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Discussione: Incipit

  1. #76
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    Predefinito Via Katalin - Magda Szabó

    A mio parere questo è molto bello!

    Diventare vecchi è un processo diverso da come lo rappresentano gli scrittori, e somiglia poco anche alle descrizioni della scienza medica.
    Nessuna opera letteraria, né tanto meno un medico, avevano preparato gli abitanti di via Katalin al particolare nitore che l’invecchiare avrebbe portato nella buia galleria percorsa quasi inconsapevolmente nei primi decenni delle loro vite, né all’ordine che avrebbe messo tra i loro ricordi e le loro paure, o al modo in cui avrebbe modificato i loro giudizi e la loro scala di valori.
    Avevano capito di dover mettere in conto alcuni cambiamenti biologici, perché il corpo aveva cominciato un lavoro di demolizione che avrebbe concluso con la stessa precisione e lo stesso impegno con cui si era preparato alla strada da compiere fin dall’istante del loro concepimento; avevano anche accettato il fatto che il loro aspetto sarebbe cambiato, i sensi si sarebbero indeboliti, i gusti ed eventualmente anche le abitudini o i bisogni si sarebbero adeguati alle variazioni del fisico, rendendoli più voraci o più frugali, più timorosi o forse più suscettibili; e sapevano persino che la regolarità di funzioni come il sonno o la digestione, che quando erano giovani sembravano scontate quanto l’esistere stesso, sarebbero diventate problematiche.
    Nessuno aveva spiegato loro che la fine della giovinezza è terribile non tanto perché sottrae qualcosa, quanto piuttosto perché lo apporta. E quel qualcosa non è saggezza, né serenità, né lucidità, né pace. È la consapevolezza che il Tutto si è dissolto.
    All’improvviso si accorsero che l’invecchiare aveva disgregato quel passato che negli anni dell’infanzia e della giovinezza consideravano così compatto e solido: il Tutto era caduto a pezzi e, anche se non mancava nulla, perché quei frammenti contenevano ogni cosa successa fino a quel giorno, niente era più come prima. Lo spazio era diviso in luoghi, il tempo in momenti, gli eventi in episodi, e gli abitanti di via Katalin avevano infine capito che nelle loro intere vite soltanto un paio di luoghi, un paio di momenti e alcuni episodi contavano davvero. Il resto era stato un semplice riempitivo nelle loro fragili esistenze, come i trucioli che si versano nelle casse prima di un lungo viaggio per impedire al contenuto di rompersi.

    Ormai sapevano che la differenza tra i morti e i vivi è solo qualitativa, non conta granché, e sapevano anche che a ciascuno tocca un solo essere umano da invocare nell’istante della morte.

  2. #77
    Balivo di Averoigne
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    Accabadora – M.Murgia
    Alla ricerca del tempo perduto – M.Proust
    Anna Karenina – L.Tolstoj
    Baudolino – U.Eco
    Bel-Amì – Guy de Maupassant
    Cent’anni di solitudine - G.G.Marquez
    Cecità – J.Saramago
    Che tu sia per me il coltello – D.Grossman
    Cose preziose – S.King
    Cronaca di una morte annunciata – G.G.Marquez
    Delitto e castigo – F.Dostoevskij
    Demian - H.Hesse

    Dona Flor e i suoi due mariti – J.Amado
    Don Chisciotte della Mancia – M. de Cervantes
    Epopea di Gilgamesh
    Follia – P.McGrath
    Foto di gruppo con signora – H.Boll
    Furore – J.Steinbeck
    Germinal - E.Zola

    Grandi speranze – C.Dickens
    I fratelli Karamazov – F.Dostoevskij
    I lavoratori del mare – V.Hugo
    I milanesi ammazzano al sabato - G.Scerbanenco
    I miserabili - V.Hugo

    I promessi sposi – A.Manzoni
    I tre moschettieri - A.Dumas

    Il barone rampante – I.Calvino
    Il castello dei destini incrociati– I.Calvino
    Il cavaliere inesistente– I.Calvino
    Il deserto dei tartari– D.Buzzati
    Il giorno prima della felicità – E. De Luca
    Il giovane Holden – J.D.Salinger
    Il maestro e Margherita - M.Bulgakov
    Il nostro comune amico
    - C.Dickens
    Il processo
    - F.Kafka

