A raccontare la storia è proprio Elvia, una signora che oggi ha più di ottant'anni. Elvia nel 1944 ha 16 anni, vive in Friuli, a Manzano, lavora in un deposito di munizioni. Involontariamente diventa una "staffetta", cioè consegna la corrispondenza tra un commissario partigiano e un capitano dell'aeronautica che lavora con lei. Una giovane collega denuncia Elvia che viene arrestata, processata e mandata prima ad Auschwitz e poi a Buchenwald. Riesce a sopravvivere a torture, fame ed esperimenti e alla fine ritorna a casa dove, l'incredulità della gente del paese ai suoi racconti e delle altre scompagne di prigionia, la ferirà ancora una volta.
Elvia racconta in modo freddo e asciutto ciò che ha subito, come una fiaba della buonanotte che le nonne narrano ai nipotini. Nel racconto non ci sono fronzoli, descrizioni, dettagli, ma la pura cronaca.

Un libro agghiacciante, dove la crudeltà umana non ha limite e dove il desiderio di sopravvivere è talmente forte che fa diventare insensibili a tutto.