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L'assassinio come una delle belle arti

Mostra risultati da 1 a 5 di 5

Discussione: De Quincey, Thomas - L'assassinio come una delle belle arti

  1. #1
    Señora Memebr
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    Predefinito De Quincey, Thomas - L'assassinio come una delle belle arti

    Per quale motivo, ci si potrebbe chiedere, un omicidio deve essere considerato un’arte, e perché il lettore viene invitato a considerarne il lato estetico?

    L’omicidio, inteso come atto di uccidere in sé, interessa all’autore in quanto si presta ad un’analisi “estetica”, cioè - spiega De Quincey – “in relazione al buon gusto” al di là del senso morale dell’uomo virtuoso. L’assassinio è visto come fonte di diletto, di elevazione spirituale, di espressione artistica.

    L’interesse verso un tema tanto violento e terrificante - che appare in conflitto con la personalità di un uomo colto, dalle letture raffinate, amante della filosofia - sembra quasi “esorcizzato” dal tono ironico e semiserio col quale questi indaga sull’argomento.

    La prima parte del saggio, o Prima relazione, fu pubblicata nel 1827 sulla rivista Blackwood Magazine, la Seconda relazione venne aggiunta nel 1839 e la terza (Poscritto) apparve nel 1854, quando De Quincey pubblicò la collected edition delle sue opere.

    Nelle prime due parti l’autore dà lettura delle relazioni di una conferenza e di un pranzo organizzati da una fantomatica Società degli intenditori di assassini.
    Le relazioni offrono una vera e propria storia dell’assassinio, dall’etimologia del nome alla cronaca di omicidi famosi, di re e filosofi, ai delitti eccellenti dei secoli passati, per giungere ai tempi più recenti.

    Durante l’esposizione, tuttavia, De Quincey tiene a proclamarsi “uomo morbosamente virtuoso” che non ha mai compiuto, né tantomeno incoraggiato, un omicidio, prendendo in tal modo le distanze da un argomento d’interesse così pericoloso.

    Attraverso la storia dei delitti trattati l’autore ironizza sul concetto di perfezione e di bello: il principio fondamentale è quello di soddisfare il buon gusto.
    L’assassinio è vista come forma d’arte e l’omicida è un artista che deve attenersi ad alcune regole fondamentali: la vittima deve essere una persona giovane, onesta, possibilmente con famiglia, non deve essere un personaggio pubblico e deve godere di buona salute.
    Se l’omicida si atterrà a questi principi, l’effetto delle sue azioni sarà quello di “purificare i cuori con la pietà e il terrore”- lo stesso scopo della tragedia secondo le regole aristoteliche - e le sue imprese diventeranno opera d’arte.

    Le numerose citazioni colte, le frasi in latino e le parole in greco, nonché i passi di poeti famosi come Shelley, supportano il tono semiserio del saggio come se si trattasse di un vero e proprio trattato di filosofia sull’omicidio.
    Il valore estetico dell’omicidio, il delitto fine a se stesso, è poi ripreso nel Poscritto che contiene una particolareggiata descrizione di alcuni casi famosi di omicidio, occorsi a Londra.

    In quest’ultima parte si nota un cambiamento di tono, che da ironico si fa più profondo, attento alle implicazioni di matrice psicologica coinvolte nell’atto di uccidere.
    La cronaca degli efferati delitti di Williams e dei M’Kean, che avevano indotto gli affiliati dell’associazione ad organizzare il simposio dal quale origina la Seconda relazione, viene riportata non più con ironia ma con un senso di orrore e di compassione per le vittime.

    Di grande effetto anche l’immagine che chiude il saggio: Williams – imprigionato e morto suicida in carcere – viene sepolto con un piolo conficcato nel cuore, al centro di un quadrivio, un incrocio per il quale transitano gli abitanti della città ritornata frettolosa e incurante, quella stessa città che solo poco tempo prima era stata “paralizzata” dalla paura dal mostro.

  2. #2
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    Indubbiamente sembra un libro molto particolare, e con riflessioni anche colte... però mi sembra davvero di cattivo gusto l'argomento scelto da questo autore... E' ovviamente una mia opinione personale, ma mi sento infastidita dal fatto che la cultura e la profondità di uno scrittore vengano per così dire "sprecate" nella altamente infelice trasposizione di delitti in opere d'arte...
    Poi con i tempi che corrono, e l'intensificarsi delle notizie di delitti, anche solo accostare l'omicidio al "bello" mi sembra profondamente sconveniente...
    Eh, non si finisce mai di scoprire idee pazzesche nei libri! Grazie comunque Shoof per averci fatto conoscere anche questo particolare argomento.

