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Discussione: Thomas Hardy poeta e la morte di Emma Lavinia

  1. #1
    Antonio_76
    Guest

    Predefinito Thomas Hardy poeta e la morte di Emma Lavinia

    Qualcosa picchiettò

    Qualcosa picchiettò al vetro della mia camera;
    Nessuna traccia
    Di vento o pioggia; nella penombra vidi materializzarsi
    Il prostrato viso della mia Amata.

    “Stanca sono di attendere”, disse,
    “Notte e giorno, mane e meriggio,
    Nel gelido abbraccio del solitario mio giaciglio;
    Credetti che presto a me ti saresti ricongiunto!”

    Levatomi, ai negri cristalli della finestra mi avvicinai,
    Ma dileguatasi era la di lei figura:
    Solo una pallida falena, ahimè,
    Picchiettava al vetro per me.




    Su di un ricciolo di capelli rinvenuto

    Quando il profumato tuo respiro effondeva vaporosi benvenuto,
    Questo ricciolo sul tuo capo ondeggiava,
    E quando camminavamo laddove, assordanti, i flutti si frangevano,
    Dilettarsi pareva esso nel sole e nel vento,
    E quando vinto avevo la resistenza delle tue cortesi parole,
    Sfiorando il mio viso, esso si avvinghiava in molle amplesso.
    Indi, a mitigare la triste sofferenza
    Del distacco, qual farmaco, quel ricciolo a me desti.

    Dove sono i suoi compagni ora? Ahimè,
    La bronzea veste hanno abbandonato, per indossare un grigio abito,
    E giacciono in un cavo sarcofago,
    Eterne tenebre ad assediarlo!

    Eppure, questo solitario ricciolo, inviolato dal tempo,
    Irradia vitali brune iridescenze come nel primitivo suo rigoglio,
    Sicchè pare che in questo stesso istante potrei
    Restituirlo ad ornamento della viva tua fronte,
    Solo se percorressi il cammino occidentale,
    Sino a giungere alla tua antica dimora.




    Vago, uno spettro sono adesso

    Vago, uno spettro sono adesso,
    Siccome nessuno riconoscer vuole
    Carne e sangue in sì scheletrito e spoglio ramo,
    Quale la Natura di me fece.

    Così il mio trasparente sembiante visitare può
    Il malinconico misterioso umano consesso, ove il disaccordo regna;
    Mi chiedo se l’esistere dell’Uomo
    Fu un errore di Dio.

    Ma poi te incontro e, pietrificato,
    Penso che se l’umano esistere un errore fu,
    Come è stato detto, tale errore
    Ben posso sopportare!





    Gli occhi alzai dallo scrivere

    Gli occhi alzai dallo scrivere,
    E principiai a mirare,
    In assorto rapimento il ciglio mio,
    La muta pupilla lunare, su di me fissa.

    I malarici vapori della bruma pareva celassero
    Le spettrali meditazioni dell’astro lunare,
    Sicchè inavvertitamente dissi,
    “Cosa stai tu facendo ivi?”

    “Oh, interrogando stavo l’immobilità dello stagno,
    Le cavità ed il rivo qui dattorno,
    Per rinvenire il corpo, del vitale effluvio dell’anima privo,
    Di uno che spense il lume della propria vita.

    “Udisti forse il convulso suo parlare?
    Dolente a cagione del figlio,
    Caduto morto durante una feroce battaglia,
    Sebbene nessuno egli avesse mai offeso.

    “E ora curiosa sono di penetrare
    La miope ottusa mente
    Di uno che vuole scrivere un libro
    In un mondo siffatto.”

    L’inquieto umore della luna mi contagiò
    E cauto mi celai al suo austero sguardo,
    Siccome certo ero che ella avrebbe veduto in me
    Un altro che pur dovesse annegarsi.




    Solo polvere su cui meditare

    “Cosa ti affligge, in tal guisa, mia leggiadra fanciulla,
    Seduta, qui, accanto a me?
    Fiorì mai giorno di tersa luminosità pari
    A questo che a noi si approssima, privo del contagio delle ombre?”
    “Oh, no” disse lei. “Giunge diletto e delizia
    Per te, a voce o per iscritto,
    Per me un siffatto giorno, una siffatta notte non principierà,
    No, non di nuovo!”

    Il biondo chiarore dei lumi ad avvolgerci in morbide carezze
    I nostri scranni in intima obliquità,
    Come se per l’eternità
    Dovessimo sedere ivi, in un etereo dialogo di sorrisi.

