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Quel che resta del giorno

Mostra risultati da 1 a 11 di 11

Discussione: Ishiguro, Kazuo - Quel che resta del giorno

  1. #1
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    Predefinito Ishiguro, Kazuo - Quel che resta del giorno

    Un romanzo scritto da un giapponese, ambientato nell'Inghilterra dopo la seconda guerra mondiale. Parla di un maggiordomo che ha servito per trentanni un padrone e che si accinge a servirne un altro...
    Un libro molto bello, dal quale è stato tratto un film altrettanto bello

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  • #2
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    Questa volte non sono d'accordo con te Elisa, ho trovato noiosi entrambi, però vero è che lo declamano come un capolavoro...sarò io che sono fuori...

  • #3
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    a me è piaciuto più il film del libro...

  • #4
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    Ho visto solo il film (in inglese) e mi è piaciuto tantissimo.
    Hopkins si conferma ancora una volta un attore molto capace e versatile e la Thompson non è da meno!

  • #5
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    Circa 15 anni fa ho visto il film, circa 15 giorni fa ho finito di leggere il libro, ieri ho rivisto il film. Non è stato un riprovare emozioni già vissute, ma un incanto nuovo per ognuna di queste esperienze.

    E' difficile forse riuscire a capire la psicologia del maggiordomo, ad entrare in sintonia col suo carattere, a comprenderne la morale che genera le sue azioni e le sue non azioni, ma il suo micromondo, raccontato dalla sua voce, è una narrazione dalla quale veramente si fa fatica a staccarsi.

  • #6
    The Fool on the Hill
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    Questo libro è scritto in un inglese strepitoso, di un'eleganza che riesce difficile immaginare leggendo il nome dell'autore. In realtà Ishiguro è solo di origini giapponesi, nel senso che aveva solo 5/6 anni quando è arrivato in Inghilterra. Non so se parlasse giapponese in casa. Fatto sta che è riuscito a cogliere nella lingua inglese i suoi tratti più raffinati, e dal punto di vista strettamente linguistico questo romanzo secondo me è un vero capolavoro.

  • #7
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    Ammetto di essere un po' combattuta per quanto riguarda la valutazione di questo libro. Non posso dire che non mi sia piaciuto, perché non sarebbe vero, ma al tempo stesso durante la lettura ho riscontrato alcune difficoltà, degli attriti che hanno reso poco scorrevole gustarmi questo viaggio nei ricordi di un maggiordomo inglese.
    Una cosa però va detta: Ishiguro le parole sa usarle, e bene anche. Mi dispiace veramente tanto di non averlo letto in lingua originale, perché credo sia un autore estremamente raffinato da questo punto di vista, e in questo romanzo in particolare si sente tutta la cura e la precisione. Al tempo stesso, però, forse anche a causa di questa minuziosità, delle frasi costruite con talmente tanta attenzione da risultare artificiose, ho veramente fatto molta fatica a lasciarmi trascinare dal punto di vista emotivo: sentivo la delicatezza del racconto, l'avvertivo, ma lo stile un po' ingessato ha creato una sorta di barriera che mi ha impedito di leggere in maniera molto fluida, tanto che sono arrivata ad inframezzare questa lettura anche con altro.
    Tuttavia, non posso negare che un senso di malinconico struggimento mi abbia avvolto ogniqualvolta mi trovassi col libro aperto: Mr. Stevens è un protagonista rigido, a tratti freddo, compassato, un maggiordomo attentissimo al suo mestiere, alla sua "dignità", al punto da mettere in secondo piano qualsiasi altra cosa, compresi i suoi stessi sentimenti. Eppure, nonostante questa rigidità, traspare chiaramente una immensa fragilità, una fragilità di cui lui stesso sembra non rendersi conto. Attraverso questo viaggio nella campagna inglese veniamo lentamente trasportati fra i ricordi del maggiordomo, quando la guerra era da poco finita, il suo datore di lavoro, Lord Darlington, era ancora un uomo al centro della politica e degli affari internazionali, e Mr. Stevens credeva di potere, con la sua argenteria perfettamente lucidata o i pranzi serviti con precisione e diligenza, in qualche modo contribuire al compimento della Storia. E lentamente, attraverso i ricordi a volte confusi e sovrapposti di quest'uomo, riusciamo a farci strada fra i suoi comportamenti ingessati, il suo rigore e la sua attenzione alle regole per arrivare ad intravedere l'uomo, solo, fragile, incapace di stringere dei rapporti umani in cui i sentimenti siano al centro dell'attenzione. E più ci lasciamo trasportare verso le fragilità dell'essere umano, più un profondo struggimento ci avvolge, riempie ogni riga, diventando un viaggio quasi doloroso, fino ad arrivare alle ultime, strazianti pagine, che pure conservano la delicatezza della scrittura di Ishiguro.

