"L’amore determina il futuro."



La Bottega dell’orefice, Meditazioni sul sacramento del matrimonio che di tanto in tanto si trasformano in dramma, fu pubblicato per la prima volta nel 1960 sul numero 78 del mensile cattolico di Cracovia, Znak, con lo pseudonimo più spesso utilizzato dall’autore: Andrzej Jawień.

Fu l'unica pubblicazione a carattere drammatico di Wojtyła prima di essere eletto papa.

E’ la storia di due coppie, di due matrimoni, di due amori diversi e con esiti diversi, sullo
sfondo della Seconda Guerra Mondiale e dell’occupazione nazista.
Storie che hanno come punto d’incontro la bottega di un orefice il quale, quando una delle protagoniste in crisi, Anna, si reca da lui per far valutare la sua fede e riscattarla, risponde emblematicamente:

Questa fede non ha peso, la lancetta sta sempre sullo zero e non posso ricavarne nemmeno un milligrammo d’oro. Suo marito dev’essere vivo – in tal caso nessuna delle due fedi ha peso da sola – pesano solo tutte e due insieme. La mia bilancia d’orefice ha questa particolarità che non pesa il metallo in sé, ma tutto l’essere umano e il suo destino”.

L’amore dei protagonisti non è, dunque, riscattabile perché legato indissolubilmente alla loro vita e al loro destino.

Quest’opera teatrale, fatta di dialoghi, prosa e versi, ha una valenza metaforica: vuole dimostrare che “certe volte la vita umana sembra essere troppo corta per l’amore, e l’amore umano (…) troppo corto per una lunga vita. O forse troppo superficiale. In ogni modo l’uomo ha a disposizione un’esistenza e un amore” per “farne un insieme che abbia senso (…). L’eternità dell’uomo passa attraverso l’amore (…). L’ uomo si tuffa nel tempo” ma poi finisce col “dimenticare” la sua origine per “esistere solo un attimo e recidersi dall’eternità”.
La vita sembra, infatti, un “prendere tutto in un momento e tutto subito perdere” per poi “ritornare a quell’attimo già trascorso, per averlo di nuovo e, attraverso quell’attimo, tutto”.


Wojtyła scrisse quest'opera a quarant’anni, quando era già vescovo ausiliare della diocesi di Cracovia.
La sua formazione come scrittore, filosofo e teologo – in particolare riguardo ai legami con il Teatro Rapsodico, a cui era destinato il testo – inizia nel periodo degli studi al ginnasio statale di Wadowice (1926-1937).
Una casa privata, cinque attori, pochi spettatori e qualche brano di Chopin al pianoforte, questi sono gli inizi del Teatro Rapsodico di Cracovia.
Il teatro della “parola viva” (ma anche del “silenzio vivo”) nasce nel 1941 in pieno regime nazista, grazie alla spinta dell’insegnante di lettere di Wojtyła: Mieczyslaw Kotlarczyk.
Ed è molto di più di una passione: è un parlare con sé, con gli altri e con l’Altro.

«Nel teatro rapsodico l’attore finisce con l’essere non tanto il testimone del problema ma una specie di problema egli stesso, una volta accettato di calcare quell’insolita scena», scriveva Wojtyła in una lettera all’amico Kotlarczyk.

La parola, priva di ogni connotato superfluo, è essenziale, semplice come la perfezione, come del resto tutta la poetica di Wojtyła/Jawień che prende corpo grazie al suo "teatro" senza palco, senza scenografia, senza luci, senza costumi di scena, ma apertamente rivoluzionario nel nome di una fede professata con l'immediatezza della poesia.

http://www.giovanivenezia.it/PG_dati...trale_GPII.pdf