  3. #3
    Señora Memebr
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    Grazie a te per le (giuste) osservazioni... certo, il tema è purulento, ma trattato con una penna che sa affrontare il paradossale in maniera davvero interessante e non priva di risvolti utili agli studi di criminologia.
    Trattare un simile argomento sotto il profilo delle considerazioni "estetiche" apre una prospettiva del tutto nuova sui meccanismi che scattano nella mente di molti assassini seriali che hanno la tendenza ad "acconciare" la scena dei propri crimini come se si trattasse di un'opera d'ingegno creativo, di fronte alla quale il mondo debba restare "stupefatto".

    Alcuni studiosi stanno trattando questa prima intuizione di de Quincey con molta attenzione, leggendo nel modus operandi di molti serial killer una sorta di "strategia di comunicazione".

    Cito a questo proposito l'opera pionieristica di Ruben de Luca, pubblicata nel 2006: "Omicida e artista: le due facce del serial killer", nella quale è messa a confronto - in modo per certi versi ardito, ma non privo di importanti implicazioni che potrebbero gettare nuova luce sulla materia - la personalità dell'assassino seriale con quella dell'artista figurativo.

  4. #4
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    Non l'avevo visto sotto questo punto di vista, grazie per le info Shoof!
    In effetti queste ricostruzioni e studi possono servire ad elaborare ricerche nel campo della criminologia.
    Leggendo di primo acchito, non so perché ma il mio primo spontaneo pensiero è andato agli emulatori; anche quando vedo troppi particolari violenti o psicotici in un film, oppure anche nelle notizie reali, mi domando se non sia meglio evitare di fornire brillanti idee a gente malata che è già in circolazione... Ma è solo un mio riflesso non molto fondato!

  5. #5
    Señora Memebr
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    certo sarebbe meglio, ma quelli le brillanti idee se le farebbero venire lo stesso...
    Comunque il buono (si fa per dire) della divulgazione è - oltre al fatto che conoscere aiuta a difendersi - che gli emulatori potrebbero essere (almeno) scoraggiati dal rischio di accuse di "plagio".



    Siamo seri (per una volta ):

    <<Accostare il genio creativo alla follia distruttiva dell’assassino seriale è sicuramente un procedimento ardito, pieno di trappole e insidie.
    Nulla sembra di più lontano e incompatibile.
    Il primo crea opere di vita e di bellezza, destinate ad allietare lo spirito umano; il secondo crea opere di morte e di orrore che nessun essere sano di mente vorrebbe mai essere costretto a contemplare, ovvero i corpi martoriati delle vittime.
    Qual è, allora, il punto di contatto tra queste due individualità così diverse? Paradossalmente è proprio la convinzione di entrambi che la loro opera sia una creazione.

    Il punto di vista dell’artista è facile da comprendere e da assimilare perché l’aspetto creativo della sua attività è immediatamente riconoscibile, a prescindere dalla forma artistica scelta, dalla qualità dell’opera e dal fatto se ci piaccia o meno.
    Il serial killer, invece, è per definizione un «mostro» e le sue azioni, in particolare gli omicidi, sono considerati dall’opinione pubblica totalmente irrazionali. In realtà, le azioni di un assassino seriale hanno sempre una logica ma, per comprenderla, bisogna entrare nella sua testa.

    Quel che è certo è che il serial killer considera se stesso un artista del crimine e gli omicidi rappresentano il frutto della sua creatività distorta.
    Omicidio, quindi, inteso come una forma d’arte perversa che soddisfa in maniera patologica il bisogno di creare qualcosa d’immortale.

    Quando non possono più uccidere, molti serial killer incarcerati si convertono all’arte, dedicandosi in particolare a scrittura e pittura, ed è proprio questo strano e inesplorato legame tra arte e omicidio che è necessario penetrare per comprendere che cosa si cela dentro la testa del «mostro
    >>.

    Dalla Prefazione di Vincenzo M. Mastronardi al libro di Ruben de Luca, Omicida e artista. Le due facce del serial killer.
    Ultima modifica di Shoofly; 05-27-2011 alle 05:27 PM.

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