La qualità che più caratterizza, almeno alla prima lettura, i racconti di Bilenchi è la pacatezza: un’apparente medietà e sobrietà di toni che non è altro, in realtà, che la capacità di far vibrare anche le parole più semplici, di amplificarne gli echi e la potenza evocativa. In questo, il cantore della provincia italiana (che solo impropriamente definiremmo toscana, perché in Bilenchi non c’è l’ombra di regionalismo) si riallaccia alla migliore tradizione lirica della nostra letteratura. I racconti pubblicati in questa raccolta risalgono tutti al periodo 1933-1957, ovvero seguono la parabola di Bilenchi da giovane scrittore “strapaesano” a giornalista militante nelle file del PCI. Nulla però della duplice militanza politica si riflette in questi racconti, che hanno al centro i tempi più cari a Bilenchi: l’infanzia, o meglio quel misterioso, insondabile territorio tra essa e l’età adulta, e la natura, o per meglio dire la campagna. A ben vedere, i due temi non sono che un tutt’uno: entrambi riflettono il mistero di un’autenticità che precede l’irruzione della Storia nella coscienza, l’io in formazione di fronte al mistero del mondo esterno, altro.
La raccolta ruota attorno a tre nuclei: il primo è la difficile conquista della propria identità, al centro del lungo racconto (quasi l’incipit di un romanzo mancato) “Anna e Bruno”, il cui protagonista costruisce faticosamente se stesso attraverso il confronto / rispecchiamento con la madre e con il paesaggio. Il confronto, spesso deludente, con gli altri (i parenti, gli amici, i professori) e la difficoltà di ottenere il riconoscimento da essi di ciò che si è costituiscono l’oggetto del secondo gruppo di racconti, che porta il titolo “Mio cugino Andrea”. Frammenti di storie orecchiate o appena intraviste costituiscono il mosaico di racconti della seconda parte, quasi un accumulo di materiali in vista di una narrazione del mondo: “dovevo vigilare, analizzare le vicende dei miei simili, amici e parenti anche, allo scopo di ricavarci motivi per le novelle che andavo scrivendo: mi sembrava allora che soltanto così si potesse fare dell’arte”, confessa il protagonista di “Una cena”.
L’ultimo gruppo di racconti, “Una città”, scivola decisamente verso la prosa lirica: l’esilità della trama lascia spazio all’intensità della situazione o ad un’impressione nata da una vibrazione stagionale della luce come dall’intreccio di un sentiero.