Tenpo fa ho letto Cani neri, di Ian McEwan. Il romanzo è narrato da un uomo sulla quarantina, che ha avuto un infanzia difficile, ha perso entrambi i genitori in un incidente quando aveva appena otto anni, e il suo sentirsi solo al mondo lo ha portato ad affezionarsi spesso alle figure paterne e materne di altri suoi coetanei. Verso la trentina, dopo essersi sposato, il protagonista approfondisce il rapporto con i suoceri, e in particolare decide di realizzare un memoriale della madre della moglie che, ormai in punto di morte, gli racconta gli eventi relativi alla sua giovinezza vissuta in compagnia del marito. Tra i vari aneddoti, c'è anche il ricordo ossessivo di un incontro con due cani neri, un episodio che segnerà per sempre la vita della suocera del narratore.
I due coniugi, vissuti ai tempi della II guerra mondiale, rappresentano due possibili atteggiamenti di risposta ai drammi del nazismo e dell'olocausto: il pragmatismo del marito si contrappone agli intenti più mistici e di redenzione della moglie.
I due temibili cani neri,possono essere interpretati come i grandi mali che hanno minato l'europa in quel determinato periodo storico: il nazismo, l'olocausto, e soprattutto, il male puro, che come dice l'autore in un passo del testo, alberga dentro ognuno di noi.
Un libro drammatico, intenso e pessimista, che mi ha fatto molto riflettere e che è capace di andare aldilà della semplice chiave di lettura che appare sulla superficie delle parole, per scavare più a fondo nell' animo umano di questi personaggi che l'autore sceglie di analizzare, quasi con distacco.