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Zona

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Discussione: Enard, Mathias - Zona

  1. #1
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    Predefinito Enard, Mathias - Zona

    Durante il viaggio in treno tra Milano e Roma, si snocciola la storia dell'Europa e del mediterraneo in particolare nel secolo breve. A raccontarcela è un agente dei servizi francesi, filofascista. almeno in gioventù. La Shoa, i campi di concentramento, la storia degli Ustachi croati con il loro lager privato di jasenovac dove 500-600.000 tra ebrei e zingari furono uccisi e i cui metodi impressionarono lo stesso Himmler. E poi l'epurazioni etniche eseguite dai serbi e dai croati duante l'ultima guerra dei Balcani e ancora le guerre di Spagna. I grandi nomi della letteratura e della storia europea. Il tutto raccontato con rapidi tratti impresionistici e in unico periodo lungo circa 500 pagine, interrotto solo da un romanzo nel romanzo (XII capitolo) - come in Dostoevskij nell'inquisitore dei fratelli Karamazov, come in Sabàto nel saggio sui ciechi di Sopra eroi e tombe. ventiquattro capitoli come l'Iliade, usando lo stile dello streaming of consciousness. E' stato da alcuni paragonato a Finnegans wake di Joyce. io lo paragonerei ai grandi prima citati ed a Viaggio al termine della notte di Celine. A mio parere libro epico, che rimarrà nelle biblioteche a ricordo del secolo XX.

  2. #2

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    Fulminato!
    Quando la Morte perde l'aereo non ci sono problemi: esiste il treno; nella fattispecie il treno è un pendolino Milano-Roma.
    La Morte è un viaggiatore come tanti, anzi, più giovane di tanti.
    Porta tanti nomi ma, in fondo e mi rincresce, porta quello di un mercenario croato.
    Libro veloce, senza fronzoli, evocante il metastile di Dos Passos.
    Se la Morte prende il treno non ha tempo per la punteggiatura...e talvolta vuol riviversi, nello specchio di un secolo.
    PS Si legge in una serata.

    PS Ciao caro Lillo, scusa se mi permetto di correggerti, ma per prima cosa, come è noto, Jasenovac è nella mia terra e qualcosa ne so: il lager era gestito dagli Ustasha di Pavelic, sia maledetto il loro nome, ma erano le camicie nere insieme alle SS tedesche a dare gli ordini...perdona ma non è poco...! In seconda battuta le operazioni di pulizia etnica furono compiute, come stabilito dall'Aja e come è risaputo, "esclusivamente" da srbi, cioé serbi in italiano.
    Perdona la precisazione, ma viste le mie evidenti origini purtroppo a Jasenovac ho perso più di "qualche" parente.

  3. #3
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    Romanzo assolutamente straordinario. Epico, struggente, tragico come solo grandi romanzi sanno essere.
    Il protagonista Francis Servain Mirkovic è un moderno " eroe del nostro tempo ", una figura ambigua, un interiorità strappata a pezzi, come a pezzi sono i suoi ricordi che saltano da una fase all'altra della sua vita, unendo in unico filo rosso sangue la sua storia personale, quella delle persone conosciute e la Storia dell'Europa e del Medio Oriente del 900. E' difficile ,almeno lo è per me, definire il personaggio di Mirkovic : è un criminale ? un traditore ? un uomo in cerca di riscatto ? E' un pò tutte e tre le cose messe insieme, di sicuro rappresenta la coscienza dell'Europa del 900 coi suoi crimini e le sue guerre, rappresenta il suo lato oscuro , il doppelganger con cui ci dobbiamo confrontare per trovare una salvezza alla " fine del mondo " e che non è sufficiente rinchiudere in una valigietta come Mirkovic fà per vendere i suoi segreti.
    Bellissimo anche lo stile, questo unico grande pensiero lungo tutto libro, rende ancor meglio la sensazione del ricordo, dell'analisi profonda di se stessi.
    Da leggere

  4. #4
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    Francis Servain Mirkovic non era un mercenario, ma se non sbaglio un volontario...

