegata"

    Libro ben scritto,ben "recitato".C'è tutto qui dentro.Odio, amore, passioni, ingenuità, inganno, la volontà di possedere l'altro.
    Quello dei personaggi è un diverso modo di sentire e vivere i sentimenti. Personaggi che passano dal cinismo a riflessioni profonde e che disorientano le simpatie di chi legge.

    Molto bello quasi perfetto. Il mio commento finale è 4/5.

  6. #6
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    Merci, Zefiro et Asiul ! Commenti veramente interessanti. Lo leggerò senz'altro!

  7. #7
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    Incollo le mie impressioni dal gruppo di lettura!

    Anche secondo me è davvero ben scritto... a mio parere non ci sono "punti morti", vi è sempre narrazione in corso di qualcosa, che sia un'azione che si svolge, o che siano i pensieri del protagonista, che sono talmente corposi da poter essere equiparati a delle azioni!
    "Un uomo che non vuole dimostrare nulla alzando la voce e facendo risuonare la spada, che non canta come un gallo e non pretende una tenerezza diversa da quella che è in grado di offrire, che nelle donne non cerca né madri né amiche e non corre a rifugiarsi tra le braccia dell'amore o dietro le sottane delle femmine, un uomo che vuole soltanto dare e ricevere, senza fretta e senza avidità, perché ha dedicato l'intera esistenza, ogni sua fibra, ogni barlume della sua coscienza e ogni muscolo del suo corpo al richiamo imperioso della vita: un uomo simile è un fenomeno estremamente raro."
    "Ah, esisteva forse un gioco più bello, una lotta più appassionante del duello con una donna che si difendeva...?
    (...)
    Poiché la resistenza era già un contatto, una mezza vittoria, un modo di acconsentire: colei che resisteva sapeva perché si difendeva, e colei che si difendeva aveva già iniziato a desiderare quel che fuggiva".

    "Non posso scrivere se prima non ho conosciuto il mondo. E sono appena all'inizio".
    Casanova in realtà, secondo me, cerca di "giustificarsi" del suo strano modo di definirsi scrittore...

    Anche molto oltre nel libro, vedrete che altri personaggi parlano molto dell'arte della scrittura.
    Quindi oserei dire che Marai non voglia celebrare il "mestiere dello scrittore", quanto analizzarlo e parlarne sotto diversi punti di vista, proprio per mettersi in discussione.


    Una particolarità di stile che mi ha colpita sono questi monologhi lunghissimi, che inglobano al loro interno, tramite frasi e domande di chi parla, anche le azioni che stanno avvenendo intorno al personaggio "parlante"... Quindi il personaggio inizia a parlare, e progressivamente, mutano i suoi pensieri e muta ciò che lo circonda.
    Molto profondi i contenuti sulle emozioni umane. Sconvolgente la profondità dell'amore di Francesca. Alla fine, molto particolare anche la reazione di Giacomo, e quindi l'epilogo.
    Pur trattandosi di emozioni e fatti amplificati e romanzati, penso che alla fine, volenti o nolenti, il lettore si trovi a riflettere sul significato dell'amore e dei sentimenti, immedesimandosi nelle situazioni e analizzando sé stesso.
    Voto 5.

    "Devo capire che cosa desideri con tale intensità da non poterlo confessare neanche a te stesso, neanche in punto di morte, quando ormai ogni cosa ha perso importanza: devo scoprirlo e devo dirtelo, perchè tu ne renda conto e ti senta sollevato, perché tu sia finalmente felice. Giacché tu sei un uomo infelice, amore mio, e io non sopporto la tua infelicità e voglio dare un nome a ciò che desideri..."

    Questo amore è inspiegabile ed intenso in modo inquietante... fa molto riflettere.

    "E a un tratto le sue giornate acquisirono un senso, una sorta di fervore: aspettava qualcosa. Perché se si aspetta qualcosa vuol dire che si è vivi."

  8. #8
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    sempre più voglia di leggerlo, allora, grazie, Skitty!

  9. #9
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    E pensare che a pagina 70 volevo lasciar perdere... Trovavo abbastanza insopportabile la pedanteria descrittiva, l'anatomia dei sentimenti, la ripresa a rallenty dei gesti, dei movimenti, dei pensieri. Trovavo l'atmosfera asfittica, la vicenda monotona, l'assenza di azione claustrofobica. Casanova, poi, è una figura tragica, non l'ho mai amato.
    E poi... sorpresa! Mi avete fatto conoscere un piccolo gioiello. Il lungo monologo del conte di Parma è un capolavoro e perfetto l'intervento di Francesca. Di fronte alla pura sensualità, rappresentata da Giacomo, si svelano la forza della ragione (il conte) e la forza dell'amore, che si lascia coinvolgere, sì, dalla sensualità e dall'avventura, ma le riporta alla radice vera, che è coerenza, costanza, stabilità.
    Bello, bello, bello! Non sapevo dove cercare "cose nuove" e sono stata avvolta dal caldo manto della prosa di Màrai.
    Voto: 5/5

