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Discussione: Repetto, Diego - IL BACO E LA FARFALLA - Un'incredibile storia vera

  1. #31
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    Predefinito EBOOK de Il baco e la farfalla

    Cari amici del forum,
    per gli amanti del digitale, il romanzo "Il baco e la farfalla" si trova ora anche in formato ebook!
    Lo si può acquistare su tutte le principali librerie online, al modico prezzo di 1.99 euro
    Un saluto
    Diego

    Il baco e la farfalla - Repetto Diego - eBook - IBS - Narcissus.me
    Il baco e la farfalla: Diego Repetto Ebook:epub, mobi Narcissus.me
    (disponibile sia epub che mobi, quest'ultimo compatible con kindle)

    In formato cartaceo:
    Il baco e la farfalla - Repetto Diego - Libro - IBS - Italia Press - Narrativa

  2. #32
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    Predefinito Il baco e la farfalla (capitolo 15)

    Agosto 1957

    In una giornata afosa di inizio agosto salii sul treno diretto a Genova. Per non rischiare di fare il viaggio a vuoto, avevo avvisato mio zio il quale, pur non celando affatto la sua sorpresa, si era detto molto contento di rivedermi.

    Bussai due volte e rimasi in attesa. Udii un rumore di passi avvicinarsi dietro la porta.
    Un sorriso.
    “Guido, quanto tempo!”.
    “Un po’, sì...”.
    Era invecchiato. Capelli grigi disordinati, barba incolta, due profondi solchi che laceravano le guance in diagonale, occhi vitrei. Era come se per lui il tempo, dall’ultima volta che ci eravamo visti, fosse scorso a velocità doppia.
    “Mi fa piacere vederti. Al telefono mi hai detto che volevi parlarmi di una cosa importante. Sono tutto orecchi”.
    La casa era buia, l’aria stantia. Nella sala, tre nature morte mal dipinte e un vaso di tulipani, così evidentemente finti da non voler nemmeno provare a sembrare veri, appesantivano ulteriormente un arredamento già di per sé opprimente. Le pesanti tende di stoffa marrone impedivano di filtrare anche al più cocciuto raggio di luce. La puzza di fumo, che sembrava emanarsi da ogni oggetto presente, impregnava in profondità tutto ciò che di nuovo e inodore entrava nella stanza. Ero appena arrivato e già desideravo andarmene.
    “Allora?” incalzò.
    Non sapevo da dove iniziare. Non sapevo quanto del mio piano avrei dovuto dirgli. Se fossi rimasto sul vago, si sarebbe insospettito e mi avrebbe rivolto un sacco di domande. Se avessi invece confessato il fine ultimo per il quale mi trovavo lì, mi avrebbe accusato di essere pazzo, senza capire che era proprio contro la follia che stavo disperatamente lottando.
    “Vorrei che mi parlassi di Pietro” dissi tutto di un fiato, distogliendo lo sguardo.
    “Pietro?” ripeté stupito. “Cosa vuoi sapere?”.
    “Chi gli ha sparato e perché”.
    Il sorriso che gli aveva incorniciato il viso da quando mi aveva aperto la porta era già svanito prima del “perché”. Scrollò la testa.
    “È successo tanti anni fa. È stata una fatalità”. Nelle pupille dilatate mi parve di scorgere la richiesta disperata di non riesumare un passato luttuoso e ormai dimenticato.
    “Sei sicuro?” domandai proseguendo deciso per la mia strada, incurante di riaprire ferite già rimarginate.
    “Sì”.
    Il breve ritardo della risposta e un’impercettibile incrinatura della voce non mi convinsero.
    “Ne sei certo?”.
    Altra esitazione.
    “No”.
    Socchiuse gli occhi, io li spalancai, come folgorato da una violenta scarica elettrica. Nei periodi di maggior sconforto, il sospetto che non si fosse trattato di un incidente mi era già balenato in testa, ma ogni volta lo avevo respinto con veemenza per non rendere ancora più dolorosa la realtà dei fatti. Risucchiato in un gioco perverso, mi afferrai al dubbio per non sprofondare.
    “Sei sicuro che non si sia trattato di un incidente?”.
    Questa volta rispose deciso.
    “Sì”.
    Fece una pausa, troppo breve per darmi il tempo di intervenire.
    “Non ne ho mai parlato con nessuno. Ho lasciato il mio segreto a marcire dentro, con l’illusione che potesse distruggere il senso di colpa che mi ha tormentato fin dal giorno in cui è morto tuo padre. Mi rendo conto che è stato tutto inutile e, ora che non sei più un bambino, è giusto che tu sappia come andarono realmente le cose”.
    Sollevò lo sguardo, fino a quel momento fisso sul pavimento, come aspettandosi una mia reazione. Seduto al contrario, con il mento appoggiato allo schienale delle sedia, lo ascoltavo immobile, mummificato dalle sue parole.
    “La polizia sospettava che Pietro fosse coinvolto nell’attentato alla caserma di Pegli. Anzi, ad essere precisi, pensavano proprio che fosse stato lui a mettere la bomba. Un commissario dei carabinieri, lo stesso che poi gli ha sparato, mi contattò e mi fece una proposta. Avrei dovuto sottrarre di nascosto la pistola a mio fratello, in modo da evitare sparatorie quando lo avrebbero arrestato. Lì per lì mi sembrò una proposta sensata. Così attesi l’occasione giusta e quando eravamo dal sarto, senza che se ne accorgesse, ho tolto la pistola dalla tasca interna del cappotto. Poi, quando sono venuto via dal barbiere, ho avvisato i carabinieri. Sapevano quindi che era disarmato. La legittima difesa fu una scusa. Se gli hanno sparato è perché volevano farlo fuori”.
    Un bruciore intenso si espanse dal centro dello stomaco, fino a raggiungere il cervello. Mi alzai di scatto, rovesciando la sedia, e scaricai la tensione accumulata sul primo oggetto che mi capitò tra le mani. Afferrai stretto il vaso di tulipani e, con un grido acuto, lo scagliai con forza contro la libreria. Col respiro affannato, rimasi ad osservare spaesato la mia collera ridotta in frantumi, ripetendo a bassa voce:
    “Lo sapevo, lo sapevo, lo sapevo....”.
    Avrei voluto dirgli che era stato uno stupido, peggio, un bastardo. Avrei voluto raccogliere ogni frammento sparso sul pavimento, ricomporre il vaso e, con ancora maggior violenza, lanciarglielo addosso. Avrei voluto, ma quell’uomo, quel pezzo di merda, mi serviva ancora. Ingoiai così il disprezzo che provavo per lui.
    “Come si chiama” scandii il più calmo possibile.
    “Chi?”.
    “Il commissario dei carabinieri”.
    Era come se stesse disinnescando una bomba, ad ogni risposta rischiava di tagliare il filo sbagliato.
    “Non mi ricordo. Ma....”.
    “Voglio quel nome!” urlai isterico.
    “Ma...” iniziò a balbettare.
    “Vo-glio il no-me” ripetei serio, recuperando il controllo.
    “Aspetta qui” disse. Si alzò e sparì in un’altra stanza. Ritornò poco dopo, con alcuni ritagli di giornale tra le mani. Mi porse dei fogli ingialliti, ricoperti da un sottile strato di polvere.
    “Ho conservato alcuni articoli dell’epoca. Forse ti possono essere utili”.
    Iniziai a leggerli avidamente, fino a quando la ragnatela dei ricordi si fece così fitta da offuscarmi la vista. Distolsi lo sguardo per una manciata di secondi, poi ripresi a scorrere le righe, impaziente. Finalmente trovai ciò che stavo cercando.
    “Commissario Baldoni” lessi lentamente a voce alta.
    “Questo lo prendo io, in prestito” dissi rivolto a mio zio, piegando in quattro il foglio che avevo in mano e infilandolo nella tasca dei pantaloni.
    “Guido... non fare pazzie” mi supplicò visibilmente allarmato.
    “I pazzi fanno cose senza senso. Quello che ho intenzione di fare ha senso, eccome se ha senso” risposi, e mi diressi verso l’ingresso, scortato da un ritmico scricchiolio di porcellana.
    Mi aprì la porta e, prima che uscissi, si avvicinò per abbracciarmi. Sgusciai fuori, disgustato. Mi fermai sul primo gradino e mi voltai a guardarlo. Mi sembrò ancora più vecchio di quando ero arrivato.
    “Mi fai schifo” sentenziai, e sparii inghiottito dalla tromba delle scale.

  3. #33
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    Predefinito Il baco e la farfalla (capitolo 16)

    Ottobre 1957

    Non era stato difficile procurarmi l’indirizzo dell’assassino di mio padre. Il commissario Baldoni era rimasto a Genova solamente un paio di mesi. In seguito a movimentate manifestazioni di protesta e per placare gli animi surriscaldati dei compagni di Pietro, era stato trasferito d’urgenza a Imperia e viveva ad Arma di Taggia.
    Dissi al lavoro che il giorno dopo non sarei potuto andare e che non mi aspettassero nemmeno il giorno successivo. Non mi avrebbero visto per un po’. Dal tono risoluto della mia voce capirono che non era il caso di porre domande.
    La mattina seguente mi svegliai presto. Era il mio giorno. Lo aspettavo da nove lunghi anni. L’attesa sarebbe finita. La sete di vendetta finalmente soddisfatta. Non volevo che il commissario Baldoni pensasse che a sparargli fosse un vagabondo qualunque. Anche se da morto forse non avrebbe potuto pensare. Sorrisi. Mi feci la barba, una doccia, mi spruzzai un po’ di colonia, indossai un paio di pantaloni puliti, una camicia bianca e la giacca blu. Nella tasca interna infilai la pistola. L’avevo comprata per qualche centinaio di lire a Genova in un’armeria nei vicoli del centro storico. All’epoca nessuno chiedeva il porto d’armi, bastava pagare.
    Una leggera brezza rinfrescava l’aria. Salii sul treno e cercai uno scompartimento vuoto. Volevo restare solo con i miei pensieri. Mi accesi una sigaretta e guardai fuori dal finestrino. Il solito dilemma mi assalì all’improvviso. Nuovamente mi chiesi se ciò che stavo facendo fosse giusto o no. Vidi il viso di mio padre riflesso sul finestrino. Il suo sguardo dolce. Il suo sorriso rassicurante. I ricordi hanno il potere di bloccare il tempo. Mio padre era sempre lo stesso, in tutti quegli anni non era invecchiato nemmeno un po’. L’esitazione svanì immediatamente, spazzata via dalla nostalgia.