    Il profumo – P.Suskind
    Il ritratto di Dorian Gray – O.Wilde
    Il rosso e il nero - Stendhal
    Il ventre di Parigi – E.Zola
    Io, robot - Isaac Asimov
    It – S.King
    La casa degli spiriti – I.Allende
    La concessione del telefono – A.Camilleri
    La Divina Commedia - Dante

    La donna della domenica – Fruttero e Lucentini
    La fattoria degli animali – G.Orwell
    La giornata d'uno scrutatore - I.Calvino

    La metamorfosi – F.Kafka
    La mia Africa – K.Blixen
    La storia – E.Morante
    La versione di Barney – M.Richler
    Le avventure di Pinocchio – C.Collodi
    Le notti bianche – F.Dostoevskij
    Lo straniero – Camus
    L’uomo che ride – V.Hugo
    L’uomo senza qualità – R.Musil
    Lettera a un bambino mai nato – O.Fallaci
    Memorie dal sottosuolo – F.Dostoevskij
    Moby Dick – H.Melville
    Oblomov – I.Goncarov
    Olive comprese – A.Vitali
    Opinioni di un clown – H.Boll
    Orgoglio e pregiudizio – J.Austen
    Paula – I.Allende
    Se una notte d'inverno un viaggiatore – I.Calvino
    Siddharta - H.Hesse
    Tre uomini in barca - Jerome K. Jerome

    Trilogia della città di K
    – A.Kristof

    Via Katalin - M.Szabo

  3. #78
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    La camera azzurra - Georges Simenon


    "Ti ho fatto male?"
    "No".
    "Ce l'hai con me?".
    "No".
    Era vero. In quel momento tutto era vero, perché viveva ogni cosa così come veniva, senza chiedersi niente, senza cercare di capire, senza neppure sospettare che un giorno ci sarebbe stato qualcosa da capire. E non solo tutto era vero, ma era anche reale: lui, la camera, Andrée ancora distesa sul letto sfatto, nuda, con le gambe divaricate e la macchia scura del sesso da cui colava un filo di sperma.

  4. #79
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    Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte - Mark Haddon

    Mezzanotte e 7 minuti. Il cane era disteso sull'erba in mezzo al prato di fronte alla casa della signora Shears. Gli occhi erano chiusi. Sembrava stesse correndo su un fianco, come fanno i cani quando sognano di dare la caccia a un gatto. Il cane però non stava correndo, e non dormiva. Il cane era morto. Era stato trafitto con un forcone. Le punte del forcone dovevano averlo passato da parte a parte ed essersi conficcate nel terreno, perché l'attrezzo era ancora in piedi. Decisi che con ogni probabilità il cane era stato ucciso proprio con quello perché non riuscivo a scorgere nessun'altra ferita, e non credo che a qualcuno verrebbe mai in mente di infilzare un cane con un forcone nel caso in cui fosse già morto per qualche altra ragione, di cancro per esempio, o per un incidente stradale. Ma non potevo esserne certo.

    (...per oggi basta, che altrimenti Des mi mette fuori gli straordinari )

  5. #80
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    Le Cosmicomiche

    La distanza dalla Luna


    Una volta, secondo Sir George H.Darwin, la Luna era molto vicina alla Terra. Furono le maree che a poco a poco la spinsero lontano. Le maree che lei Luna provoca nelle acque terrestri e in cui la Terra perde lentamente energia.

    Lo so bene!- esclamò il vecchio Qfwfq, - voi non ve ne potete ricordare ma io sì. L'avevamo sempre addosso, la Luna, smisurata: quand'era il plenilunio - notti chiare come di giorno, ma d'una luce color burro -, pareva che ci schiacciasse; quand'era lunanuova rotolava per il cielo come un nero ombrello portato dal vento; e a lunacrescente veniva avanti a corna così basse che pareva lì lì per infilzare la cresta d'un promontorio e restarci ancorata. Ma tutto il meccanismo delle fasi andava diversamente che oggigiorno: per via che le distanze dal Sole erano diverse, e le orbite, e l'inclinazione non ricordo di che cosa; eclissi, poi, con la Terra e la Luna così appiccicate, ce n'erano tutti i momenti: figuriamoci se quelle due bestione non trovavano modo di farsi continuamente ombra a vicenda.

    L'orbita? Ellittica, si capisce, ellittica: un po' ci s'appiattiva addosso e po' prendeva il volo. Le maree, quando la Luna si faceva più sotto, salivano che non le teneva più nessuno. C'erano delle notti di plenilunio basso basso e d'altamarea alta alta che se la Luna non si bagnava in mare ci mancava un pelo; diciamo: pochi metri. Se non abbiamo mai provato a salirci? E come no? Bastava andarci proprio sotto con la barca, appoggiarci una scala a pioli e montar su.

