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Washington Square

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Discussione: James, Henry - Washington Square

  1. #1
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    Predefinito James, Henry - Washington Square

    Considerato un romanzo minore e quasi insignificante dai critici e forse dallo stesso James (appartiene alla prima produzione dell'autore), Washington Square è invece un piccolo gioiello, forse poco appariscente, ma non per questo meno prezioso. La storia in sé e per sé non è particolarmente esaltante; e in verità la trama dei romanzi di James che ho letto finora è invero il particolare meno interessante: se cercate una lettura che vi entusiasmi attraverso l'azione o il colpo di scena questo libro non fa sicuramente per voi; invece troverete di che deliziarvi se cercate ironia (e talvolta sarcasmo), sapiente descrizione dei caratteri, dialoghi raffinati, introspezione psicologica, capacità di leggere la realtà attraverso gli animi e le vicende dei protagonisti.
    Scritto in maniera veramente molto fluida, semplice ed elegante nello stesso tempo, è un vero piacere leggerlo, sia nelle descrizioni, mai pesanti, sia nei dialoghi, veramente eccellenti. Ho anche apprezzato i capitoli corti, che solitamente prediligo, anche perché secondo me ognuno stimola alla lettura del seguente, in quanto offrono un piacere troppo intenso e breve per rinunciarvi con facilità.
    Magistrali i due personaggi principali, il dottor Sloper e sua figlia Catherine, il primo nella sua inflessibile razionalità e nell'incapacità di mettersi anche minimamente nei panni degli altri, il suo affetto forte eppure misurato, la sua ostinazione e la convinzione positivista che l'amore sia tutto sommato sempre e comunque curabile; lei con tutti i suoi limiti, ragazza non troppo intelligente e non brillante, con un carattere mite, una personalità che rimane incolore finché non si precisa nel suo amore. E tuttavia si precisa senza rinunciare alla sua caratteristica principale, senza cioè snaturarsi, cosa che porta all'amara conclusione della vicenda. Ho sofferto davvero per questa ragazza che non ha alcuna delle caratteristiche che normalmente vengono attribuite all'eroina di un romanzo, né nel bene né nel male, e ho sofferto perché la sua scelta forzata mi è risultata perfettamente e dolorosamente comprensibile, sebbene io sia una persona del tutto diversa che del tutto diversamente, in simili circostanze, avrebbe agito. Colpisce la presenza costante, in tutto il romanzo, dell'assenza (perdonatemi l'espressione): assenza della madre, assenza dell'amore, assenza della comprensione, assenza del padre (in fondo è così, sebbene sembri il contrario), assenza della fiducia, assenza del buon senso. Poche presenze, quasi tutte di tipo materiale, molte assenze, quasi tutte di tipo spirituale. Non è un romanzo ottimista, certamente, ma è senz'altro un romanzo realista.

  2. #2
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    Ho appena finito questo romanzo, che avevo in casa da tempo e non ricordo chi me lo aveva indicato. All'apparenza sembra un romanzo senza grandi prospettive, perché è una storia abbastanza comune. Un medico vedovo, ricco e brillante, con una sola figlia che ama, a modo suo, pur non tenendola in grande considerazione per le sue qualità intellettuali che egli ritiene modeste. Poi si presenta un giovane affascinante, squattrinato, che corteggia la figlia esclusivamente per il suo patrimonio. La ragazza, che, per la sua modestia, non aveva avuto altri pretendenti, perde letteralmente la testa, ma il padre, che aveva intuito tutto, cerca in ogni modo di metterla in guardia. E' proprio il dipanarsi di questi dialoghi, scritti con grande maestria, la forza di carattere della figlia e l'egocentricità del padre che, a mio avviso, da un grande valore a quest'opera, che riflettendo, alla fine sembra molto più moderna di quello che il lettore, all'inizio, poteva aspettarsi.

  3. #3
    The Fool on the Hill
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    Da bambina avevo visto in tv “L’ereditiera” in bianco e nero del 1949, con Olivia De Havilland e Montgomery Cliff. Da allora non ho più avuto modo di rivederlo, ma la scena finale di Catherine che sale le scale con la candela in mano e lo sguardo di ghiaccio mi è rimasta incisa nella memoria anche a distanza di anni. Solo di recente ho scoperto che il film era tratto dal romanzo “Washington Square” di Henry James e me lo sono procurato. (Sicuramente sarà stato scritto nei titoli di testa o di coda del film, ma ero troppo piccola anche solo per notarlo.) È un libro bellissimo, che tutti dovrebbero leggere, donne e uomini, genitori e figlie, perché possiede un valore esplorativo della natura umana che lo rende decisamente educativo. I personaggi sono universali. Troviamo il padre che si preoccupa del benessere della figlia e sa che Townsend non la renderà mai felice per il suo eccessivo egoismo. Catherine è l’emblema della bruttina che suscita l’interesse del cacciatore di dote e, non avendo conosciuto altri corteggiatori, finisce abbindolata nella rete delle belle parole, sprovvista degli strumenti per difendersi da questo genere di uomo. E c’è anche la mezzana di latina memoria, quella zia Lavinia sognatrice e impicciona che mette lentamente a dura prova la capacità di sopportazione del lettore, tanto che alla fine del libro la si strangolerebbe volentieri. Dispiace che alla fine Catherine si riveli davvero la ragazza poco intelligente che pensava suo padre. Come troppo spesso accade a tante donne, spegne la sua esistenza nel ricordo di un nulla. Per scoprire poi, come accade a tante, che l’oggetto del desiderio non era poi chissà cosa, e non lo erano neanche i sentimenti che si pensava di provare per lui. Ma intanto la vita è passata. Avremmo voluto che Catherine manifestasse diversamente la sua dignità, sposando il giovane “che era davvero innamorato di lei”. Ma come tante donne, il figlio di buona donna alla fine è quello che la vince sul bravo ragazzo. E questa è la realtà, questo ha voluto raffigurare Henry James. Hollywood invece ha voluto darci maggiore soddisfazione, e la scena finale del film è la vittoria strepitosa e memorabile di una donna che si riprende davvero la sua dignità. La Catherine del film è un po’ più Scarlet O’Hara della Catherine del libro, come piace a Hollywood. Ma il libro è un’opera da non perdere.

