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Discussione: Eco, Umberto - Diario Minimo.

  1. #1
    Señora Memebr
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    Predefinito Eco, Umberto - Diario Minimo.

    Questo libro, pubblicato per la prima volta nel 1963, prende il nome da una nota rubrica, curata da Umberto Eco tra il 1959 e il 1961 sulla rivista Il Verri. Un “divertissement” fatto di parodie letterarie, fantasie, paradossi al quale presero parte anche molti altri letterati tra cui Sanguineti e Munari.

    Ancora oggi in numerosi dipartimenti di architettura si insegna il "Paradosso di Porta Ludovica" e sembra (ma attenzione: io credo che sia a sua volta un metaparadosso montato a proposito) che gli antropologi africani abbiano cominciato a studiare le città europee dopo aver letto "Industria e repressione sessuale in una società padana".

    Altro saggio divenuto ormai di culto è “Fenomenologia di Mike Bongiorno" in cui vengono evidenziati gli aspetti caratteristici che hanno reso questo personaggio incredibilmente famoso. I sinceri estimatori di Mike se ne tengano alla larga, ne resterebbero delusi.

    E delusi sarebbero anche i fan del libro Cuore (ne esiste ancora qualcuno oltre a me?) quando avranno letto il caustico “Elogio di Franti”: un formidabile e convincente capolvolgimento del personaggio la cui essenza negativa viene riletta sotto una nuova, sottile e lucida prospettiva.

    Si ride, si sorride, si riflette, ci si interroga su aspetti della cultura contemporanea focalizzati con straordinaria precisione (e padronanza del mezzo, chevelodicoaffà ) grazie ad uno degli strumenti più efficaci e godibili dell’arte della comunicazione: la satira.

  2. #2
    Señora Memebr
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    Predefinito Da: Tre recensioni anomale.

    <<Banca d'Italia, Lire cinquantamila, Roma, Officina della Banca d'Italia, 1967.

    Banca d'Italia, Lire centomila, Roma, Officina della Banca d'Italia, 1967.


    Le due opere in oggetto possono definirsi edizioni numeretées in folio.

    Stampate in recto e in verso, esibiscono pure, in controluce, un prezioso lavoro di filigrana, opera di alto artigianato e di estrema efficienza tecnologica, raramente raggiunta, e sempre a prezzo di sforzi e rischiosi fallimenti, da altri editori.

    Tuttavia, mentre presentano tutte le caratteristiche dell'edizione preziosa per amatore, sono state tirate in un grandissimo numero di esemplari.
    Questa decisione editoriale non ne ha fatto peraltro un esempio di edizione economica, talché il loro prezzo non è alla portata di tutte le borse.

    Questa paradossale situazione, di edizioni che da un lato invadono il mercato e dall'altro sono valutabili solo (ci si perdoni l'espressione) a peso d'oro, ne caratterizza le anomalie di circolazione.

    Forse sull'esempio delle biblioteche comunali, gli amatori, per il piacere di possederle e ammirarle, si sobbarcano gravi sacrifici, ma le cedono al più presto a un altro lettore, in modo che le opere circolano con estrema rapidità di mano in mano (deteriorandosi fatalmente nell'uso) senza che peraltro il deperimento fisico ne diminuisca il valore. Si potrebbe dire anzi che l'usura le rende più preziose e accresce le energie e gli sforzi di chi desideri acquistarle, disposto -per averle - a pagare più di quel che valgono.

    Questo andava detto per sottolineare le ambizioni dell'iniziativa, che ha riscosso i più ampi consensi, ma che deve essere giustificata dal valore intrinseco dell'opera.
    Ora, è proprio esaminando i valori stilistici delle opere in questione che incomincia a sorgerci qualche dubbio circa la loro validità, nonché il sospetto che l'entusiasmo del pubblico sia dovuto a un mero inganno, o provocato a fini di speculazione.

    Anzitutto la vicenda narrata è per molti aspetti incoerente.