  6. #81
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    Predefinito La luna e i falò - Cesare Pavese

    C'è una ragione perché sono tornato in questo paese, qui e non invece a Canelli, a Barbaresco o in Alba. Qui non ci sono nato, è quasi certo; dove son nato non lo so; non c'è da queste parti una casa né un pezzo di terra né delle ossa ch'io possa dire "Ecco cos'ero prima di nascere". Non so se vengo dalla collina o dalla valle, dai boschi o da una casa di balconi. La ragazza che mi ha lasciato sugli scalini del duomo di Alba, magari non veniva neanche dalla campagna, magari era la figlia dei padroni di un palazzo, oppure mi ci hanno portato in un cavagno da vendemmia due povere donne da Monticello, da Neive o perché no da Cravanzana. Chi può dire di che carne sono fatto? Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione.

  7. #82
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    Italo Calvino, Marcovaldo

    Il vento, venendo in città da lontano, le porta doni inconsueti, di cui s'accorgono solo poche anime sensibili, come i raffreddati da fieno che starnutano per pollini di fiori d'altre terre.
    Un giorno, sulla striscia d'aiola d'un corso cittadino, capitò chissà donde una ventata di spore, e ci germinarono dei funghi. Nessuno se ne accorse tranne il manovale Marcovaldo che prendeva proprio lì ogni mattina il tram. Aveva questo Marcovaldo un occhio poco adatto alla vita di città: cartelli, semafori, vetrine, insegne luminose, manifesti, per studiati che fossero a colpire l'attenzione, mai fermavano il suo sguardo che pareva scorrere sulle sabbie del deserto.

  8. #83
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    Illusioni perdute - Honore' de Balzac

    All'epoca in cui comincia questa storia, la macchina di Stanhope e i rulli inchiostratori non erano ancora entrati nelle piccole stamperie di provincia. Ad Angoulême, malgrado la specialità locale che la mette in rapporto con l'industria tipografica parigina, ci si serviva sempre di torchi in legno, ai quali la lingua è debitrice dell'espressione "far gemere i torchi" che oggi non trova più applicazione. L'arte della stampa era arretrata e si impiegavano ancora i mazzi di cuoio caricati di inchiostro con i quali lo stampatore inchiostrava i caratteri. Il piano mobile destinato a ricevere la forma piena di lettere sulla quale si applica il foglio di carta era ancora in pietra e giustificava il nome di marmo.


  9. #84
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    Splendori e miserie delle cortigiane - Honore' de Balzac

    Nel 1824, all'ultimo ballo dell'Opéra, più di una maschera fu colpita dalla bellezza di un giovane, che si aggirava per i corridoi e nel ridotto, con l'aria di chi stia cercando una donna trattenuta a casa da circostanze impreviste. Il segreto di quell'andatura, ora indolente, ora frettolosa, è noto soltanto alle donne anziane e a certi emeriti perdigiorno. In quell'enorme ritrovo, la folla osserva ben poco la folla: gli interessi sono appassionati; l'ozio stesso è carico d'ansia.
    Il giovane dandy era talmente assorbito dalla sua ricerca inquieta, da non accorgersi del proprio successo: le esclamazioni ironiche ed ammirate ad un tempo, di certe maschere, talune espressioni di stupore autentico, le frecciate pungenti, le più dolci parole, niente di tutto questo gli giungeva all'orecchio, né alla vista.

    -...che se leggi quello sopra, devi leggere anche questo -

  10. #85
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    Adoro quest'uomo e questo suo romanzo rimane qualcosa di sublime:

    "Lo Svedese. Negli anni della guerra, quando ero ancora alle elementari, questo era un nome magico nel nostro quartiere di Newark, anche per gli adulti della generazione successiva a quella del vecchio ghetto cittadino di Prince Street che non erano ancora così perfettamente americanizzati da restare a bocca aperta davanti alla bravura di un atleta del liceo. Era magico il nome, come l'eccezionalità del viso. Dei pochi studenti ebrei di pelle chiara presenti nel nostro liceo pubblico prevalentemente ebraico, nessuno aveva nulla che somigliasse anche lontanamente alla mascella quadrata e all'inerte maschera vichinga di questo biondino dagli occhi celesti spuntato nella nostra tribù con il nome di Seymour Irving Levov."