    Il convoglio ferroviario arrivò ad Arma di Taggia con dieci minuti di ritardo. Non avevo fretta, anche se più il tempo passava più diventavo nervoso e più desideravo concludere la faccenda.
    Entrai in un bar per chiedere informazioni, presentandomi come un nipote del commissario che non vedeva da tempo. Volevo fargli una sorpresa, aggiunsi. In fondo era vero, non mi stava certo aspettando.
    Trovare la casa del commissario non fu impresa facile. Viveva in una casa isolata e per raggiungerla avevo dovuto attraversare un bosco variopinto di castani. Era una giornata calda e soleggiata, più che autunno sembrava estate. Con un cinismo nel quale stentai a riconoscermi, pensai che era un peccato dover lasciare questo mondo in una giornata del genere. Scossi la testa lentamente. Non potevo certo preoccuparmi del clima in quel momento.
    Suonai il campanello. Un uomo sulla quarantina mi aprì la porta.
    “Cerco il commissario Baldoni” dissi cercando di non tradire l’emozione.
    Mi squadrò rapido e mi rispose con sguardo interrogativo.
    “Sono io. Posso sapere chi è lei e perché mi sta cercando?”.
    “Ho delle cose importanti da dirle, ma preferirei farlo dove nessuno ci può sentire”.
    Stavo improvvisando. Nelle ultime settimane mi ero immaginato la scena un numero infinito di volte. Avevo analizzato i diversi scenari. Mi ero ripetuto le possibili battute, le domande, le risposte. Avevo studiato tutto nei minimi particolari. Nessun dettaglio lasciato al caso. E invece l’emozione mi aveva fatto dire la cosa più stupida e banale che potessi dire. Merda, avevo mandato tutto a puttane. Ma lo sconforto non fece in tempo ad assalirmi. Con mio grande stupore, il commissario mi disse di aspettare che si mettesse le scarpe. Non potevo crederci. Riapparve poco dopo, chiuse la porta alle sue spalle, mi invitò a seguirlo e ci inoltrammo in mezzo al bosco.
    “Allora, sentiamole queste cose importanti, signor....” disse scandendo le parole.
    “Tommasi. Guido Tommasi. Sono il figlio di Pietro Tommasi”.
    “ Bene, signor Tommasi figlio di Pietro Tom.....”. Non riuscì a concludere la frase. Gli occhi sbarrati. Lo sguardo incredulo. Aveva capito.
    “Sì, brutto bastardo, sono il bambino che hai reso orfano nove anni fa. E oggi sono qui per rendere giustizia a mio padre”.
    La voce mi tremava dalla rabbia e dalla paura. Senza rendermene conto, avevo sfilato la pistola dalla tasca della giacca, il braccio era teso verso il commissario. Con il dorso della mano destra mi asciugai il sudore che mi colava sugli occhi.
    Capì immediatamente che facevo sul serio. Incominciò a supplicarmi.
    “Senti ragazzo, non fare pazzie. Ascoltami, ti prego. È successo tanti anni fa. È stato un incidente”.
    “Un incidente un *****, pezzo di merda. Sapevi che era disarmato. Eri d’accordo con suo fratello. Che stronzo e ingenuo, scendere a patti con uno sbirro. Me l’ha raccontato come sono andate le cose. Quando mio padre era dal sarto, gli ha sottratto la pistola dalla tasca del cappotto. Così nessuno si sarebbe fatto del male, gli avevi detto. E invece volevi solamente essere sicuro che fosse disarmato. Lo hai ammazzato a freddo, come un cane randagio. Esattamente come ora io ucciderò te”.
    La paura era sparita. Ero accecato dall’ira nei confronti di quell’uomo. Era la seconda volta in vita mia che lo incontravo, ma la sua immagine cupa mi aveva fedelmente accompagnato per anni nei miei incubi peggiori.
    “Senti ragazzo. Mi dispiace davvero tanto. Chiedimi cosa posso fare per te, qualunque cosa, ma ti prego, non ammazzarmi”.
    Aveva le lacrime agli occhi e il volto trasfigurato dal terrore.
    Non provavo nessuna pena.
    “ È semplice. Voglio vendicare mio padre. O meglio detto, voglio fare giustizia”.
    “Ti scongiuro. Se non per me, fallo per i miei figli. Ho un figlio di dodici e una figlia di otto anni. Abbi pietà almeno di loro, ti supplico”. Singhiozzava, era disperato. Si guardò intorno, iniziò a gridare. Chiedeva aiuto.
    “Anche mio padre aveva due figli” dissi lentamente. Mirai al cuore e premetti il grilletto.
    Cadde all’indietro. Una macchia scura iniziò a propagarsi sulla camicia azzurra. Il rimbombo dello sparo mi aveva spaventato. Era stato ancora più forte rispetto a tutte le volte che lo avevo sognato. Gettai la pistola e corsi via. Arrivai in paese che avevo il fiatone e la gamba destra tutta indolenzita. Quel giorno era cambiata la mia vita. Avrei smesso di fumare, pensai. Mi sentivo leggero, mi ero tolto un macigno che avevo dentro, avevo finalmente liberato il rancore che avevo coltivato per così tanto tempo. Alzai lo sguardo verso il cielo terso. Mio padre forse non sarebbe stato d’accordo, ma sicuramente avrebbe capito. Mi capiva sempre lui. Sapeva cosa volevo, cosa mi passava per la testa. Capiva quando doveva essere severo e quando invece era meglio farmi una carezza e abbracciarmi dolcemente. Sentii per un istante che mi ero riappropriato della sua presenza e di tutto quello che ingiustamente mi avevano portato via. Era lì, insieme a me. Sentii la sua voce dirmi ciò che tante volte mi aveva ripetuto, che solamente coloro che si assumono le proprie responsabilità si guadagnano il rispetto altrui. Aveva ragione. Sapevo cosa avrei dovuto fare.

    Venti minuti dopo mi trovavo di fronte al comando dei carabinieri. Suonai il campanello e al ragazzo in divisa che mi aprì la porta dissi che avevo giustiziato l’assassino di mio padre.
    Fui immediatamente trasferito in carcere a Cuneo. Dato che mi ero dichiarato colpevole, mi processarono per direttissima. Fu l’avvocato d’ufficio a informarmi che il commissario non era morto.
    “Sei stato fortunato, ragazzo, tre centimetri più in basso e gli avresti spappolato il cuore. Addio commissario e addio libertà. Avresti trascorso il resto della tua vita in prigione”.
    Lo aveva trovato la moglie in fin di vita e all’ospedale erano riusciti a salvarlo. Mi assalì lo sconforto, ma non dissi nulla. Sapevo che l’avvocato non avrebbe compreso. Non ero riuscito a vendicare mio padre. Mi sentii un fallito.
    “Se riusciamo a convincere il giudice che eri un povero orfano tormentato dal dolore forse te la caverai con poco”.
    Strizzò l’occhio in cerca di complicità. La sua faccia sorridente e soddisfatta di chi pensa di avere incontrato una soluzione geniale mi nauseò.
    “Senta, è la prima volta che mi vede in vita sua. Conosce appena il mio nome. Non sa nulla di me. Ignora il mio passato. Sa solo che mio padre è morto. La smetta con questa pagliacciata dell’orfanello. Non c’è da convincere proprio nessuno”.
    S’irrigidì come se gli avessero dato un pizzicotto in mezzo alla schiena. Con un gemito di stizza si alzò e si avviò verso l’uscita.
    “Spero che la severità del giudice sia tanta quanto la tua insolenza” starnazzò senza nemmeno voltarsi.

    Mi condannarono a cinque anni e quattro mesi. La vigilia di Natale venni trasferito nel carcere di Viterbo.

  4. #34
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    Predefinito Intervista e recensione

    Cari lettori del forum,
    vi segnalo due link, il primo con un'intervista al sottoscritto per il blog Librofilia, il secondo con una recensione de "Il baco e la farfalla" scritta da Chiara Ruggero.
    Librofilia intervista Diego Repetto - librofilia.it
    Il baco e la farfalla - Diego Repetto recensione - librofilia.it
    Un saluto
    Diego

  5. #35
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    Sto leggendo con piacere il tuo romanzo,capitolo dopo capitolo,ma non sapevo che il protagonista fosse realmente esistito e che per giunta fosse un tuo parente,l'ho appena scoperto leggendo i link da te postati.
    Quanti capitoli mancano?

  6. #36
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    Predefinito Una storia vera

    Citazione Originariamente scritto da Minerva6 Vedi messaggio
    Sto leggendo con piacere il tuo romanzo,capitolo dopo capitolo,ma non sapevo che il protagonista fosse realmente esistito e che per giunta fosse un tuo parente,l'ho appena scoperto leggendo i link da te postati.
    Quanti capitoli mancano?
    Ciao!
    Già, si tratta di una storia ispirata a fatti realmente accaduti. Se non mi fosse stata raccontata direttamente dal protagonista e se non avessi avuto conferma da terzi, confesso che io stesso avrei difficoltà a credere che tutti i fatti descritti nel libro possano davvero essere accaduti.... è una storia inimmaginabile!
    In tutto sono 39 capitoli, ne mancano quindi 23.
    Ciao
    Diego
    P.S. Se volessi procedere più rapida nella lettura o ti facesse piacere possedere il libro, posso spedirti una copia cartacea con un po' di sconto (8 euro invece dei 12 che pagheresti in libreria )

  7. #37
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    Citazione Originariamente scritto da Diego Repetto Vedi messaggio
    Ciao!
    Già, si tratta di una storia ispirata a fatti realmente accaduti. Se non mi fosse stata raccontata direttamente dal protagonista e se non avessi avuto conferma da terzi, confesso che io stesso avrei difficoltà a credere che tutti i fatti descritti nel libro possano davvero essere accaduti.... è una storia inimmaginabile!
    In tutto sono 39 capitoli, ne mancano quindi 23.
    Ciao
    Diego
    P.S. Se volessi procedere più rapida nella lettura o ti facesse piacere possedere il libro, posso spedirti una copia cartacea con un po' di sconto (8 euro invece dei 12 che pagheresti in libreria )
    Certo che sono proprio fuori...c'è scritto pure nel titolo del 3d che è una storia vera .

