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La mansueta/Il sogno di un uomo ridicolo

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Discussione: Dostoevskij, Fedor - La mansueta/Il sogno di un uomo ridicolo

  1. #1
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    Predefinito Dostoevskij, Fedor - La mansueta/Il sogno di un uomo ridicolo

    Ho preso in edicola questo libretto con due racconti e li ho trovati deliziosi.
    Nel primo,un marito si trova a ragionare con se stesso sui motivi che hanno portato la giovane moglie ad uccidersi...cerca di scagionarsi e accusarsi nello stesso tempo fino a rendersi conto che gli uomini sulla terra sono soli e devono amarsi l'un l'altro.
    Nel secondo,il protagonista,l'uomo ridicolo,dopo essersi reso conto che tutto è indifferente sogna di morire e di giungere in un altro mondo migliore e perfetto.
    Anche qui il finale porta alla stessa conclusione del precedente racconto.La cosa principale è: ama gli altri come te stesso,ecco la cosa principale,ed è tutto,non occorre proprio niente altro: immediatamente si troverebbe come mettere tutto a posto.
    Lo stile narrativo di Dosto è piacevole,scorrevole e coinvolgente...peccato solo che siano stati così brevi.

  2. #2
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    Voglio aggiungere qualcosa sul 1° racconto.
    Pur nella sua brevità,ci sarebbe tanto materiale su cui discutere circa il rapporto di coppia e le differenze individuali che poi si possono fondere o continuano a restare tali.
    Ho sottolineato la frase:La stranezza non è una colpa,anzi,talvolta riesce seducente per le donne.
    Io dico che è vero,aggiungo però che questa seduzione dura poco,perchè alla lunga la stranezza può creare qualche problema.

  3. #3

    Predefinito la mansueta

    se posso aggiungere ... l'ho trovato molto triste ed intenso allo stesso tempo. Il messaggio che ho sentito maggiormente è il bisogno di dialogo che abbiamo, e molte volte non sappiamo alimentare.

  4. #4

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    Ho amato tutto Dostoieski, mi manca solo "Suo marito"... tuttavia Sogno di un uomo ridicolo non l'ho capito assolutamente

  5. #5
    giovaneholden
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    Ennesima dimostrazione dell'enorme talento dello scrittore russo spesso considerato il maggior narratore di ogni epoca e luogo. Cito sui due racconti una significativa recensione trovata in rete e che mi trova perfettamente d'accordo.
    "
    Un marito meschino e una donna "mansueta", che fa della propria paziente rassegnazione di fronte alla sofferenza e allo sconvolgente divampare dei sentimenti, motivo di afflizione, di dolore e infine di morte. È la storia di una donna che non riesce a domare i propri sentimenti, che si lascia trasportare da essi, benché in realtà appaia consapevole delle proprie emozioni, a tal punto da decidere lucidamente - non in preda a un attimo di follia e di istinto, come pensa ingenuamente e vilmente il marito - di mettere lei stessa fine a quei sentimenti contrastanti, incoerenti che l'avevano tormentata.
    Sembra di vivere - al fianco dei personaggi - una storia assurda, che al fine di rappresentare forse l'incomunicabilità dei sentimenti o la difficoltà o addirittura l'avversione a viverli a pieno, si svincola dal normale evolversi degli eventi, e ci mostra, non so se anche con un retrogusto amaramente ironico, quel legame tra amore e sofferenza, tra passione e tragedia.
    È la storia di un uomo che ama la donna, ma, per puro orgoglio di sottomissione della moglie, soffoca i sentimenti di affetto di quest'ultima. Ma infine trova nell'indifferenza e nel distacco della donna - che quasi non si accorge della sua presenza - la ragione del suo amore, della fiamma della passione che lo pervade in ultimo. Quasi come il suo amore fosse alimentato dall'indifferenza della donna, dal conflitto che nasce tra di essi. Ma la donna non sopporta la condizione instabile del loro rapporto e sceglie di compiere il gesto estremo.
    E l'uomo deve chiarire la colpa del folle atto, riversando su se stesso la colpa, la quale sembra voler giustificare come dinanzi ad un giudice immaginario, che lo condurrà alla verità.