  10. #10
    Σκιᾶς ὄναρ ἄνθρωπος.
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    Ho concluso la lettura della Recita da qualche settimana ormai, ma, stranamente, ho voluto attendere qualche tempo prima di scrivere un parere; sarà stata la fiducia nella forza e potenza dell'insight.
    Di certo, questo libro diffonde un piacere raffinato, coi suoi arabeschi sintattici, la costruzione volutamente barocca ma mai eccessivamente artificiosa, i suoi push e i suoi pop nel tempo, tanto da avvolgere il lettore in un'aura di atemporalità, di sogno, alone o miraggio; nel mio caso, mi ha lasciato il surplus di una interpretazione temeraria e, va detto, del tutto arbitraria.
    Sotto l'abile penna di Marai, la trama stessa del libro sembra comportarsi al modo del Sé junghiano, espressione di quell'interezza perimetrale della psiche scissa in precedenza dal maestro di Jung, Sigmund Freud: stupisce difatti che siano proprio in tre i personaggi principali dell'opera, ciascuno caratterizzato con tanta arguzia e lavorio d'ingegno così minuzioso e ricercato, ad incarnare in qualche modo le forme vaghe del Sé, a prestarsi ad una funzione di correlativo narrativo verso concetti tanto vaghi. A cominciare di un Giacomo interdetto ad ogni razionalità, passionale, impetuoso, istintivo, si delinea già una prima inquadratura dell'Es, questo guazzabuglio di pulsioni cieche e frementi, indomabili, pervasive; arrivano poi le figure del Conte e Francesca a completare la struttura triadica, con, rispettivamente, l'impiego strategico e geniale del contratto, lo stratagemma sociale, il vincolo da appartenenti al consorzio umano, e Francesca, l'amore conservato come sentimento, non più come emozione transitoria e fugace, e da qui, la necessità di un vincolo amoroso, un ordinamento, perché ogni cosa, per esistere, necessita di regole, trasgredendo alle quali si va incontro alla disfatta da collasso indotto da se stessi, la peggiore tra le rovine. Ed ecco le tessere del puzzle mancanti: il Super-io e l'Io. E se è vera la tesi freudiana di un Es a informare di sé l'Io e dunque l'intera struttura del Sé, ergo la vita cosciente, ecco apparire un nome per noi assai pregnante conferito a questo processo, ovvero: Destino. Ogni Io è portato per definizione allo scontro col proprio destino (inteso come sopra, si capisce), contro il proprio Es, passando per quel tramite severo ma evanescente qual è il Super-io. E niente di più accade a Francesca, astutamente disillusa sul finire, sottratta alla potestà di chi avrebbe voluto governarne le sorti, certo non senza rinunce. E tutto ciò Marai lo propone utilizzando un linguaggio ampiamente disseminato di similitudini, di metafore, quasi a ricalcare il motto psicanalitico della comprensione non secondo l'ideale esplicativo delle scienza, ma secondo il metodo del «come se». Né mancano riferimenti indiretti agli scritti prodromici della analisi del profondo, reperibili in Schopenhauer e Nietzsche, fatti propri dal professore austriaco, laddove scrive della sostanziale inconoscibilità dell'Io, di un quid irriducibile inevitabilmente escluso dalla comprensione, resi qui nella scena geniale di un incontro tra maschere, un uomo travestito da donna e perpetrare l'inganno verso una donna travestita da uomo, peraltro già conscia, già forte di un proprio volere: quasi a chiedersi, alla fine: noi chi siamo? La risultante agita di un Destino che ci agisce? Siamo i contraenti di un contratto? O, forse, lo scarto alla fine di tutte queste dicotomie? Tengo a ribadirlo, questa è una mia lettura, ignoro quali fossero le intenzioni dell'autore, e del resto non è importante; cosa ancora più importante, non miro a rendere conto dell'arte per mezzo della scienza (?), né, soprattutto, della scienza per mezzo dell'arte.

    Ciò detto, rimangono altre considerazioni di altro ordine. La prosa di Marai è raffinata e sinuosa, è carezzevole, così come il ritmo del suo periodare. Si assiste ad una cristallizzazione del tempo, quasi la vicenda si inscrivesse nell'ordine cronologico di un «altrove» sconosciuto ed inaccessibile; un luogo pericolosamente simile al crocevia delle possibilità della forma, dove, per assurdo, una vita o una notte possono avere la stessa durata. E le forme mutevoli e cangianti di un compimento intenzionato a giungere, nella persona del Conte di Parma, uomo anziano e saggio che per una sera, travestito da asino, sarà se stesso, arguto attore di una recita comprensiva anche del suo personaggio: la ragione come arma, come mossa di suprema sconfitta, solamente funzionale allo svolgimento della trama [quando si dice l'amore è irrazionale..]. Ed ecco dipanarsi una recita imprevista, e la collisione, e la resistenza del contratto nonostante tutto, nonostante l'infelicità ricevutane da tutti. E tutto ciò raccontato in un abile incastro di due livelli narrativi, lunghi monologhi alternati a brevi e significative descrizioni, a dare voce alla profonda capacità introspettiva dell'autore, alla sua conoscenza dell'animo umano: quali che siano le nostre glorie o le nostre miserie.


    Riflesso narrativo del conflitto nella sua essenza; scritto in stile pressoché perfetto, il paradosso di una recita che, sola, rivela le cose più vere del vero. 4/5

  11. #11
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    Mi è capitato per caso, regalatomi da chi non ne era interessato.
    Mi è piaciuto il gioco analisi sentimentale della seconda parte del libro.
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