    Non è per non spendere gli 8 euro (i soldi per i libri sono sempre spesi bene),ma ho già tanti libri a casa in attesa che il tuo preferisco leggerlo qui un capitolo alla volta,come si faceva prima con i romanzi pubblicati a puntate sulle riviste.
    Ti ringrazio dell'offerta e mi scuso,però mi farò perdonare con una bella recensione in PB .
    La storia è ben narrata,ha davvero un ritmo avvincente e l'argomento mi ha sempre destato interesse.

  8. #38
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    Predefinito Il baco e la farfalla (capitolo 17)

    Gennaio 1958

    La fila doveva essere perfetta. Dovevamo camminare al centro del corridoio, tra due pareti invisibili distanti mezzo metro l’una dall’altra. Guardare sempre di fronte. Mantenere costantemente la solita distanza da chi ti precedeva. Assolutamente vietato perdere il passo. Proibito parlare. Si entrava nei bagni a gruppi di cinque, sfasati di due minuti e mezzo, in modo che nelle docce non ci fossero mai più di dieci persone contemporaneamente. Trenta secondi per spogliarsi. I secondi cinque si insaponavano, mentre i primi cinque terminavano di sciacquarsi. Un minuto e mezzo per la prima operazione, altrettanto per la seconda. Altri trenta secondi per asciugarsi. Un minuto per rivestirsi. Tempo totale: cinque minuti.
    La prima volta sei schifato dagli scarafaggi che ti sfrecciano tra i piedi e imbarazzato da tutti quei corpi nudi, molti dei quali in disfacimento, che a volte ti sfiorano e altre volte ti scontrano. Non sai dove rivolgere lo sguardo, hai il timore di venire sorpreso mentre ti soffermi disgustato sui casi estremi, quelli troppo adiposi e quelli invece che ti ricordano un ramo secco e spoglio. Poi ci fai l’abitudine, agli insetti e a tutto il resto, ti rendi conto che il tempo è contato, ti dimentichi di ciò che ti circonda e ti concentri sulle azioni da compiere, impegnandoti a non sgarrare.

    “Non fidarti di nessuno”.
    Mi volsi per vedere a chi apparteneva la voce alle mie spalle. Un uomo col volto scavato, ciuffi radi di peli neri in testa, l’unico incisivo rimasto spezzato a metà, le spalle spioventi.
    “Scusa?”.
    “Non fidarti di nessuno. Il più buono qui dentro venderebbe sua madre per un pacchetto di sigarette. Diffida sempre di chi ti offre un favore”.
    Ero disorientato.
    “Perché me lo dici?” domandai senza smettere di insaponarmi.
    “Perché hai la faccia simpatica. Sicuro che sei qui per sbaglio”.
    Allungò il braccio.
    “Enrico”.
    “Guido” mi presentai titubante.
    Le mani scivolarono l’una sull’altra, ribellandosi alla stretta. Terminammo di lavarci in un incrocio di sguardi. Mentre mi infilavo i pantaloni, facendo attenzione a non farmi udire dalla guardia, gli sussurrai:
    “E di te mi posso fidare?”.
    Sorrise.
    “Di me sì” rispose ammiccando.

    In cella, sdraiato sulla branda, ripensai all’incontro. Quel tizio aveva proprio una brutta cera, ma in prigione un aspetto del genere era quasi la norma. Gli occhi però erano vivi e, soprattutto, mi erano parsi sinceri. In ogni caso non riuscivo a spiegarmi come mai mi avesse messo in guardia, da cosa e da chi. Forse era solo un avvertimento generico, forse gli ero simpatico davvero. Pensava che fossi lì per errore. Si sbagliava. E lui? Chissà per quale ragione si trovava lì. Magari anche lui aveva provato ad ammazzare qualcuno. Magari, diversamente da me, ci era anche riuscito, ed ora aveva la coscienza a posto e l’anima in pace. Io, invece, avevo coltivato la mia nemesi per anni. Mi aveva, non ancora identificata, tormentato e divorato dall’interno. Poi, quando finalmente ero riuscito a darle forma e azione, era sfumata per pochi miserabili centimetri, lasciandomi invaso da aride sensazioni, prosciugato, più assetato che mai.
    Ora non mi restava altro che rincorrere pensieri che, come una pallina impazzita di gomma, rimbalzavano caotici tra le quattro pareti che delimitavano lo spazio angustio in cui ero rinchiuso.

    Rividi Enrico il sabato successivo, durante l’ora d’aria. Era seduto su una panchina e osservava distrattamente la partita di calcetto che si stava svolgendo nel cortile della prigione. Lo raggiunsi e mi sedetti al suo fianco. Mi allungò il pacchetto di sigarette, guardandomi di sfuggita.
    “Vuoi?”.
    Dopo aver sparato al commissario Baldoni avevo deciso di smettere, ma il fallimento della vendetta, mi dissi, annullava automaticamente quella promessa.
    “Grazie”.
    Quando si accorse che la sigaretta penzolava spenta tra le mie labbra, mi porse la sua per accenderla. Aspirai a lungo per riempirmi i polmoni. La prima tirata era sempre la migliore. Soffiai il fumo verso l’alto e rimasi a fissare il cielo. Enrico sembrava ignorare la mia presenza. Il suo atteggiamento contrastava con l’approccio confidenziale che aveva avuto nelle docce qualche giorno prima. Si era ficcato in bocca il mozzicone che gli avevo restituito e, con aria annoiata, aveva aspettato che si consumasse solo.
    “Perché non giochi?” domandai per rompere il ghiaccio.
    “Perché voglio troppo bene alle mie gambe per regalarle a dei macellai. Le partite servono per regolare i piccoli diverbi avuti durante la settimana. Guarda, alcuni si disinteressano completamente della palla e puntano diretti alle caviglie”.
    Con un movimento del capo mi invitò a verificare quanto aveva affermato.
    “Ogni tanto nella confusione qualcuno si sbaglia e rompe la caviglia di uno che non c’entra un *****. Non mi va di correre il rischio, tutto qui” chiarì sollevando appena le spalle.
    “Perché hai detto “piccoli diverbi”?”.
    “Si vede che sei arrivato da poco”. Il suo tono mi fece sentire un ingenuo.
    “Quando hai un problema, uno vero, non ti accontenti delle caviglie”.
    Giocava con le pause, si divertiva a stuzzicare la mia curiosità. Raccolse la palla che era rotolata ai suoi piedi e la restituì a un giocatore che si era avvicinato alla panchina.
    “Vedi quello che ha preso la palla?”.
    Annuii.
    “Lo chiamano il “droghiere”. Se hai bisogno di qualcosa, lui te la procura. I prezzi sono onesti. La merce più richiesta sono i coltelli. Servono per risolvere i problemi, quelli seri”.
    Iniziavo a capire.
    “Vedi il portiere?”.
    “A destra o sinistra?”.
    “Destra”.
    Feci cenno di sì.
    “Gaetano detto “Marzapane”. Meglio stargli alla larga. Quando era fuori faceva parte di un gruppo di banditi siciliani. Qui in carcere controlla il giro delle scommesse. Un paio di mesi fa ha sorpreso uno mentre gli rubava dei soldi. Due giorni dopo l’hanno trovato nelle docce in un lago di sangue, una decina di coltellate alla schiena, altrettante in pancia, le dieci dita amputate infilate in bocca. Un lavoretto da professionisti”.
    Sentii un conato di vomito salire dallo stomaco. Riuscii a fatica a rispedire al mittente i succhi gastrici che percorsero a ritroso la laringe lasciandomi in bocca un disgustoso retrogusto acidulo. Restai a fissare, incredulo, l’uomo che giocava in porta alla mia destra. A vederlo dava l’impressione di uno che non avrebbe ucciso nemmeno una mosca.
    “Perché “Marzapane”?” domandai non appena ritornai in me.
    “Pare che sia goloso di pasta di mandorle. Sai com’è, ognuno ha i suoi vizi” sospirò Enrico allargando le braccia.
    Un fischio acuto e prolungato annunciò il rientro in cella. I giocatori smisero di essere giocatori, gli spettatori di essere spettatori, e tutti si trasformarono nuovamente in carcerati. Un insieme scomposto e zoppicante di volti madidi e impolverati si trascinò stancamente verso la porta del cortile. Anche quel giorno, come sempre, quei maledetti sessanta minuti, pessimo surrogato della libertà perduta, erano passati troppo in fretta.

    Quando giunsi di fronte alla cella vidi che i miei due compagni erano già rientrati. Respiravano la mia stessa aria da quasi tre settimane, eppure non sapevo nulla di loro. Ignoravo le loro storie, perché si trovassero lì, quanti anni dovessero scontare. Del resto in prigione si imparano subito alcune regole di “sopravvivenza” senza che nessuno te le spieghi. Non ce n’è bisogno, semplicemente lo avverti. Anche se nessuno te l’ha detto, sai che non devi mai chiedere a una persona il motivo per cui si trova in carcere. Se e quando sarà il momento, sarà lei a dirtelo. Scopri che meno ti interessi di ciò che succede intorno a te e meglio è. Capisci che il modo migliore per non incorrere in una domanda inopportuna è non farla. Presto ti rendi conto che la prigione è come un grande bazar di seconda mano, sporco e maleodorante, dove la speranza è esaurita da un pezzo, la morte è perennemente in saldo e la curiosità ha quasi sempre un prezzo elevatissimo.
    Mi sdraiai sul letto, lentamente, cercando inutilmente di non farlo cigolare per non infrangere il silenzio. Assunsi una posizione fetale sotto la coperta ricoperta di pulci e, rassegnato, attesi che la noia e il torpore venissero a farmi visita.

