L’immagine che ci dà di Walter Bonatti questo libro del giornalista Roberto Serafin (Walter Bonatti. L’uomo, il mito. Ed.Priuli &Verlucca, collana Campo Quattro, già alla II edizione), è un’immagine in bianco e nero. Perché la storia di Bonatti, alpinista eccezionale, è una vera e propria epopea, è un pezzo di storia d’Italia, è epica. E’ il 1948, e questo ragazzotto bergamasco inizia a scalare quasi per caso. Ma di casuale non c’è nulla nei suoi movimenti che, naturalmente, lo portano da subito ad essere un carismatico capocordata. La sua carriera di alpinista durerà 17 anni, e lo porterà a confrontarsi con le vette più ostiche e, soprattutto, con i suoi limiti di essere umano. Di lui si è detto di tutto, ed è interessante poterlo scoprire attraverso la stampa dell’epoca che Serafin ci riporta fedelmente: nel 1954 è il più giovane attore della conquista italiana del K2, impresa ricca di controversie che lo vede opporsi al capocordata Ardito Desio; da allora prediligerà le scalate in solitaria, per poter decidere di sé stesso e pagare solo sulla propria pelle, per godere, anche, della felicità silenziosa che la montagna sa dare. E’ un alpinismo classico quello di Bonatti, senza compromessi e senza accorgimenti tecnologici; perché nei suoi anni la montagna era bella se c’era sofferenza; per questo si trovò in contrasto con un altro protagonista del panorama alpinistico italiano, Reinhold Messner, con il quale ebbe frequenti polemiche. Abile cronista di se stesso, è stato in grado di trasformare le sue imprese in cultura, tramite fotografie, articoli, libri e conferenze. Dopo la sua ultima scalata, nell’inverno del 1965, sulla parete Nord del Cervino, non rinuncia né all’avventura né all’esigenza di raccontarsi tramite i media: comincia così un sodalizio con la rivista Epoca, e i suoi fotoreportage (dal Klondike all’Africa del Nilo, dall’Indonesia alla Yakuzia) saranno appuntamenti imperdibili per gli amanti del genere. Bonatti, unico Cittadino del Monte Bianco, vetta che conosceva come le sue tasche, se n’è andato l’anno scorso, fra lo stupore dei molti che davvero lo consideravano invulnerabile; sconfitto da una malattia che non ha scalfito il suo testamento spirituale: “vincendo l’impossibile conosciamo noi stessi e i nostri limiti”.