«Sono tre gli stati mentali che mi interessano», disse Amanda. «E sono: primo, l'amnesia; secondo, l'euforia; terzo, l'estasi. Amnesia è non sapere chi sei e desiderare disperatamente di scoprirlo. Euforia è non sapere chi sei e infischiartene. Estasi è non sapere esattamente chi sei... e infischiartene ugualmente. »

Uno zoo lungo la strada (Another Roadside Attraction, 1971) è il primo libro di Tom Robbins, forse il suo capolavoro assoluto.
Con intelligenza e autoironia, molto in anticipo sui tempi, l’autore riesce ad ottenere un distillato straordinario dalla mescolanza di filosofia beat ed epistemologia, controcultura e storia delle religioni, misticismo ed umorismo che spazia da Tex Avery a Ralph Bakshi.

Si tratta della storia di Amanda una ragazza appassionata di farfalle, con una filosofia di vita a metà fra beat e buddismo, con un figlioletto, Thor, che lei dice di non sapere se è figlio dell'uomo con cui si era accoppiata o del temporale che si verificava in quello stesso momento.
Le straordinarie doti divinatorie che possiede le consentono di aggregarsi ad un circo dove inizia a predire il futuro per la modica cifra di 4 dollari e 98.
Durante il viaggio incontra John Paul Ziller, divenuto famoso come batterista percussionista e sciamano, che va in giro vestito come Tarzan sempre accompagnato da un nobile babbuino di nome Mon Cul, l’unico a sapere quale parola inglese faccia rima con “orange”.

Dopo l’inevitabile colpo di fulmine si stabiliscono in un autogrill sull'autostrada presso il quale decisono di metter su uno zoo composto da un paio di serpenti-giarrettiera, una mosca tse-tse (morta) e un circo di pulci.
L’autogrill, denominato "Capt. Kendrik Memorial Hot Dog Wildlife Preserve", diventa così il fulcro della vicenda: sotto un'enorme insegna a forma di salsicciotto (a dispetto di Amanda che è vegetariana) si mescolano le storie di altri personaggi come l'ex campione di football Plucky Purcell, infiltrato in una setta di Frati nazisti, e Marx Marvelous sedicente scenziato e scrittore che ha fatto di tutto per incontrare la strana coppia dello zoo lungo la strada.
Insieme avranno la possibilità (e l’onere) di decidere se rendere noto il ritrovamento della salma di Gesù Cristo, una specie di nuovo Avvento che dimostrerebbe la mortalità di quest’ultimo, aprendo imprevedibili prospettive all'Umanità.

L'incipit:

« La biancheria del mago è appena stata trovata dentro una valigia di cartone che galleggiava in una pozza stagnante alla periferia di Miami. Per significativa che possa essere questa scoperta - e c'è la possibilità che possa alterare il destino di ciascuno di noi - non è l'evento con cui cominciare questo resoconto.
Nella valigia, con gli indumenti intimi del mistico, c'erano pagine e frammenti strappati da un diario che John Paul Ziller aveva tenuto durante uno dei suoi viaggi attraverso l'Africa. O era l'India? Il diario cominciava così: "A mezzanotte, il ragazzo arabo mi porta una ciotola di fichi bianchi. Ha una pelle molto dorata e me la provo per vedere come mi sta. Non serve a tenere lontano le zanzare. Niente stelle. Il roditore dell'estasi canta vicino al mio letto". E continua: "Al mattino ci sono segni di magia dappertutto. Alcuni archeologi del British Museum scoprono la formula di una maledizione. Gli indigeni sono inquieti. Una fanciulla di un villaggio vicino è stata trascinata via da un rinoceronte. Pigmei impopolari rosicchiano il piede dell'enigma". Questo era l'inizio del diario. Ma non l'inizio di questo resoconto.
Né l'Fbi né la Cia intendono identificare in modo positivo il contenuto della valigia come appartenente a John Paul Ziller. Ma se la loro riluttanza a specificare non è una formalità burocratica, allora è un inganno tattico. Chi mai, santo Dio, se non Ziller, portava short fatti con la pelle di tre rane?
A ogni modo, non indugiamo nell'arena degli eventi che scottano. Nonostante i fattori di crisi che dettano la stesura di questo rapporto, nonostante l'andamento a spirale dello spirito dei tempi che ne sottolinea l'urgenza, nonostante la struttura morale mondiale che può trovarsi in bilico, nonostante tutto, chi scrive questo documento non è un giornalista, né è uno studioso, e benché sia perfettamente consapevole della potenziale importanza storica del suo contenuto, difficilmente potrà permettere all'obiettività di spingerlo giù dal pilastro della sua prospettiva personale. E la sua prospettiva ha come fulcro centrale, nonostante l'enormità dei pubblici eventi, la ragazza: la ragazza, Amanda.

"Sono tre le cose che a me piacciono", esclamò Amanda al risveglio dalla sua prima lunga trance. "E sono: la farfalla, il cactus e la marijuana a go-go."
In seguito corresse l'elenco, includendovi i funghi e le motociclette.