    Trascorse un’altra settimana.
    Appena varcata la porta del cortile mi accorsi che la panchina era vuota. Cercai Enrico con lo sguardo, ma in tutto lo spiazzo non c’era traccia della sua presenza. Attesi che l’azione si svolgesse lontano da me e attraversai di corsa il campo da gioco. Presi posto sulla panchina. La visione era perfetta, potevo controllare il cortile intero con un semplice movimento degli occhi. “Marzapane” quel giorno non stava giocando. Era appoggiato al muro, scortato da un paio dei suoi uomini, e si guardava intorno nervosamente, come se si sentisse minacciato da qualcosa.
    Finalmente apparve Enrico, sulla soglia della porta d’ingresso. Alzai un braccio e lo mantenni sollevato fino a quando non lo vidi venire verso di me.
    “Il medico è proprio un figlio di puttana” sbottò prima ancora di sedersi. “Lo devi supplicare perché ti dia una medicina del *****. Avevo lo stomaco in fiamme, non riuscivo nemmeno a stare in piedi. Mi hanno portato in infermeria dove ’sto stronzo mi ha visitato e mi ha detto che non era niente. Quanto si è fatto pregare per due pastiglie! Manco le pagasse lui! Ti auguro davvero di non averci mai nulla a che fare”. Sputò per terra la sua rabbia.
    “Mi spiace. Ora come va?”.
    “Meglio” rispose poco convinto, sfregandosi con una mano il viso e con l’altra la pancia.
    Si sedette al mio fianco e si accese una sigaretta senza offrirmene. Fece due tiri, poi me la passò.
    “Vuoi fumare? È l’ultima”.
    “No grazie”.
    Restammo qualche minuto in silenzio ad osservare la partita.
    “Ho chiesto la grazia” disse senza voltarsi.
    “Cosa hai chiesto?”.
    “La grazia. Al presidente della Repubblica. Che mi faccia uscire da qui”.
    Probabilmente si rese conto che non mi aveva mai detto per quale ragione si trovasse lì, perché prima che potessi dire qualcosa iniziò a raccontare:
    “Sono otto anni che sono dentro e non ho ammazzato nessuno. Si tratta di un gioco da ragazzi, mi avevano detto. Niente armi vere, solo pistole giocattolo. Non devi nemmeno entrare in banca, tu resti fuori e fai da palo. Dai Chicco, senza di te il colpo salta. Erano amici di vecchia data, mi sono fidato. Invece Lele si era portato dietro una pistola vera e quando l’impiegato si è rifiutato di aprirgli la cassaforte lo ha fatto secco. Ma come ***** si fa a sparare a una persona disarmata?”.
    Non riuscii a sostenere il suo sguardo. Non saprei dire se non notò o ignorò deliberatamente il mio imbarazzo. In preda a un’improvvisa agitazione, proseguì travolgente, come un fiume in piena.
    “Li ho visti uscire di corsa. Sei un coglione! Un idiota! Gli urlava Johnny. Salta in macchina. Presto. E dopo aver sbattuto le portiere. Dai ***** Chicco, metti in moto e parti che se ci beccano siamo fottuti!”.
    Prese il respiro, espirò piano, recuperando la calma.
    “Ci hanno beccato a un posto di blocco all’uscita della città” concluse con voce atona.
    Otto anni e chissà quanti altri ancora da scontare per aver fatto da palo in una rapina finita male. Cinque anni per aver voluto ammazzare una persona e non esserci riuscito per avere sbagliato il tiro. Mai come in quel momento la giustizia mi sembrò così poco giusta.
    “Pensi che te la concederanno? La grazia, intendo”.
    “Non lo so. Ma sono stufo di marcire qui dentro. Guardami. Ho trentacinque anni e ne dimostro cinquanta. Ogni anno trascorso in prigione equivale a tre passati fuori”.
    Pensai che era vero, pareva molto più vecchio di quanto fosse in realtà. Enrico socchiuse gli occhi, vergognandosi del velo di tristezza che li aveva ricoperti.
    “Vedrai che accetteranno la tua richiesta” cercai di consolarlo.
    Fummo interrotti dal segnale di rientro. Ci incamminammo in direzione dell’uscita, mischiandoci al resto dei detenuti, trascinando i piedi, risucchiati contro la nostra volontà come tanti piccoli granelli di polvere.
    Vidi che “Marzapane” si manteneva ai lati del flusso, protetto dalle sue guardie del corpo. Ogni due o tre passi, dava una rapida occhiata alle proprie spalle. Lo feci notare a Enrico.
    “Tre giorni fa, in un casolare nella campagna di Palermo, hanno arrestato Totò “Barracuda”. Gaetano era il suo braccio destro. Girano voci che sia stato proprio lui a fare la soffiata ai carabinieri. Se anche i complici di “Barracuda” ne sono convinti, “Marzapane” è un uomo morto”.
    Mi domandai come facesse a saperlo, evitando accuratamente di chiederglielo. Avevo sentito dire che in prigione le voci girano più rapidamente che in ogni altro posto. La notizia dell’arresto di “Barracuda” aveva impiegato tre giorni per raggiungermi. Sollevai le spalle e sorrisi dentro di me, dovevo proprio essere l’ultimo in tutto il carcere di Viterbo a esserne venuto a conoscenza.

    Un paio di giorni dopo mi toccò il turno nelle docce insieme a Enrico.
    “Te l’avevo detto che era un fantasma che camminava” disse piano.
    “Lo hanno ammazzato?” domandai sorpreso.
    “Avvelenato con un caffè. Per uno come lui, una morte sciocca e senza gloria. Sinceramente lo facevo più intelligente” rispose beffardo.

  9. #39
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    Predefinito Il baco e la farfalla (capitolo 18)

    Luglio 1958

    “Ancora niente?”.
    “Niente. E tu?”.
    “Niente”.
    Ogni sabato la scena si ripeteva uguale. Sembravamo i protagonisti di un vecchio film che il proprietario di un fatiscente cinematografo caduto in disgrazia si ostinava a proiettare per un pubblico sempre più scarso e annoiato. Erano quattro mesi che, imperterrito, soffiava via la polvere dalla pizza con la pellicola, avvolgeva i primi fotogrammi intorno a quella vuota e, dopo essersi accomodato nella sala di proiezione in compagnia di un bicchiere di whisky scozzese, si accingeva per l’ennesima volta a domandarsi se per caso quei due poveretti non avessero meritato maggior fortuna. Sapeva le battute a memoria, eppure sperava sempre in un colpo di scena a sorpresa. Anche quella volta, invece, non era accaduto niente.
    “La mia domanda sarà capitata in mano a un burocrate distratto e in questo momento sarà sepolta sotto una pila di scartoffie alta così” si lamentò sconsolato, posizionando la mano destra a circa un metro da terra. Le mani di Enrico, in continuo movimento, conferivano spesso una sfumatura teatrale alle sue esternazioni.
    “Te l’aveva detto l’avvocato che ci sarebbe voluto del tempo” gli ricordai “cerca di avere pazienza”. Poi aggiunsi, poco convinto “Vedrai che presto ti diranno qualcosa”. In verità incominciavo a credere che non gli avrebbero mai concesso la grazia, e più me ne convincevo, più mi faceva pena.
    “L’avvocato... ma come faccio a fidarmi di quello che mi ha detto, se durante il nostro colloquio non faceva altro che guardare l’orologio e camminare avanti e indietro per la stanza! Te lo dico io, a quello stronzo non gliene frega niente della mia grazia. Tanto ci sono io, non lui, in questo schifo di posto” ribatté amaro.
    Enrico era cambiato. Da quando si era illuso di riacquistare la libertà, la sua condizione di recluso gli risultava ogni giorno più difficile da sopportare. Mi venne in mente quando, parecchi mesi prima, mi aveva rivelato che una delle poche cose utili del carcere è che ti insegna ad essere indipendente. Mi aveva fissato negli occhi e aveva detto: Quando sei dentro impari a non avere bisogno di nessuno, è l’unico modo per sopravvivere e non affogare nel mare di merda in cui stiamo nuotando. Ora, invece, mi sembrava che il suo stato d’animo dipendesse disperatamente dai nostri rari colloqui. Percepivo che si aggrappava con tutte le forze alle poche parole che gli rovesciavo addosso per cercare di persuaderlo a non desistere. Mi sentivo responsabile e incominciai a temere che potesse abbandonarsi a un gesto sconsiderato senza avere in seguito la possibilità di pentirsene.
    “Ogni anno sono centinaia i detenuti che chiedono la grazia. Ogni caso è diverso dagli altri e richiede uno studio specifico. I tempi si allungano, ma ciò non significa che l’esito sarà negativo” argomentai.
    “Chi sta fuori non si rende conto” replicò secco. “Il ritmo della loro vita è scandito dai loro problemi, non dai nostri. Il lavoro, la famiglia e tutto il resto. Un ritmo frenetico, una corsa affannosa senza un attimo di respiro. A loro il tempo manca, a noi avanza”.
    Non lo avevo mai visto così pessimista. Pensai che quel giorno sarebbe stato difficile fornirgli un solido appiglio a cui attaccarsi. Feci un ultimo disperato tentativo.
    “Cosa vuoi che sia un mese in più o in meno rispetto agli anni che ti aspettano una volta libero”.
    Un raggio di sole aveva scovato un varco tra le nubi e illuminava il volto stanco di Enrico. Scosse la testa.
    “Non ci libereremo mai dall’onta del carcere. Ladri, assassini, stupratori, siamo la parte malata della società. Una società che si riempie la bocca di tante belle parole: recupero psicologico, rieducazione, reinserimento sociale. Tutte stronzate. Guardati attorno e dimmi sinceramente se pensi che ci sia qualcuno che una volta uscito da qui avrà una vita normale”. Con il braccio teso e il palmo rivolto verso l’alto aveva descritto nell’aria un semicerchio che andava da un lato all’altro del cortile.
    Spazzai con lo sguardo lo spazio circostante. Non trovai difetti nell’analisi di Enrico. Tacqui.
    “Pensano alla cura e non si occupano mai della prevenzione. Nessun politico che si domandi perché alcune persone rubano. Nessuno che provi ad evitare un omicidio piuttosto che limitarsi a trovare e punire il colpevole. Il disagio sociale non esiste per volontà divina, è il prodotto di un certo tipo di società, un modello ben preciso in cui la povertà di molti è funzionale alla ricchezza di pochi. La riprova è che tra coloro che detengono il potere non c’è nessuno che si preoccupi veramente del disagio sociale, che provi a sradicarlo”.
    Faticavo a seguirlo. La sicurezza con la quale esprimeva le sue idee era sufficiente per convincermi del fatto che avesse ragione. Mi limitavo però a una condivisione superficiale. Le sue parole mi apparivano come un bel quadro di cui riuscivo ad apprezzare solamente la lucentezza dei colori e la precisione delle singole figure senza coglierne il significato nella loro complessità. Enrico si accorse della mia difficoltà e fece una pausa. Si accese una sigaretta.
    “Vuoi dire che un ladro sarà per sempre un ladro e un assassino resterà per sempre un assassino?” domandai per verificare se avevo capito.
    “Proprio così”. Nel suo sorriso appena accennato colsi la soddisfazione di chi ottiene la conferma di aver trasmesso con successo un concetto complicato.
    “Se trascorri vent’anni in carcere, quando esci non sei nemmeno in grado di riconoscere ciò che ti circonda” proseguì. “Ti ritrovi nuovamente, senza volerlo, nella condizione di emarginato. Non sai come muoverti. Te lo dico per esperienza personale. La prima volta che sono finito in prigione ci sono restato solamente cinque anni e quando sono uscito era come se ne fossero passati venti. Per un detenuto, oltre al danno di invecchiare più velocemente, c’è la beffa di ritrovarsi poi in un mondo sconosciuto. Il mondo avanza, non può permettersi di fermarsi ad aspettare chi è finito in galera. Il progresso è inarrestabile. Le città cambiano, i lavori cambiano, gli usi e i costumi cambiano, tutto cambia al di là di queste mura. Qui invece tutto resta uguale, cristallizzato. Siamo un baco che mai si trasformerà in farfalla”.
    Lo osservai sorpreso. Non mi aveva mai confessato di essere già stato in carcere. Lo vidi esausto, senza più voglia di lottare. Sentii che il suo pessimismo mi stava lentamente contagiando. Sarei dovuto rimanere lì altri quattro anni e nove mesi. Mi chiesi come sarebbe stato il mondo che avrei trovato una volta fuori. Davvero irriconoscibile? Ed io? Sarei rimasto per sempre un assassino mancato?
    Il segnale di rientro mi riportò bruscamente al presente. Mi alzai e porsi la mano a Enrico che la sfruttò per mettersi in piedi. Ci mischiammo al resto dei detenuti che rientravano senza fretta. Prima di separarci, gli afferrai un braccio e lo tirai leggermente verso di me.
    “Enrico, ci vediamo sabato prossimo” dissi per esorcizzare i miei timori.
    Non rispose. Sollevò la mano in segno di saluto e si avviò verso la parte di edificio in cui si trovava la sua cella.