  4. #4
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    “Washington Square” è il primo romanzo che leggo di Henry James: ho trovato svariate citazioni di quest’autore in “Leggere Lolita a Teheran” e mi sono incuriosita. Devo dire che, a lettura terminata, sono contenta di averlo letto e credo che in futuro mi avvicinerò ad altre opere di quest’autore, magari più voluminose.
    In questo romanzo breve si racconta la storia degli Sloper, una rispettabile famiglia newyorkese residente a Washington Square: i protagonisti sono lo stimato dottor Austin Sloper, medico assennato e lungimirante, la figlia Catherine (vera protagonista della storia), la zia Lavinia, sorella del medico che vive con gli Sloper, ed il giovane eclettico Morris Townsen, interessato alla mano della dolce Catherine. E’ proprio nella storia tra i due giovani che sta il centro del romanzo: assistiamo al colpo di fulmine del giovane disoccupato ma fascinoso Morris per Catherine, al progressivo innamoramento della ragazza, alla fervente ostilità del padre medico, convinto che il giovanotto miri all’eredità della figlia ed ai piani orditi dalla sognante, fantasiosa e un po’ subdola zia Lavinia che cambia idea sulla sorte di quest’amore come cambia il vento.
    Ma la cosa più interessante di tutto il romanzo, al di là della trama, è l’analisi dei personaggi: è evidente che Henry James intenda sottoporre ai nostri occhi l’evoluzione caratteriale e comportamentale di tutti i protagonisti, giacché la descrive costantemente con particolare attenzione. Così abbiamo il dottore che all’inizio del libro viene presentato come calmo, intelligente, assennato, e che man mano che scorrono le pagine diventa sempre più spietato, intrattabile e crudele; poi c’è Catherine che passa da una completa, apatica accettazione di qualunque cosa faccia piacere al padre ad un amor proprio sorprendente, nonché ad una ferrea determinazione nei suoi propositi. E lo stesso dicasi per Morris… E’ questo, a mio parere, il fulcro del romanzo e l’ottica con cui va letto.
    Venendo alle considerazioni personali, dirò che, nonostante non abbia fraternizzato con nessuno dei personaggi che mi sono risultati tutti più o meno odiosi, il romanzo mi è piaciuto molto proprio per i suoi risvolti psicologici. Lo consiglio, dunque, tanto più che si tratta di una lettura breve scritta con una prosa chiara e senza particolari salti spazio-temporali. Per essere il primo di James che leggo, mi è andata bene!

  5. #5
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    Di questo autore avevo letto e più o meno apprezzato già diverse opere tra romanzi e racconti (su tutti Il carteggio Aspern), però mi manca ancora quello più noto ossia Ritratto di signora.
    Ho gradito questo romanzo breve, l'ho trovato ben scritto e molto scorrevole. Nonostante le vicende ruotino attorno ad un evento unico, non è mai noioso, anzi, si fa leggere più che volentieri.
    Quello che balza subito all'occhio è la critica di un padre verso la mancanza di qualità particolari nella figlia, l'avrebbe voluta più bella, più intelligente, più sveglia, insomma, migliore di quello che era, anche se era comunque una persona amabile e dolce.
    Arriva addirittura a pensare che è stato meglio se la moglie è morta così non ha dovuto vedere come la loro unica figlia non era diventata quello che lui si aspettava . Con questa premessa è normale che sua figlia si faccia abbindolare dal primo venuto che le fa delle moine e la fa sentire importante ed amata anche se non è vero e mira solo ai suoi soldi (però questo lo si capisce solo alla fine, all'inizio sembra davvero sincero e forse in parte lo era visto quello che succede sul finale).
    Da questa storia ho potuto capire che comunque fai sbagli: se il padre non avesse proibito il matrimonio alla figlia e le avesse lasciato l'eredità probabilmente il marito se la sarebbe spesa tutta per sé, idem se la figlia avesse insistito con il fidanzato per sposarla lo stesso anche senza il lascito paterno. Forse se la zia non si fosse messa in mezzo la nipote non si sarebbe mai innamorata, non avrebbe sofferto e non sarebbe rimasta nubile. Ma non avrebbe neppure vissuto un amore (almeno per lei) così intenso. Il nostro destino è stato già scritto o siamo noi gli artefici di quello che ci accadrà? Questo dubbio non sarà mai dipanato, quindi tanto vale vivere il presente e non pensare più di tanto a ciò che succederà in futuro (sembra quasi che ci credo davvero).

    Il dottore non era mai ansioso, mai impaziente o nervoso, ma prendeva nota di tutto e consultava sempre accuratamente le sue annotazioni.
    Essa non aveva un temperamento ansioso ed esigente; prendeva giorno per giorno quello che capitava.
    Tale padre, tale figlia, ma solo da questo punto di vista per fortuna. Mi sa che dovrei imparare da loro per tenere sotto controllo la mia ansia e il mio continuo nervosismo.

    Le piaceva baciare la gente in fronte, era una involontaria manifestazione di simpatia verso la loro parte intellettuale.
    Carina questa cosa, non ci avevo mai pensato.

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