    L'uomo ridicolo è un uomo che si sente ridicolo, perché a considerarlo tale è il resto del mondo e perché lui è cresciuto con la consapevolezza, maturata dentro di lui, di essere ridicolo. Consapevolezza che lo porta all'idea del suicidio. Ma il suicidio non è il tema centrale del racconto - e non credo di svelarvi nulla se vi dico che non si suiciderà. Il tema della novella è racchiuso nel sogno di quest'uomo ridicolo.
    Un uomo che sogna di suicidarsi ma non trova il coraggio. Cos'è che gli impedisce di togliersi la vita, di lasciare il mondo che lo irride e verso il quale si mostra indifferente? È il dolore, la pena che prova nei confronti della sofferenza di un altro essere umano. Come può non importargli nulla di questo mondo se prova ancora pietà per una parte, seppur piccola, di esso? Ed è proprio il dolore che lo unisce alla vita. È proprio il dolore il filo di unione tra l'amore per la vita e il desiderio di continuare a vivere.
    Un sogno gli rivela la Verità: il dolore esiste perché tra gli uomini non vi è più amore. Se lui voleva togliersi la vita era perché nessuno provava amore per lui. La felicità umana e l'equilibrio di tutte le cose si basano su quel principio antico che recita Ama gli altri come te stesso. E lui vi trova una nuova ragione di vita: deve continuare a vivere per predicare, per diffondere il proprio messaggio. Perché in fondo crede che il concetto di "paradiso" sia concretamente realizzabile anche tra gli uomini."

  6. #6
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    inserisco la recensione del racconto lungo Il sogno di un uomo ridicolo, anche se io ho un'altra edizione rispetto a quella segnalata. La mia edizione è quella di La Biblioteca Ideale Tascabile, 1995, traduzione di Alfredo Polledro. In questa edizione c'è anche la Confessione di Stavogrin da I demoni.

    Il tema del racconto è quello della redenzione umana e di come la nostra società, perché secondo me il tema sociale è molto attuale, ha perso il significato di vita e di felicità. L'autore crede alla possibilità di tornare ad uno stato di felicità e di innocenza attraverso un proprio percorso interiore che però deve essere condiviso da tutti per poter essere efficace.

    «…Comparvero le unioni, ma ormai l’una contro l’altra. Cominciarono i rimproveri, i rimbrotti. Essi conobbero la vergogna e la vergogna eressero a virtù. Nacque il concetto dell’onore e in ciascuna unione si levò una propria bandiera. Presero a tormentar gli animali e gli animali si allontanarono da loro nei boschi e divennero lor nemici. Cominciò la lotta per la separazione, per l’individuazione, per la personalità, per il mio e il tuo. Presero a parlare in varie lingue. Conobbero la tristezza e l’amarono, ebbero sete di tormenti e dissero che la verità si raggiunge solo col tormento. Allora comparve presso di loro la scienza. Quando divennero cattivi, cominciarono a parlar di fratellanza e di umanità e capirono queste idee. Quando divennero colpevoli, inventarono la giustizia e si prescrissero interi codici, per conservarla, e per far rispettare i codici stabilirono la ghigliottina. Essi si ricordavano appena appena di ciò che avevano perduto, anzi non volevano credere di essere stati un tempo innocenti e felici. Ridevan perfino della possibilità di questa primiera loro felicità e la chiamavano un sogno. Non potevano nemmeno raffigurarsela in forme ed immagini, ma, strano e portentoso fatto: perduta ogni fede nella passata felicità, chiamata fiaba, a tal segno vollero esse daccapo innocenti e felici che si prostrarono davanti ai desideri del proprio cuore come bambini, divinizzarono questi desideri, costruirono templi e presero a innalzar preghiere alla loro stessa idea, al loro stesso «desiderio», in pari tempo credendo pienamente alla sua impossibilità e inattuabilità, ma adorandolo e venerandolo fra le lacrime. E tuttavia, se mai fosse potuto accadere ch’essi tornassero in quello stato innocente e felice che avevan perduto, e se qualcuno d’un tratto gliel’avesse nuovamente mostrato domandando se volevano tornarvi, di sicuro avrebbero ricusato. Essi mi rispondevano: «siamo pur menzogneri, cattivi e ingiusti, noi questo losappiamo e ne piangiamo, e per questo ci tormentiamo da noi stessi, e c’infliggiamo torture e castighi perfino più, forse, di quanto farebbe quel misericordioso Giudice che ci giudicherà e il cui nome ignoriamo. Ma noi abbiamo la scienza e per mezzo di essa ritroveremo la verità, accogliendola ormai consapevolmente. Il sapere è superiore al sentimento, la coscienza della vita è superiore alla vita. La scienza ci darà la sapienza, la sapienza ci rivelerà le leggi, e la conoscenza delle leggi della felicità è superiore alla felicità». Ecco quel che dicevano, e dopo parole siffatte ciascuno prese ad amare se stesso più di tutti, né potevan fare altrimenti…»

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