    Philip Roth - Pastorale americana

  11. #86
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    "Mi era così profondamente radicata nella coscienza, che penso di aver creduto per tutto il primo anno scolastico che ognuna delle mie insegnanti fosse mia madre travestita. Come suonava la campanella dell'ultima ora, mi precipitavo fuori di corsa chiedendomi se ce l'avrei fatta ad arrivare a casa prima che riuscisse a trasformarsi di nuovo. Al mio arrivo lei era già regolarmente in cucina, intenta a prepararmi latte e biscotti. Invece di spingermi a lasciar perdere le mie fantasie, il fenomeno non faceva che aumentare il mio rispetto per i suoi poteri."

    Philip Roth - Lamento di Portnoy

  12. #87
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    Predefinito 1984 - George Orwell

    Era una luminosa e fredda giornata d'aprile, e gli orologi battevano tredici colpi. Winston Smith, tentando di evitare le terribili raffiche di vento col mento affondato nel petto, scivolò in fretta dietro le porte di vetro degli Appartamenti Vittoria: non così in fretta, tuttavia, da impedire che una folata di polvere sabbiosa entrasse con lui.
    L'ingresso emanava un lezzo di cavolo bollito e di vecchi e logori stoini. A una delle estremità era attaccato un manifesto a colori, troppo grande per essere messo all'interno. Vi era raffigurato solo un volto enorme, grande più di un metro, il volto di un uomo di circa quarantacinque anni, con folti baffi neri e lineamenti severi ma belli. Winston si diresse verso le scale. Tentare con l'ascensore, infatti, era inutile. Perfino nei giorni migliori funzionava raramente e al momento, in ossequio alla campagna economica in preparazione della Settimana dell'Odio, durante le ore diurne l'erogazione della corrente elettrica veniva interrotta. L'appartamento era al settimo piano e Winston, che aveva trentanove anni e un'ulcera varicosa alla caviglia destra, procedeva lentamente, fermandosi di tanto in tanto a riprendere fiato. Su ogni pianerottolo, di fronte al pozzo dell'ascensore, il manifesto con quel volto enorme guardava dalla parete. Era uno di quei ritratti fatti in modo che, quando vi muovete, gli occhi vi seguono. IL GRANDE FRATELLO VI GUARDA, diceva la scritta in basso.

  13. #88
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    L'ombra del vento - Carlos Ruiz Zafón

    Ricordo ancora il mattino in cui mio padre mi fece conoscere il Cimitero dei Libri Dimenticati. Erano i primi giorni dell'estate del 1945 e noi passeggiavamo per le strade di una Barcellona intrappolata sotto cieli di cenere e un sole vaporoso che si spandeva sulla rambla de Santa Monica in una ghirlanda di rame liquido.
    «Daniel, quello che vedrai oggi non devi raccontarlo a nessuno» disse mio padre. «Neppure al tuo amico Tomás. A nessuno.»
    «Neanche alla mamma?» domandai sottovoce.
    Mio padre sospirò, offrendomi il sorriso dolente che lo seguiva sempre come un'ombra.
    «Ma certo» rispose a capo chino. «Per lei non abbiamo segreti.»


  14. #89
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    Uno, nessuno, centomila - Luigi Pirandello

    - Che fai? - mia moglie mi domandò vedendomi insolitamente indugiare davanti allo specchio.
    - Niente, - le risposi, - mi guardo qua, dentro il naso, in questa narice. Premendo, avverto un certo dolorino.
    Mia moglie sorrise e disse:
    - Credevo ti guardassi da che parte ti pende.
    Mi voltai come un cane a cui qualcuno avesse pestato la coda:
    - Mi pende? A me? Il naso?
    E mia moglie, placidamente:
    - Ma sì, caro. Guardatelo bene: ti pende verso destra.

  15. #90
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    "Era una gioia appiccare il fuoco.
    Era una gioia speciale vedere le cose divorate, vederle annerite, diverse. Con la punta di rame del tubo fra le mani, con quel grosso pitone che sputava il suo cherosene venefico sul mondo, il sangue gli martellava contro le tempie, e le sue mani diventavano le mani di non si sa quale direttore d'orchestra che suonasse tutte le sinfonie fiammeggianti, incendiarie, per far cadere tutti i cenci e le rovine carbonizzate della storia"

    "Fahrenheit 451" - Ray Bradbury

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