    Mi sdraiai sulla branda, lo sguardo perso tra le chiazze di umidità del soffitto. Ripensai alle parole di Enrico. Il ritmo della loro vita è scandito dai loro problemi, non dai nostri. Quali erano i problemi di Costanza? Perché non era venuta a trovarmi nemmeno una volta? E Giovanna? Perché non rispondeva alle mie lettere? Gliene avevo già scritte tre da quando ero in carcere e non avevo ricevuto nessuna risposta.

    Il sabato successivo trascorsi l’intera ora d’aria con lo sguardo inchiodato sulla porta di ingresso del cortile con la speranza di vedere apparire Enrico da un momento all’altro. Non si fece vivo e rientrai in cella con un triste presentimento.

    La settimana seguente, appena uscito nel cortile, lo vidi seduto sulla solita panchina. Lo raggiunsi a passo svelto.
    “Ma dove eri sparito?”.
    “Sono stato male”.
    “Pensavo che tu…”.
    “Pensavi cosa?”.
    “Pensavo….. niente. Sono contento di rivederti”.

  10. #40
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    Predefinito Il baco e la farfalla (capitolo 19)

    Novembre 1958

    Dal suo modo di camminare capii subito che era successo qualcosa. I piedi sfioravano appena il terreno, non lo marcavano pesantemente come al solito. Si fermò a pochi passi da me.
    “Il Presidente della Repubblica ha firmato. Mi hanno concesso la grazia”.
    “Ma è meraviglioso!” esclamai emozionato, in preda a una felicità improvvisa come se avessero graziato me. Lo abbracciai forte.
    Enrico subì la presa inerme. Una volta libero si sedette al mio fianco e lasciò che le lacrime gli segnassero il viso.
    “Non ci speravo più, sai” disse poco dopo con un filo di voce.
    “Io invece ero sicuro che prima o poi te l’avrebbero data” mentii.
    Nel frattempo aveva smesso di piangere.
    “Sai già dove andrai, cosa farai?” domandai.
    “No. Sarà come nascere un’altra volta, la terza. Mi hanno concesso una nuova opportunità, spero di riuscire a coglierla. Avevo smesso di crederci, ho avuto così tanto tempo per pensare che alla fine non ho pensato affatto. Non ho progetti, non ho idee” rispose sollevando le spalle.
    Mi apparve fragile e indifeso. Lo immaginai vagare per strade affollate, invisibile agli occhi degli altri, aggirarsi sperduto in un mondo ostile e incomprensibile. Un mondo che, per quanto si sforzasse, restava invisibile ai suoi occhi.
    “L’importante è che tu stavolta non faccia stronzate” lo ammonii.
    Rise.
    “Solo se sentirò nostalgia di te”.
    “Sei proprio scemo”.
    Enrico era diventato per me un punto di riferimento. La sua presenza e le nostre chiacchierate sopperivano in gran parte all’assenza di calore umano tipica della prigione. Non avevo contatti con l’esterno, avevo ormai rinunciato a scrivere lettere destinate a rimanere senza risposta. Non ricevevo visite. All’interno del carcere non avevo stretto alcun rapporto se non con lui. La sua partenza avrebbe lasciato un vuoto impossibile da riempire.
    “Sai già quando ti faranno uscire?”.
    “Presto. L’avvocato ha detto che è una questione di giorni”.
    “Enrico...”.
    “Sì?”
    “Mi mancherai”.
    Mi appoggiò le mani sulle spalle e sorrise.
    “Anche tu” e mi abbracciò stretto. Poi rovistò nella tasca interna della giacca e ne estrasse un pacchetto.
    “Dai, l’ultima”.
    Sfilai una sigaretta e la appoggiai tra le labbra. Mi avvicinai all’accendino di Enrico proteggendola dal vento con entrambe le mani. Poi restammo in silenzio in attesa della sirena, speculari, con la sigaretta nella mano esterna, la sua destra e la mia sinistra, la schiena saldamente appoggiata alla panchina e lo sguardo perso all’infinito, ciascuno prigioniero dei propri pensieri.

  11. #41
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    Predefinito Il baco e la farfalla (capitolo 20)

    Febbraio 1960

    Sentii un fluido viscoso colare lungo le natiche e un liquido caldo bagnarmi le cosce. Il fetore si diffuse rapidamente nell’atmosfera insalubre della cella. Il fascio di luce che penetrava dalla finestrella vicino al soffitto illuminava il pulviscolo sospeso nell’aria fredda e umida. Immaginai i gas fuoriusciti dalle mie viscere mischiarsi alle molecole di ossigeno e mi domandai se fosse possibile morire soffocati dalle esalazioni dei propri escrementi.
    Dall’inclinazione dei raggi solari calcolai che doveva essere pomeriggio inoltrato. Avrei dovuto aspettare ancora due o tre ore prima di essere spruzzato. Rabbrividii al pensiero del metallo bagnato a contatto con la pelle. Erano già due giorni che ero legato, nudo, a quella gelida tavola di ferro con un ampio foro circolare all’altezza del sedere. Isolamento rieducativo, così lo chiamavano. Era la punizione più temuta dai detenuti. C’ero finito per uno stupido screzio con una guardia frustrata. Mi aveva preso di mira da alcune settimane, ogni suo sguardo o parola erano state una provocazione. Quando, saturo della sua subdola prepotenza, avevo reagito insultandola, una smorfia sadica e un ghigno feroce mi avevano gelato il sangue.

