Nazione germanica, Anno Domini 1631. Un’effimera illusione di pace svanisce con le nevi dell’inverno. Una primavera improvvisa e cruda tramuta la terra tedesca in una desolazione desertica. Magdeburg, città del destino e della dannazione, è di nuovo sull’orlo dell’abisso: la difendono disperatamente le forze luterane sostenute dal re di Svezia, la stringe in una morsa l’esercito dell’Impero cattolico. Intorno a questo palcoscenico di morte si aggirano figure avvolte dalla tenebra, schiacciate dal giogo del loro destino, anime morte e corazzate dall’orrore: il principe Reinhardt von Dekken, pronto a trascinare i suoi uomini nel baratro; Albrecht von Wallenstein, il demiurgo della guerra eterna; Wulfgar, l’eretico in nero; madre Erika, l’indomabile superiora del monastero di Kolstadt e il distaccato Osservatore, che vacilla nella sua imparzialità. Ciò che ha avuto inizio non può essere fermato…
Sarà nel ribollente cratere di Magdeburg che Wulfgar e Reinhardt troveranno il loro fato, in un’apocalisse di corpi e anime che chiude in maniera spettacolare l’epica trilogia ambientata da Altieri nella Guerra dei Trent’anni, un’epoca in cui, come ci ricorda l’autore, “la tenebra dominò il mondo, la follia fanatica pervase la coscienza, il sonno della ragione generò mostri”.

Non sono riuscito a leggerne nemmeno metà, deluso dallo stile di scrittura scelto dall’autore, fatto quasi interamente di una prosa spezzata in brevissime frasi costituite troppo spesso da metafore. Nei precedenti due romanzi, dove il modo di narrare era già un po’ aulico ma non spiacevole, olofrasi e categoriche allegorie erano presenti qua e là, ma senza guastare, dando a certe scene maggior forza di impatto, ma scrivere un intero libro così l’ho trovato snervante. Tutto sembra descritto più per colpire il lettore, per stupire, che per apparire reale e verosimile. Anche certi dialoghi, troppo spesso ridotti a monosillabi appaiono inverosimili.
Forse sono io che non ho colto il tocco dell’artista, forse può essere considerata una scelta azzeccata, ottima per dare quel senso apocalittico che caratterizza la saga, per calare il lettore in un mondo dalle divisioni nette privo di sfumature, ma avrei preferito che cercasse questi risultati con la descrizione, con scene più verosimili, una prosa normale, non con continue frasi ad effetto.