Di Confortola avevo sentito parlare, un po' vagamente visto che non m'interesso di alpinismo, nel 2008, quando accadde la tragedia del K2 (11 morti, per la cronaca).
Questo libro racconta il suo punto di vista, la sua versione, quello che ha vissuto e quello che gli è costato, in termini fisici (il congelamento dei piedi e la conseguente amputazione della dita; è successo anche a Messner, incerti del mestiere...) e psicologici (sopportare la tragedia, le polemiche che ne sono sorte, il doversi quasi 'scusare' di essere sopravvissuto, il dover ricominciare una nuova vita con i piedi senza dita, le "zampe", come le definisce). E racconta del suo ritorno alla vita 'normale', dopo mesi di ospedale e dolori molto forti, speranze e disillusioni... e la voglia, irrefrenabile, di tornare a respirare aria sottile. Quella degli 8.000 mt.

E oggi, purtroppo, la montagna si è portata via un altro grande alpinista: Mauro Merelli.

Le frasi che mi hanno colpita di più:
"ad 8.000 mt senti davvero che hai messo un piede nell'aldilà"
"quando succede una cosa tanto grande è difficile accettarla. E se si cerca un senso, se ci si intestardisce a trovare una spiegazione, si rischia unicamente di rimanere impantanati, di andare fuori di testa. L'unica possibilità è andare avanti, non fermarsi: darci dentro come un matto, non lasciare tempi morti. Fare, fare, fare: tenere la testa bassa come i ciclisti durante la salita, come gli alpinisti che danno l'assalto alla vetta"
"la montagna non è nè buona nè cattiva, è parte della natura, la sua parte più antica; è lì da sempre, maestosa, indifferente. Semmai è l'uomo che la sfida, è l'uomo che la cerca, che la investe di significati. ... La montagna è spettatrice, giudice al di sopra di ogni sospetto. Sempre."

"Da una parte c'è lei, la montagna: enorme, eterna, altera. Dall'altra c'è lui, l'uomo, l'alpinista. Alla montagna ha dedicato la propria esistenza: in montagna è nato, in montagna è cresciuto, in montagna ha rischiato di morire. K2, agosto 2008. Un gruppo di alpinisti di diverse nazionalità, dopo settimane di attesa sul terreno ghiacciato del campo base, dà l'assalto alla vetta. Partono in diciassette. Undici non fanno ritorno. Marco Confortola è tra i sopravvissuti. La discesa dalla cima rappresenta una delle pagine più epiche dell'alpinismo himalayano: freddo, paura, rabbia, determinazione, in tutto quel bianco c'è il senso di una vita, c'è ogni cosa. 17 settembre 2008: Marco Confortola subisce l'amputazione di tutte le dita dei piedi. Dopo un anno e mezzo, tra delusioni e speranze, salite e discese, l'alpinista valtellinese ci riprova: di fronte ai suoi occhi, il Lhotse, 8516 metri, una delle quattordici montagne più alte della Terra."