    Il suono metallico del chiavistello riecheggiò nello spazio vuoto.
    “Puah, che schifo! La tua merda puzza più di un animale putrefatto” esclamò la guardia di turno.
    “Lavalo” ordinò l’uomo che la accompagnava.
    La guardia sollevò la coperta, afferrò il tubo di gomma, aprì al massimo il rubinetto e mi sparò addosso il getto potente di acqua ghiacciata. Quando si accanì sui genitali strinsi i denti e sopportai in silenzio il dolore. Avevo imparato che il sadismo di alcune guardie durava meno se non era alimentato da urla e suppliche.
    “È tutto suo, dottore”.
    Il medico del carcere si avvicinò e mi analizzò con una rapida occhiata.
    “Come si sente?” domandò con tono professionale, lo stesso che avrebbe usato se si fosse trovato di fronte a un paziente nel suo studio privato.
    La mia permanenza in quel posto dipendeva dal mio autocontrollo. Il giorno prima, alla medesima domanda, avevo risposto mandandolo a quel paese. Si era rivolto serio alla guardia suggerendole di lasciarmi lì ancora un po’, perché ero troppo nervoso.
    “Starei meglio altrove” ribattei, sforzandomi di rimanere calmo.
    “Ah sì? E dove?”.
    “Nella mia cella”.
    “Eppure qui se ne può stare da solo, tranquillo... pensare... riflettere...”.
    Si era spostato di fianco ai miei piedi, costringendomi a tenere sollevata la testa per poterlo vedere. La cinghia di cuoio premeva sul pomo d’Adamo, come a volerlo respingere in gola.
    “In cella siete in tre in otto metri quadrati”. Chiuse gli occhi. “Nemmeno tre metri quadrati a testa” aggiunse dopo qualche secondo con un sorriso, fiero della propria rapidità di calcolo.
    Sentii i muscoli del collo irrigidirsi. Abbandonai la testa all’indietro, cercando di non farla sbattere sulla tavola di ferro. Quell’uomo avrebbe fatto perdere la pazienza anche a un monaco buddista.
    “Lo spazio non è un problema” mentii.
    Si mosse nuovamente e si posizionò in modo che potessi guardarlo senza sollevare il capo.
    “Però deve ammettere che qui ha delle comodità particolari. Per esempio, non deve fare la coda per andare in bagno”.
    La guardia soffocò a stento una risata. Il medico si massaggiò il mento con l’indice e il pollice, compiaciuto che la propria ironia venisse apprezzata dal pubblico presente. Avvertii un formicolio propagarsi dalle dita alle mani fino alle braccia. Serrai i pugni. Il medico si accorse del gesto. I suoi occhi si accesero della soddisfazione di chi si considera ormai vincitore. Sentii i nervi cedere. Con un ultimo sforzo provai a ritardare la risposta, sostenuto dalla flebile speranza che accadesse qualcosa che mettesse fine a quel martirio psicologico.
    Silenzio.
    Le gocce d’acqua che cadevano sul pavimento bagnato dalla struttura metallica sulla quale giacevo scandivano il lento e inesorabile scorrere del tempo.
    Respirai profondamente. Sentii l’aria fluire per il corpo, allentare le tensioni, massaggiare i muscoli, sciogliere le articolazioni, accarezzare i tendini. Il formicolio stava scomparendo. Ruotai leggermente il collo da una parte, poi dall’altra, come per verificarne la riacquistata mobilità.
    “O forse preferisce fare i suoi bisogni in compagnia?”.
    Si portò la mano destra davanti alla bocca e spalancò gli occhi, simulando un atteggiamento di scusa per avere azzardato tale ipotesi. La sensazione di scandalo che provava nel visualizzarsi la scena e che traspariva dal suo sguardo era invece reale.
    “Ha ragione dottore, qui non ho fretta. Posso concentrarmi con calma, riflettere, pensare, immaginare che la sua orrenda faccia da culo sia qui sotto e ricoprirla di merda”.
    Il viso gli si incendiò. Alzò il braccio per colpirmi, ma si ravvide un attimo prima di scaricare sul mio corpo inerme i cocci della sua autorità calpestata e offesa. Visibilmente seccato per aver perso, seppur per un istante, il controllo della situazione, mi diede le spalle e si avviò con passo deciso verso l’uscita, inseguito dalla guardia.
    “Ti concederemo ancora un po’ di tempo per le tue fantasie” sentenziò sprezzante. “Non dimenticarti mai che non sei altro che un rifiuto della società, un piccolo stronzo insignificante. Fosse per me, ti lascerei marcire qui dentro per il resto della pena” concluse minaccioso prima di abbandonare la cella.
    Il rumore freddo del chiavistello risuonò più forte di quando erano arrivati. La visita giornaliera era finita. Ero di nuovo solo in quel tugurio fetido. Mi assalì il panico. Non avrei resistito fino all’indomani. Ebbi l’impressione che le cinghie di cuoio si stringessero ancor di più intorno ai polsi e alle caviglie e che il soffitto mi crollasse addosso. Chiusi gli occhi con la speranza, vana, di addormentarmi in fretta.

  12. #42
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    Predefinito Il baco e la farfalla (capitolo 21)

    Maggio 1961

    “Sbrigati, il direttore vuole vederti”.
    Da quando ero entrato in carcere avevo visto il direttore solamente una volta, il giorno dopo il mio arrivo. Mi aveva informato sulle regole da rispettare, sui miei diritti, pochi, e sui miei doveri, molti. Aveva parlato come se stesse dettando alla governante la lista della spesa, distante anni luce dalla stanza in cui ci trovavamo, evidentemente intento a sbrigare in fretta una pratica noiosa e ripetitiva.
    Mi domandai come mai volesse incontrarmi. Saltai giù dalla branda, mi infilai svogliatamente la scarpe e la giacca e seguii la guardia che aveva interrotto la mia quiete pomeridiana. Sfilammo rapidi lungo il corridoio. Dalle celle oscure non si udiva nessun rumore, non si percepiva alcun segno della presenza degli altri reclusi. Sembrava di scorrere di fronte ai loculi freddi e silenziosi di un obitorio. Superammo tre cancelli controllati da altrettante guardie, ognuna delle quali non lesinò un’occhiata di disprezzo nei miei confronti. Finalmente ci fermammo di fronte a una porta bianca. La guardia bussò due volte e senza aspettare alcuna risposta impugnò la maniglia e aprì la porta.
    “È qui con me, signor direttore” informò con riverenza.
    “Bene, fallo entrare” riecheggiò dall’interno.
    Rimasi immobile a un metro dalla soglia. La guardia mi lanciò uno sguardo come per dire: Beh sei sordo? Cosa fai lì impalato? Non indugiai oltre ed entrai nella stanza. Il direttore era seduto alla sua scrivania, un tavolo di legno scuro sul quale erano appoggiati solamente alcuni fogli e una foto in una cornice dorata che ritraeva l’uomo che avevo di fronte in compagnia di una donna e tre ragazzi. Restai in piedi in attesa che mi invitasse a sedermi sulla sedia che avevo di fianco. Non lo fece. Prese un foglio e lo scansionò rapidamente con gli occhi. Sbuffò.
    “Sei finito tre volte in isolamento rieducativo negli ultimi sedici mesi. Vuoi stabilire un record?”.
    “No” risposi prontamente.
    “No, si-gno-re” mi corresse seccato. “Mi risulta che noi due non siamo né parenti né amici”.
    “No, signore” ripetei.
    “E allora? Mi puoi dare una spiegazione del tuo comportamento... inaccettabile?” domandò allargando le braccia.
    “Non è colpa mia, signore” mi giustificai.
    “Ah sì? E di chi sarebbe la colpa? Mia?”.
    “No, signore. Delle guardie”.
    “Smettila di esprimerti a monosillabi e spiegati meglio” mi esortò alzando la voce.
    “Non credo di aver fatto nulla di male. Credo che alcune guardie ce l’abbiano con me, senza motivo. Io reagisco in base a come vengo trattato. Chi mi rispetta riceve rispetto. Chi invece non mi rispetta riceve...”. Lasciai in sospeso la frase, non sapendo come concluderla. Il direttore non ci fece caso.
    “Bene, bene. Un duro dai solidi principi” disse con un tono di falsa ammirazione e iniziò a picchiettare con i polpastrelli sulla scrivania. Pensai che avrebbe chiamato la guardia e che sarei finito nuovamente in isolamento. L’idea di trascorrere nuovamente alcuni giorni in quel posto d’inferno mi terrorizzò.
    “Sai leggere e scrivere?”.
    La domanda mi colse di sorpresa.
    “Sì... signore” risposi stupito.
    “Voglio metterti alla prova e darti un’ultima opportunità. Da domani sarai il nuovo scrivano della tua sezione. È facile, vedrai. Una volta al giorno farai il giro delle celle prendendo nota degli ordini. Tabacco, cartine e il resto delle poche altre cose che sono permesse. Il venerdì passerai due volte, al mattino e al pomeriggio, dato che il sabato e la domenica non si raccolgono ordini. Dovrai anche riscuotere i soldi da ognuno, in anticipo. Verrà una guardia domattina e ti porterà una scatola, dei fogli e una matita. Tutto chiaro?”.
    “Sì, signore”.
    “Ti consiglio di non deludermi. Ora sparisci”.
    Mi voltai di scatto e mi avviai verso la porta, sollevato per lo scampato pericolo e, allo stesso tempo, incuriosito dal mio nuovo incarico.

    Il lavoro di scrivano risultò più semplice del previsto. Non tutti i detenuti ricevevano soldi da parenti o amici e in ogni caso le entrate erano dilazionate nel tempo. Ogni giorno gli ordini erano quindi scarsi e prendere nota dei desideri altrui si rilevò un compito tutt’altro che complicato. La nuova attività mi permise comunque di entrare in contatto con la maggior parte dei reclusi. In particolare divenni amico di Francesco Esposito, un ragazzo di Salerno che era dentro per aver rubato cinque lambrette blu. Lo avevano beccato quando provava a rivenderle all’uscita dello stadio dopo averle riverniciate di rosso. Francesco era figlio di un famoso avvocato, grazie al quale gli era stato inflitto il minimo della pena. In famiglia navigavano nell’oro e Francesco non aveva certo bisogno di rubare per poter sopravvivere. Una volta entrati in confidenza, gli domandai come mai avesse preso quella strada. Mi raccontò che suo padre lo aveva iscritto alla facoltà di legge, nonostante lui avesse tutt’altra vocazione rispetto al genitore. Anzi, il diritto gli faceva proprio schifo. Prendeva in mano un libro e gli veniva da vomitare. Provava una ripulsa così violenta nei confronti della legge che un bel giorno, un po’ per diversione, un po’ per ripicca, anziché studiarla, aveva deciso di violarla. La sua era stata una sfida contro la noia e la volontà paterna. Francesco riceveva regolarmente ogni settimana più soldi che tutti gli altri detenuti messi assieme. Appena seppe che io di soldi non ne ricevevo affatto, iniziò a comprare le sigarette anche per me.

    Dopo che Enrico era stato scarcerato, avevo iniziato a trascorrere l’ora d’aria da solo. La panchina appariva più grande e quei sessanta minuti utili solamente ad alimentare la nostalgia per un amico che chissà dove si trovava in quel momento. Restavo a guardare la partita distrattamente, una volta avevo avuto perfino la tentazione di mettere in gioco me stesso e le mie caviglie. Mi avevano informato, con una delicatezza fuori dal comune, che di zoppi non sapevano che farsene. Avevo raccolto ciò che restava della mia dignità ed ero ritornato ad accomodarmi al solito posto, domandandomi perché mai avessi deciso di offrire gratuitamente a quell’accozzaglia senz’anima la possibilità di umiliarmi in quel modo.
    Ora invece le cose erano cambiate. Ero lo scrivano, non più uno sconosciuto. Le persone mi riconoscevano, mi salutavano, si fermavano a discorrere in un’atmosfera di complicità.
    Si consumò così il mio ultimo anno e mezzo di prigione, lentamente, senza più scintille, come l’ultimo tizzone rimasto acceso nel caminetto prima di andare a dormire.