  5. #5
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    (…) Dopo due giorni a sudare ad Atene in una città polverosa e deserta, dopo essermi raccolto nel tempio di Zeus, dopo aver reso omaggio alla dea dagli occhi verdi e alla sua bellezza senza eguali avevo sudato così tanto ero talmente coperto di polvere che sognavo il Grande Nord e il freddo glaciale, ripensavo a Lebihan e al suo disprezzo per tutto ciò che poteva trovarsi a sud di Clermont-Ferrand (…). Atene era sventrata, stavano costruendo una linea della metropolitana, gli dèi non erano molto contenti che gli trivellassero così la cantina e si vendicavano mandando all’inferno edicole parcheggi sotterranei e stranieri distratti, Efesto lo zoppo e Poseidone che fa tremare la terra davano filo da torcere agli ingegneri mossi dalla fretta, per non parlare degli inflessibili archeologi della sovrintendenza che volevano esaminare ogni sasso tirato fuori dalle ruspe, il che faceva dire agli ateniesi che la loro metropolitana non sarebbe stata pronta prima della fine dei tempi, gli elleni erano un popolo fiero ma non privo di ironia, in agosto ovviamente erano tutti in vacanza, e intorno a piazza Omonia bazzicavano solo certi cupi albanesi e qualche viaggiatore squattrinato, nella polvere e nel rumore apocalittico dei martelli pneumatici, sotto lo sguardo materno della dea dall’alto della sua Acropoli, pensavo ad Albert Speer l’architetto del Fuhrer inventore della teoria delle rovine, ideatore di edifici previsti per diventare nel giro di mille anni grandiosi resti, resti come quelli greci e romani e di cui la Germania era tristemente sprovvista, Adolf il testardo non arretrava dinanzi a nulla per il bene del suo popolo, così Speer disegnò templi dorici dalle dimensioni inaudite che una volta ròsi dal tempo avrebbero costituito un magnifico Foro, un sublime Partenone nel bel mezzo di Norimberga e di Berlino, Speer era uno strano architetto, il pensatore delle vestigia del futuro, grande costruttore di fabbriche di armi – al processo di Norimberga Francesc Boix lo riconosce formalmente, lo indica col dito, l’ha visto sulle fotografie durante la visita a Mauthausen, in compagnia di Kaltenbrunner, capo della sicurezza del Reich, sulle scale della cava della morte, che cosa pensa Speer l’artista in quel momento, sul banco degli imputati, segnato a dito da un fotografo comunista spagnolo, lui che negava di aver mai saputo nulla, mai visto nulla, mai sentito nulla, l’amico del Fuhrer seduto tra le macerie, dove le bombe americane avevano accelerato l’opera del tempo: ad Atene gli schiavi costruirono l’Acropoli, gli schiavi avrebbero costruito i monumenti del Reich, in tanti sarebbero morti, certo, ma in tanti erano morti edificando le piramidi e nessuno oggi si sognerebbe di demolirle, né di maledire il loro architetto, ecco cosa doveva pensare Speer il piccoletto sul suo banco tra una SS e un ufficiale della Wehrmacht, uscì dalla prigione di Spandau nel 1966 e me lo immagino qualche mese dopo, all’età di sessantun anni, percorrere la Grecia in compagnia del figlio Albert junior, che in quel momento progetta l’urbanizzazione della regione di Tripoli in Libia, e che costruirà fino in Iran e in Arabia Saudita, chissà se salendo i gradini dell’Acropoli Albert Speer senior si ricorda della scala di Mauthausen, e del giovane spagnolo che lo indicava col dito a Norimberga, è alquanto improbabile (…).

    Mathias Énard, “Zona”, pagg. 351-352, Rizzoli editore.


    Coinvolgente sin dalle primissime pagine, profondo, epico, istruttivo. “Zona” è uno splendido romanzo. Il lavoro di Énard ricorda un altro totem del genere (fiction con inserti storici, epici): “Europe Central” di W. T. Vollmann, ma “Zona” risulta decisamente meno apocalittico e prolisso (meno enciclopedico). Énard adotta qui la tecnica narrativa (tipicamente modernista) del “flusso di coscienza” (a tal proposito la punteggiatura all'interno del romanzo è volutamente carente) e il “metodo mitico” di eliotiana memoria. Di seguito un breve elenco dei fatti e personaggi che popolano la “Zona” (ossia l'area del mar Mediterraneo e del Medio Oriente) dello scrittore francese:

    Massacro e prigionia dei fratelli musulmani in Siria, nel 1982;
    Hezbollah;
    Elie Hobeika (il boia del campo profughi di Chatila) e i bulldozer dell’esercito con la stella di David;
    La battaglia di Lepanto e Miguel de Cervantes;
    Filippo III e l’Inquisizione spagnola;
    Decreto di espulsione del 1492 degli ebrei dalla Spagna;
    Caravaggio;
    Lodi, il ponte sull’Adda e Napoleone Bonaparte;
    Gavrilo Princip e l’attentato di Sarajevo del 1914;
    H. Schliemann, l’archeologo;
    Riconoscimento ufficiale, da parte del governo francese nel 2001, del genocidio armeno;
    La guerra nei territori della ex Jugoslavia.

    Particolarmente ampio è il novero degli scrittori trattati dall'autore nel romanzo: si spazia dagli illustri James Joyce (a Trieste), Ezra Pound, William Burroughs (a Tangeri), Malcom Lowry (in Sicilia; Lowry è l’autore di “Sotto il vulcano“), Miguel de Cervantes, ai meno conosciuti Jean Genet, Tsirkas , sino al fittizio scrittore libanese Raphael Kahla (di cui Énard “riassume” un drammatico e commovente racconto ambientato nella Beirut della guerra civile del 1982: si tratta a tutti gli effetti di un micro-racconto che si dipana all’interno del romanzo stesso) .
    Non mancano, inoltre, luoghi e personaggi storici legati al Terzo Reich hitleriano e alla seconda guerra mondiale: Albert Speer, Rudolf Hess, Franz Stangl, la risiera di San Sabba e l’ “Aktion Reinhard”, Alois Brunner (e gli ebrei greci), gli ebrei dell’isola di Rodi (“che io sappia, i più lontani sulla ragnatela del ragno Auschwitz”, Mathias Énard , “Zona”, pag. 349), Paul Ricken il fotografo nazista, Francesc Boix il fotografo di Mauthausen, Millan Astray il falangista guercio e Miguel de Unamuno; Leon Saltiel (il partigiano greco), gli ustascia croati e il campo di concentramento di Jasenovac.


    _________________

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