    Pur tuttavia soggiunse, come costretta da invincibile necessità:
    “Sì, presto il giorno sarà dissolto
    E tutta la sua mitezza dilettevole lascerà solo polvere
    Su cui meditare”.




    Perchè ella da casa andò via

    Perchè ella da casa andò via, senza profferir parola,
    Non riesco a comprendere;
    Specchi e fiori vegliavano su di lei, un libro e un uccello [a farle compagnia
    E coorti di visitatori.

    E dove lei ora dimora, non vi è sole,
    Nessun fiore, nessun libro, nessun vetro in cui specchiarsi;
    Io sono l’unico visitatore,
    Io solo presso di lei mi soffermo, nel mio mesto errare.

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  • #2
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    Predefinito

    Davvero belle,non conoscevo Hardy!

  • #3
    Antonio_76
    Guest

    Predefinito

    Ecco altre poesie.........

    Desiderio di oblio

    Se potessi pietrificarmi in un mero stare,
    Immobilità dimentica di sè,
    Cornicione in immota veglia su di un muro,
    O collinetta imprigionata nell’abbraccio delle margherite,
    O quadro in un salone,
    E null’altro,
    Non sarei afflitto da melanconici dolori,
    Non udirei sentenziare opinioni e giudizi,
    Non avrei sogni e risvegli, dolorosi e cupi,
    Nessuna preoccupazione, ordinaria o spaventosa;
    In una parola, nessuna croce da portare.



    Superbi uccelli canterini

    Al sole morente cantano i tordi,
    In assoli o duetti fischiettano i cardellini,
    Al diffondersi delle tenebre gli usignoli,
    Nei cespugli,
    Intonano il loro acuto canto,
    Come solo loro riescono quando Aprile si strugge,
    Come se il Tempo fosse loro intangibile dominio.
    Novelli uccelli, che un anno fa, o meno di due,
    Non erano cardellini, non erano usignoli,
    Non erano tordi,
    Ma solo particelle di materia,
    E terra, e aria, e pioggia.



    Quel bacio nelle tenebre

    Ricordi?
    Confessalo!
    Quando, nella notte dissolvendoti, ti allontanasti,
    Con un’impazienza inaspettata,
    Dalla solitaria casa persa nel negro abbraccio del bosco,
    E quando io, immaginandoti perso
    Per l’eternità e oltre,
    Seguii il tuo svanire, baciando
    L’aria fattasi nera
    Nella mia disperazione,
    E sulla tua guancia, impalpabili, si posarono le mie labbra,
    Mentre, muto, poggiavi ricurvo sul cancello,
    Facendo così avvampare violentemente il mio viso di fanciulla
    A cagione di quanto fatto al buio, per l’inconscio
    Tuo silenzioso indugiare per me:
    Nella immaginata assenza, ti baciai!
    Ricordi?
    Confessalo!



    La rosa che appassisce

    Vidi una rosa in fiore, perdere, da dolente tristezza stremata,
    Gli ultimi petali, residuo ornamento della sua scheletrita bellezza
    E ne udii il mesto accento: “Ahimè, dove è colei
    Che, presso di me, era solita raccogliersi in assorta meditazione?”

    “Asserisce il potatore che più non venga
    Perchè sedotta da amorosa passione per un altro fiore;
    Sostiene il sarchiatore che di me si sia tediata
    A cagione del mio improvviso languire”.

    “Imprigionata nell’avido abbraccio di un innamorato,
    Afferma l’uomo con l’innaffiatoio, che lei più non venga;
    <Non viene> proclama l’uomo con il rastrello,
    <Perchè tutte le donne, volubili, mutevoli, frivole sono nel loro agire>”.

    “Un uomo con una vanga, lo sguardo obliquo, come ambiguamente divertito,
    Dice: <Sappi, sono uso scavare altrove, in un luogo
    Disseminato di tumuli erbosi e di pietre, da innumeri iscrizioni incise,
    Intorno a cui un insolito silenzio mollemente serpeggia>.”

    “<Lei, ora, non può presso di te giungere che traversando le regioni del sottosuolo,
    Ammesso che una via davvero possa essere trovata ivi,
    Dacchè, irrigidita nel pallore del marmo, con sola sua veste la bellezza,
    Nell’umida terra l’ho adagiata, per sempre calata nella tomba>.”

  • #4
    Cat Member
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    Sono poesie molto belle! Grazie Antonio

  • #5
    Il velo dipinto
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    Predefinito

    Mi piace molto Thomas Hardy e non conoscevo le sue poesie.


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