    Se nel "Lire cinquantamila" la immagine in filigrana che appare sul recto, simmetricamente opposta al volto di Leonardo da Vinci, può essere interpretata come una Sant'Anna o una Vergine delle rocce, non si vede quale rapporto Vi sia, nel "Lire centomila", tra l'immagine di donna grecizzante della filigrana e il ritratto di Alessandro Manzoni.

    Potrebbe forse essere una Lucia interpretata con una sensibilità neoclassica, dipinta o incisa da un Appiani che avesse previsto la nascita dell'eroina manzoniana? O vorrebbe essere - ma qui scadremmo nella più facile e scolastica delle allegorie - l'immagine di una Italia che in qualche modo si pone in rapporto di filiazione col narratore lombardo?

    Sopravalutazione della azione politica dell'autore del Carmagnola o tipica operazione avanguardistica di riduzione dell'ideologia a linguaggio (Manzoni padre della lingua italiana e quindi padre della nazione eccetera eccetera: pericoloso sillogismo alla Gruppo 63!).

    L'incoerenza narrativa non può che maldisporre il lettore e comunque diseducare il gusto dei giovani, così da auspicare che almeno essi, e le classi meno colte, siano tenuti lontani da queste pagine, nel loro stesso interesse.

    Ma le incoerenze di contenuto non si arrestano qui. In tanta puntigliosità vuoi neoclassica vuoi realistico-borghese (ma i ritratti dei due artisti, e i paesaggi del verso appaiono ispirati ai canoni del più gretto realismo socialista: concessione alla politica di centro sinistra?) non si vede a cosa miri l'inserzione violenta del motivo esotistico: "Pagabili a vista al portatore"; dove l'immagine della carovana africana e della sfilata di negri carichi di balle di cotone che si allineano per ottenere qualcosa in cambio dell'opera contrabbandata, innesta motivi salgariani, o alla Benoit, in un contesto che voleva rifarsi a ben altri modelli letterali.

    D'altra parte le stesse incoerenze che si rilevano a livello del contenuto appaiono anche sul piano delle contaminazioni formali.
    Perché il tono realistico dei ritratti, mentre tutta la decorazione di contorno si ispira chiaramente alle allucinazioni psichedeliche, presentandosi come il diario visivo di un viaggio di Henry Michaux nel regno della mescalina? Vortici, spire, tessuti finissimi ondulanti, l'opera svela la sua volontà allucinatoria, la sua decisione di far balenare agli occhi del lettore un universo di valori fittizi, di finzioni perverse...

    L'ossessionante ritorno del motivo del mandala (ogni pagina presenta almeno quattro o cinque simmetrie raggiate di chiara origine buddista) tradisce in questa scrittura una metafisica del nulla.

    L'opera come puro segno di se stessa. A questo ci porta la poetica contemporanea e questo ci confermano questi fogli, che forse qualcuno aspirerebbe a comporre in un volume potenzialmente infinito, come doveva accadere per il Livre di Mallarmé. Inutile pretesa, perché il segno che rimanda ad altri segni si sperpera nella propria nullità, dietro alla quale -dubitiamo - non esiste più alcun valore concreto.

    Estremo esempio della dissipazione culturale dei giorni nostri, ecco che il consenso con cui i lettori hanno accolto queste opere ci sembra di pessimo auspicio: il gusto della novità maschera l'estetica dell'obsolescenza, e cioè del consumo.

    Estremo gioco barocco, amministrato da un manieristico Tesauro, l'esemplare numerato che abbiamo sottocchio sembra ancora prometterci, attraverso la cifra che lo contraddistingue, la possibilità di un possesso intimo, ad personam.

    Inganno, perché sappiamo che il gusto dello sperpero intellettuale porterà ben presto il lettore a cercare altre copie, altri esemplari come per ritrovare attraverso il cambio continuo; quelle garanzie che l'esemplare singolo non gli da.

    Segno in un mondo di segni, ciascuna di queste opere risulta un modo per distoglierci dalle cose.
    Il suo realismo è fasullo come il suo avanguardismo psichedelico cela alienazioni più profonde.

    Comunque siamo grati all'editore di averci inviato le copie omaggio per recensione.>>

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