Un caldo mattino di giugno, mentre passeggiava per i suoi giardini di cactus, Amanda si imbatté in un vecchio navajo che dipingeva quadri nella sabbia.
"Qual è la funzione dell'artista?" domandò Amanda all'intruso dotato di talento.
"La funzione dell'artista", rispose il navajo, "è di fornire quello che non fornisce la vita."

Amanda rimase incinta durante un tremendo temporale. "Sarà stato il fulmine o l'amante?" la si sentiva talvolta meditare.
Quando il figlio venne al mondo con occhi elettrici, la gente smise di considerarla una pazza.

Con indosso una toga di velluto giallo stretta alla vita da scarabei verdi, una ghirlanda di iris giapponesi azzurri al collo, il ciangottante bebè assicurato con cinghie sul dorso, Amanda filava attraverso i prati sulla sua motocicletta, in cerca di lepidotteri rari. In un tardo pomeriggio di primavera s'imbatté in una piccola banda di zingari accampati sotto un salice.
Sospettando che fossero esperti in arti del genere, Amanda domandò: "Non mi rivelereste qualcosa della natura del mio vero essere?"
"Che cosa farai in cambio per noi?" domandarono gli zingari.
Amanda abbassò le lunghe ciglia e sorrise dolcemente. "Vi farò un pompino."
Accettarono. Dopo che lei ebbe soddisfatto ben bene i quattro uomini e le due ragazze, gli zingari dissero ad Amanda: "Tu sei per natura una donna molto curiosa", e la rimandarono per la sua strada.

Per il compleanno di Amanda, il padre (che era enormemente grasso) le regalò un orso da circo. L'orso capiva soltanto il russo mentre Amanda parlava soltanto inglese e rumeno (benché conoscesse diversi dialetti degli indiani del Nord America, non li parlava mai in pubblico). Eseguire numeri era impossibile. Che fare?
Amanda fece amicizia con l'orso. Infornava per lui deliziosi polpettoncini di carne. Gli grattava le orecchie e lo nutriva con arance, panini al formaggio fuso e Dr. Pepper. Un po' alla volta, l'orso cominciò a inventare giochi per conto suo. Ballava quando Amanda suonava la fisarmonica a bocca, pedalava sull'argentea bicicletta della padroncina, teneva tre palle da croquet in equilibrio sul naso e fumava ottimi sigari.
Un giorno, un uomo del Circo di Mosca si trovava in visita nella città vicina al paese di Amanda. Su richiesta del padre di lei, venne a vedere l'orso. Prese a latrargli ordini in russo, ma l'orso non gli badava e, alla fine, si rigirò dall'altro lato sul suo tappeto e si addormentò.

"Quell'orso della malora non ha mai voluto prendere ordini", si lamentò l'uomo del circo. "Francamente, proprio per questo l'abbiamo venduto."

Quell'estate, il grande progetto di Amanda fu la creazione di una Serra per Farfalle. Dato che molti lepidotteri hanno un arco di vita brevissimo, c'era un continuo avvicendarsi tra gli abitanti della sua istituzione.
Giù presso la cascata, Amanda montò la sua tenda: era fatta di rametti di salice e della lana di capre nere. Riempita la tenda di grandi e soffici cuscini di paisley, Amanda si spogliò fino a restare in collane e mutandine e cadde in trance. "Stabilirò come prolungare la vita delle farfalle", aveva annunciato in precedenza.
Tuttavia, quando un'ora dopo si svegliò, sorrise con fare misterioso. "La durata della vita delle farfalle è proprio della lunghezza giusta", disse.

Era una di quelle miti giornate d'ottobre che sembrano ricavate da un miscuglio di salvia, ottone lucidato e brandy alla pesca. Il padre di Amanda si fece a piedi (sbuffando) attraverso foglie morte, lappole e tracce di scoiattoli, tutto il tragitto fino al monte Bow Wow. Là, all'entrata di una grotta abitata da pipistrelli, trovò sua figlia, intenta a parlare dolcemente con l'Idiota.
Il padre si sentì a un tempo sollevato e perplesso. "Hai un tremendo raffreddore, Amanda", la sgridò. "Credevo che fossi andata in città a consultare il dottor Champion ma qualcuno m'ha detto che avevano visto la tua motocicletta sfrecciare nella foresta."
"Sono venuta a trovare Ba Ba", rispose Amanda. "Lui mi ha rivelato i significati nascosti della mia febbre e il senso più profondo dei miei sternuti."
"Quando si ha un malanno è molto più logico parlare con un medico", insistette il padre.
Amanda elargì affettuosi sorrisi al padre e continuò a ricamare il suo mantello da strega.
Arrossendo, l'Idiota si alzò. Si tolse, con rispetto, il logoro berretto scozzese e abbassò lo sguardo sui suoi scarponi. "La logica dà all'uomo soltanto quello di cui ha bisogno", balbettò.
"La magia gli dà quello che vuole".»