  • #8
    Together for ever
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    Mi è stato regalato questo libro a Natale, avevo espresso il desiderio di avere un libro del premio Nobel Ishiguro.
    L'ho letto volentieri in quanto avevo visto il film e mi era piaciuto anche per il fatto di aver avuto degli interpreti strepitosi.
    In questo caso il film mi ha aiutato meglio ad entrare nei personaggi del libro è forse l'ho apprezzato meglio.
    E' un fatto raro davvero. I commenti sono stati da voi già elaborati non ho nulla da aggiungere.
    Lettura consigliata.

  • #9
    Viôt di viodi
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    Un libro che non mi ha dato molto. Per il protagonista l'importante è la dignità in qualsiasi momento della vita, non riesce a vedere altro e proprio x questo non si accorge della donna che lo amava.

  • #10
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    Kazuo Ishiguro ha ricevuto il premio Nobel per la letteratura proprio nel 2017 e quest’importante riconoscimento gli è stato conferito soprattutto grazie ai suoi romanzi. Questo, in particolare, è forse il suo libro più famoso ed è da molti etichettato come “capolavoro”. Personalmente, tuttavia, non l’ho trovato così eccelso, sebbene riconosca che sia un buon libro.
    Il protagonista, incaricato anche di narrare la storia in prima persona, è Stevens, anziano maggiordomo di un’eminente dimora inglese che, per la prima volta nella sua vita, intraprende un viaggio di piacere e, in parte, anche di lavoro. Stevens ha dedicato la sua vita al lavoro, non è esistito altro per lui che la fedeltà al padrone, il rispetto del protocollo e di un alto concetto di dignità imposta dalla sua professione; Stevens ha affidato le sue scelte e anche le sue non scelte al giudizio e alle necessità del suo padrone, impedendosi quasi di provare alcuna emozione o curiosità, anche quando sarebbe stato più che umano provarne. Questo, e Stevens se ne renderà conto a fine libro, gli ha impedito di vivere una vita sua, gli ha impedito di manifestare affetto, collera, commozione, reale amicizia nei confronti di chiunque, anche di una donna che lo amava. Ora, a distanza di tempo, Stevens coglie l’occasione di questo viaggio per rivederla e, dice lui, per sentire se sta bene ed ha voglia di tornare a lavorare a Darlington Hall che difetta di personale: giammai l’irreprensibile Stevens si sarebbe, infatti, concesso il piacere di una vacanza o avrebbe ammesso con se stesso di andarla a trovare per il puro desiderio di vederla. Ed è proprio questa donna, in fin dei conti, la persona più ragionevole e viva del romanzo.
    Ciò che colpisce inevitabilmente in queste pagine è il registro linguistico: il linguaggio è volutamente alto, ampolloso, con costrutti mai banali o volgari. Giacché è Stevens a parlare per tutto il tempo, il linguaggio trasmette perfettamente il tipo di immagine che l’autore vuole darci di lui e diventa parte del personaggio. Il viaggio, poi, è l’altra costante di questo libro: non è solo viaggio fisico attraverso la campagna inglese, ma è soprattutto viaggio interiore nei ricordi di Stevens, negli anni che precedettero la seconda guerra mondiale, nelle implicazioni storiche delle macchinazioni poste in essere da Lord Darlington, padrone di Stevens, per il bene e la pace dell’Europa.
    Un libro senza dubbio scritto ottimamente, con personaggi che rimangono impressi, ma che tuttavia non mi ha coinvolto emotivamente e del quale so già che conserverò ricordi vaghi. Ecco perché lo consiglio, ma con qualche remora.

  • #11
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    Sicuramente un bel libro, forse, a mio modesto avviso, non da Premio Nobel ma chi sono io per stabilirlo?
    Secondo me è un libro a tratti molto malinconico, Stevens prova dei sentimenti, è chiaro che li prova, ma preferisce soffocarli in nome di una "dignità" più o meno professionale di cui si adopera all'infinito a spiegarci regole e implicazioni. Un' etica, se così vogliamo chiamarla, che lo rende cieco a tal punto che, non solo finge di non vedere che Miss Kenton gli corre dietro sbavando come una lumaca (in modo British si intende, senza darlo a vedere....) ma, cosa ancora più grave, gli fa considerare il suo datore di lavoro alla stregua di un Dio infallibile, fa niente se collabora coi nazisti, fa niente se caccia 2 cameriere che hanno il solo torto di essere ebree, lui si preoccupa di più di fare in modo che l'argenteria sia lucidata col prodotto giusto perché nella sua testa questo disporrà bene gli ospiti nei confronti delle trattative (più o meno losche) che andranno a intraprendere; ecco, questo mi ha messo una profonda tristezza. Per il resto nulla da dire, è scritto magistralmente, forse a tratti un po' prolisso ma ci sta, Stevens E' prolisso, dunque va bene.
    Lettura consigliata. Voto 4/5.


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