    Uscii di galera l’8 gennaio del 1963, tre mesi in anticipo rispetto alla data prevista. Francesco, che era stato scarcerato nell’autunno del ’62, era riuscito a convincere suo padre a pagare la penale per accorciare la mia permanenza dietro alle sbarre.
    Il cancello principale si chiuse alle mie spalle con un tonfo sordo. In una borsa di pelle che mi aveva regalato Enrico custodivo le poche cose che mi appartenevano. Un soffio di vento gelido mi sferzò il viso e mi scompigliò i capelli. Pensai che ero libero, finalmente. Libero di correre, libero di urlare, libero di mangiare quando avevo fame e di dormire quando avevo sonno. Esonerato da stupidi, ripetitivi ed inutili compiti. Libero dagli sfoghi improvvisi di aguzzini frustrati e vigliacchi e dai loro ordini assurdi e crudeli. Eppure c’era qualcosa che mi turbava. Mi guardai attorno, spaesato. Non vidi nessuno. Non conoscevo la città, non sapevo dove andare, non avevo idea di come procurarmi un pezzo di pane. Dopo cinque lunghi anni avevo riacquistato la libertà e mi resi conto di non sapere ancora cosa farne.

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    Predefinito Il baco e la farfalla (capitolo 22 - prima parte)

    Luglio 1963

    L’afa avvolgeva la città togliendole il respiro poco a poco, come un boa che si attorciglia stretto intorno alla sua preda prima di ingurgitarla tutta intera. Le strade pullulavano di automobili, aumentate esponenzialmente in quantità e varietà rispetto al periodo precedente al mio ingresso in prigione. Aveva ragione Enrico, in cinque anni il mondo può cambiare. Ora girava tutto più rapidamente e non solamente i mezzi di trasporto. Milano era in continuo movimento, uomini e donne sfrecciavano instancabili giorno e notte, senza un attimo di pausa, accarezzando l’illusione di una nuova vita. Chi si ferma è perduto, ammonivano. Devi cogliere l’attimo, ripetevano. Una frenesia collettiva dalla quale nessuno era immune, una rincorsa furiosa all’avere dimenticandosi per strada l’essere, alla ricerca disperata di una felicità effimera, una raccolta compulsiva di beni di consumo comprati a rate. Meccanismi perversi di una bomba a orologeria pronta a esplodere da un momento all’altro e a infrangere per sempre il sogno comune di un benessere globale.
    Per un lavoro non qualificato e sottopagato c’era da fare la coda. Più lunga era la coda, peggiori erano le condizioni offerte dal datore di lavoro. La babele di accenti da ogni parte d’Italia che riecheggiava nel vociare concitato delle persone in attesa era anch’essa un qualcosa di nuovo e sorprendente.
    “Ho sentito dire che nei campi in meridione i pomodori stanno marcendo perché non c’è nessuno che li raccoglie” mi disse il ragazzo alle mie spalle nella fila di giovani che si erano presentati in quell’ufficio con la speranza di poter trascorrere le loro giornate future affiggendo in giro per la città cartelloni pubblicitari.
    “E perché siamo tutti qui?” domandai.
    “Ma tu ci andresti a farti il culo sotto il sole cocente per due lire? Qui è tutta un’altra storia. Fai un po’ di coda, è vero, però prima o poi un lavoro decente lo trovi”.
    Cercai di scovare la differenza tra l’essere sotto il sole in mezzo a un campo nella campagna di Siracusa e sotto il sole in bilico su una scala nel centro di Milano. Doveva essere molto piccola, perché non la trovai.
    Erano ormai sei mesi che ero fuori, ma ondeggiavo ancora alla ricerca del mio posto all’interno della società. Fino a quel momento mi ero arrangiato accettando qualche lavoretto qua e là, la maggior parte dei quali faticosi e poco gratificanti, e dormendo per strada o in ricoveri di fortuna. I miei trascorsi in carcere, non appena affioravano alla luce, rappresentavano un motivo più che sufficiente per sbattermi la porta in faccia senza troppi complimenti. Mi resi ben presto conto che l’indipendenza acquisita in prigione, quella a cui faceva riferimento Enrico, una volta fuori era a mala pena sufficiente per sopravvivere. Incominciavo a essere stanco della totale mancanza di prospettive per il mio futuro. Il non riuscire a immaginare cosa avrei fatto e dove mi sarei ritrovato nel giro di pochi mesi, a volte addirittura di giorni, mi stava facendo impazzire. Stavo avanzando in equilibrio precario lungo un percorso impervio senza sapere quanto fosse lungo e, soprattutto, cosa mi aspettasse alla meta. Scartai l’ipotesi di trasferirmi al Sud, l’idea di un lavoro stagionale non mi allettava per niente. Finita la stagione dei pomodori cosa sarebbe successo? Sarei andato a raccogliere l’uva? Troppa incertezza. L’assenza di punti di riferimento mi destabilizzava. Costanza aveva smesso di esserlo da tempo. La delusione iniziale per non avere ricevuto sue notizie durante gli anni del carcere si era trasformata prima in rancore e successivamente in odio, un odio molto simile a quello che avevo provato nei suoi confronti parecchi anni prima, quando nella mia testa di bambino che si affacciava all’adolescenza non era altro che una madre sconosciuta che mi aveva abbandonato appena nato.

    Fu di fronte a un manifesto attaccato alla porta di un bar che ebbi l’idea di rivolgermi a chi, in un passato che mi sembrava lontanissimo, aveva ricoperto un ruolo importante nella mia vita. Una fotografia di alcune cime innevate occupava gran parte del manifesto. Nella parte superiore, in mezzo al cielo, capeggiava la scritta: “Sciare ad agosto? In Svizzera si può”. Più in basso c’era il nome della località e un numero di telefono. Rinunciai a un colloquio nel pomeriggio per essere assunto da un’azienda di elettrodomestici per le consegne a domicilio e mi avviai direttamente alla stazione.

    “Un biglietto per Genova, solo andata”.
    Dietro al vetro l’impiegato separò le labbra in un sorriso.
    “Si trasferisce al mare? Beato lei, che invidia”.
    “Non lo so, forse” risposi enigmatico.

    A Genova Principe cambiai treno e salii sul diretto per Nizza. Scesi a Varazze e mi diressi alla stazione degli autobus. Quello per Piani d’Invrea sarebbe partito dopo un’ora. Approfittai per riempire lo stomaco in un bar preso d’assalto dai bagnanti in pausa pranzo.
    Appena sceso dall’autobus raggiunsi la spiaggia. Rimasi incantato a fissare l’infinita distesa azzurra. Non riuscivo a credere che fossero trascorsi più di cinque anni dall’ultima volta che avevo visto il mare. Ogni ritaglio di costa però è diverso dall’altro, ogni baia ha la sua forma, ogni metro di spiaggia custodisce geloso il ricordo dei passi che l’hanno calpestato. Lo specchio d’acqua che avevo di fronte non lo vedevo da molto più tempo. Da lì ero partito dodici anni prima alla ricerca di mia madre. Ora lì ero tornato dopo averla persa, o forse senza averla mai veramente ritrovata. Mi spogliai sulla riva, mi immersi lentamente e lasciai che le tiepide acque del Mediterraneo lavassero via i ricordi più dolorosi.

    Dopo essermi asciugato al sole, mi rivestii in fretta e presi il sentiero lungo la costa che portava alla Casa Svizzera. Il direttore si ricordava di me e mi accolse con lo stesso calore con cui mi aveva ricevuto quando mi ero presentato all’istituto poco più che bambino. Gli spiegai il motivo della mia visita e mi informò sul posto dove avrei trovato la persona che stavo cercando. Soggiogato dall’impazienza, rifiutai gentilmente l’invito a fermarmi a cena e non mi trattenni oltre. La casa che mi era stata indicata distava, secondo il direttore, una decina di minuti appena. La raggiunsi in meno di cinque. Suonai alla porta in preda a una vibrante eccitazione.
    La signora Milton non era cambiata affatto. La vita agiata che aveva condotto durante gli anni in cui ci eravamo persi di vista ne aveva evidentemente rallentato l’invecchiamento. O forse si trattava soltanto di un’abile opera di occultamento e i segni dell’età erano minuziosamente celati sotto la solita generosa quantità di trucco. Io invece dovevo essere cambiato parecchio e dovetti rivelarle la mia identità per sradicare l’espressione di indifferenza che le si era dipinta sul volto quando aveva aperto la porta.
    “Sono Guido. Non mi riconosce?”.
    “Guido!” esclamò in un miscuglio di stupore e gioia. “Wow! Questa sì che è una sorpresa!”.
    Mi abbracciò vigorosamente, mi stampò un paio di baci sulle guance e mi invitò a entrare. Il salone in cui mi fece accomodare era stato arredato senza badare a spese, l’aria che vi si respirava aveva l’odore dei soldi. Quel lusso, a cui non ero abituato, mi trasmise un’improvvisa euforia e la sensazione di essere capitato nel posto giusto. La signora Milton mi chiese un resoconto dettagliato degli ultimi dieci anni. Ascoltò senza distrarsi un attimo il mio racconto, in silenzio, limitandosi ad esternare le emozioni con subitanei movimenti degli occhi e grottesche smorfie del viso. Quando ebbi finito di parlare, si piegò leggermente in avanti per ridurre le distanze tra noi.
    “Tutta questa storia è incredibile” sentenziò scuotendo la testa.
    Notai con sorpresa che, nonostante fosse trascorso così tanto tempo, strascicava ancora le vocali e non aveva perso l’inconfondibile e divertente accento americano.
    “Conosco una persona che potrebbe aiutarti” aggiunse con un sorriso.
    Accolsi le sue parole come una liberazione. Le notti all’addiaccio, i pasti saltati e quelli di pessima qualità che sarebbe stato meglio saltare, le code infinite e le attese estenuanti, gli odori rancidi delle cucine dei ristoranti, il sole che brucia senza tregua l’epidermide, il calore emanato dall’asfalto che toglie il respiro, le esalazioni chimiche delle vernici per carrozzerie che saturano i polmoni, i pesi insopportabili di frigoriferi e lavatrici che sfiancano i muscoli e comprimono le articolazioni, tutto ciò mi apparve improvvisamente sfumato, flebile ricordo di un recente passato che già sentivo non appartenermi più.
    “Sarebbe fantastico”.
    “Allora non perdiamo tempo” disse alzandosi dalla poltrona.
    Si avvicinò a una grossa scrivania, aprì un cassetto e ne estrasse un foglio bianco, un boccettino di inchiostro e una stilografica d’oro. Si accomodò su una sedia di legno simile a un trono, si schiarì la voce come se dovesse iniziare un discorso, intinse il pennino e incominciò a farlo scorrere rapido sulla carta, senza esitazioni, come se sapesse esattamente cosa scrivere.
    Quando ebbe terminato, rilesse mentalmente ciò che aveva scritto, soffiò delicatamente sul foglio e dopo alcuni secondi me lo porse con un sorriso di soddisfazione. Presi il foglio e lessi a voce alta:

    Carissimo Marco,
    in nome della profonda e sincera amicizia che ci unisce e sempre ci unirà, ti affido Guido, affinché tu possa proteggerlo e guidarlo verso un futuro prospero e ricco di quella serenità che, senza meritarlo, gli è stata finora negata da un destino cieco e crudele. Perdonami se non mi dilungo oltre, lui stesso ti informerà dettagliatamente del perché della mia richiesta. Guido è per me come un figlio e sono sicura che ne avrai cura come se lo fosse anche per te.
    Con immutata stima, auguro ogni bene a te e alla tua famiglia.
    Jaqueline Milton


    “È un amico, fidati, ti aiuterà” disse quando ebbi finito di leggere.
    “Non so come ringraziarla, veramente” replicai emozionato.
    “Non ce n’è bisogno. La vita è stata generosa con me, è il minimo che possa fare per una persona che non ha avuto la mia stessa fortuna. Più tardi proverò a contattare Marco per sapere se è a Milano. È sempre in giro per lavoro. Nel caso riuscissi a rintracciarlo, partirai domattina. Stanotte ti fermi qui, ormai è tardi per mettersi in viaggio ”.
    La sera ci ritrovammo solamente noi due. Il marito era rientrato al paese natale per la morte improvvisa di un cugino. La cuoca ci deliziò il palato con una cena luculliana a base di pesce. Erano anni che non mi ritrovavo di fronte a tanta quantità e qualità. Divorai con foga antipasto, primo, secondo e dolce, preoccupato più di riempirmi lo stomaco che di assecondare la conversazione. La signora Milton non si offese, al contrario, parve divertita dalla mia voracità. Esagerai con il vino, un bianco profumato e leggero delle Cinque Terre, per la solerzia della mia ospite che si premurò di riempirmi il bicchiere non appena si accorgeva che era vuoto. Mi alzai da tavola barcollando e mi ritirai nella camera che mi era stata assegnata. Non ebbi la forza di spogliarmi e crollai prono con il viso affondato nel cuscino.

    La mattina successiva la signora Milton mi informò che era riuscita a parlare al telefono con Marco, il quale si trovava a Milano. Vi sarebbe rimasto un altro paio di giorni. Terminata la colazione, tornai in camera, preparai la borsa, dedicando particolare attenzione nel riporre la lettera in una tasca interna, e raggiunsi l’ingresso dove mi attendeva la signora Milton. Sulla soglia mi abbracciò stretto e mi porse un foglio su cui aveva annotato un nome e un indirizzo: Marco Lomellini, via Petrarca 16.
    “Abbi cura di te stesso, ragazzo mio. Buona fortuna”.
    “Anche a lei”. E mi avviai a passo rapido verso la stazione.

    continua

  14. #44
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    Predefinito Il baco e la farfalla (capitolo 22 - seconda parte)

    Durante il viaggio fissai ininterrottamente la borsa che giaceva solitaria sul portabagagli. Non sapevo nulla dell’amico misterioso della signora Milton, eppure sentivo che lì dentro, in quella lettera, era contenuta la mia occasione di riscatto.
    Alla stazione di Milano presi un taxi, secondo le indicazioni che Lomellini aveva dato alla Milton. Era la prima volta e mentre mi accomodavo sul sedile posteriore pensai che finalmente la mia vita era cambiata.
    Il tassista mi lasciò di fronte a un bel palazzo di quattro piani, con le balaustre dei balconi in marmo bianco e con meravigliosi affreschi su ampie zone della facciata. Non feci in tempo ad avvicinarmi che il portone si spalancò e davanti ai miei occhi si materializzò un signore sottile come un filo d’erba, fasciato in maniera impeccabile in un elegantissimo vestito scuro.
    “La prego, mi segua. L’ingegnere la sta aspettando” disse dopo aver pagato il tassista.
    Attraversammo un ampio ingresso dal quale partiva un lungo corridoio che percorremmo fino al fondo dove, oltrepassando un arco, sbucammo in un salone vasto e luminoso.
    “Ben arrivato”.
    Un uomo abbronzato di media statura, brizzolato, con il fisico asciutto, mi venne incontro porgendomi la mano. Indossava una camicia bianca con le maniche arrotolate e un paio di calzoni grigio scuro.
    “Marco Lomellini” si presentò in un modo che mi parve eccessivamente formale. Poi si rivolse alla persona che mi aveva accompagnato. “Grazie Charles, lasciaci soli. Se ho bisogno ti chiamo”.
    Il maggiordomo annuì e si allontanò richiudendo la porta del salone alle sue spalle.
    “Bene. Voglio che ti senta come se fossi a casa tua. Ho già dato disposizioni a Charles di preparare la camera degli ospiti e informato Maria che da stasera ci sarà una bocca in più da sfamare. Resteremo qui fino a dopodomani, dopodiché mi accompagnerai in Emilia Romagna. Ho pensato che per il momento farai il custode della mia villa a Piacenza”.
    Ero frastornato da tutta quell’efficienza. Restai impalato in mezzo alla stanza con le parole imprigionate in gola.
    “Siediti, sarai stanco” mi invitò Lomellini indicandomi il divano. Poi si avviò verso una credenza dalla quale prelevò una bottiglia e due coppe di cristallo. Ne riempì una per metà.
    “Vuoi? Cognac. Della migliore cantina francese. L’aroma e il sapore sono inconfondibili”. Avvicinò il naso al bicchiere e dopo averne annusato il contenuto emise un mugolio di piacere e approvazione.
    “No, la ringrazio signor Lomellini”.
    “Marco, ti prego. Chiamami Marco e dammi del tu. C’è già lo specchio che impietoso ogni mattina mi ricorda che sto invecchiando” sospirò come se si trovasse sul palcoscenico di un teatro. Avvicinò il bicchiere alle labbra e lo svuotò in un paio di sorsi.
    Il suo modo di fare mi imbarazzava. Improvvisamente mi ricordai della lettera. Aprii la borsa, estrassi la busta e gliela porsi.
    “Questa lettera è per lei... mmm... per te”.
    Scosse la testa. Prese la busta e la gettò sul tavolino di fronte al divano.
    “Jaqueline mi ha già detto tutto al telefono. Avanti, ti prego, racconta, non vedo l’ora di conoscere la tua storia in tutti i suoi dettagli. Sono tutto orecchi”.
    Per quasi due ore mi ascoltò attento, senza mai interrompermi, scolandosi nel frattempo altre due mezze coppe di liquore. Terminai con la gola secca.
    “Posso avere un bicchiere d’acqua per favore?”.
    “Ma certo!” esclamò Lomellini e premette un bottone nero sulla parete di fianco alla poltrona su cui era seduto. Qualche istante dopo nella stanza entrò Charles.
    “Desidera signore?”.
    “Portami una caraffa con dell’acqua e un bicchiere. Grazie”.
    Quando fummo nuovamente soli, mi appoggiò una mano sulla spalla e sorrise.
    “Da oggi inizi una nuova vita. Mi prenderò cura di te come un figlio. Non dovrai più preoccuparti di trovare un lavoro. Non ti mancherà più nulla. Per qualsiasi cosa farai affidamento su di me. I tuoi problemi saranno i miei problemi. La tua felicità sarà la mia felicità”.
    Non potevo neanche lontanamente immaginare quanto quelle parole sarebbero risultate vere e quello che Marco Lomellini avrebbe significato per il resto della mia vita. In quel momento mi giunsero solamente come una dolce carezza all’anima.
    Con gli anni ebbi modo di conoscere a fondo Marco. Era così diverso dalla signora Milton che era difficile ipotizzare come potessero andare d’accordo. Pomposa e magniloquente lei, controllato e con un senso pratico fuori dal comune lui. Nonostante la curiosità, non gli domandai mai come fosse nato il legame di amicizia che li univa. Né lui mai me lo disse, non svelandomi ciò che per me resta tuttora un mistero.

    Il giorno previsto per la partenza Charles mi svegliò quando fuori era ancora buio. Con un pizzico di disappunto dovetti rinunciare all’abbondante colazione che mi era stata servita il giorno prima. Lomellini, mi informò, mi stava già aspettando in garage. Voleva sempre essere presente quando Nino, il meccanico, controllava che l’Alfa fosse in perfette condizioni per affrontare un lungo viaggio.
    “Non è che non mi fidi, Nino è in gamba” mi confidò una volta rinchiusi nell’abitacolo. “È che i motori sono una delle mie passioni. Meccanica era la mia materia preferita all’università. Dobbiamo ringraziare due ingegneri tedeschi, Daimler e Benz, se oggi possiamo spostarci così rapidamente da un posto all’altro. Sono loro che hanno inventato il motore a scoppio e costruito le prime automobili intorno al 1880. Non trovi curioso che l’uomo abbia dovuto attendere migliaia di anni dopo aver inventato la ruota per poterne sfruttare appieno le potenzialità?”.
    Un’altra delle passioni di Marco era il fumo. Svuotava regolarmente un paio di pacchetti di Winston al giorno e più di una volta mi capitò di vederlo passare da una sigaretta all’altra senza soluzione di continuità.

    Usciti dal traffico cittadino, premette deciso sull’acceleratore. Aveva chiaramente fretta di arrivare a Piacenza. Mi spiegò che lo aspettava una riunione importante nel primo pomeriggio e avremmo quindi pranzato prima del solito. Mi limitai ad annuire, ma dentro di me accolsi con gioia la notizia, visto che non ero riuscito a riempire lo stomaco prima della partenza. Marco si estraniò presto dalla conversazione trovando rifugio nel suo mondo interiore e trascorremmo il resto del viaggio in silenzio.
    Avevamo da poco superato il cartello che indicava l’inizio della città che svoltammo a destra in una stradina sterrata che si inoltrava in linea retta in mezzo ai campi di grano. Dopo pochi minuti l’Alfa si arrestò con un sussulto di fronte a un grande cancello marrone. Marco scese dall’automobile e dopo averlo spalancato risalì e avanzò lentamente lungo un viale delimitato da due file ordinate di cipressi. Giunti in prossimità di una deliziosa villetta a due piani, spense il motore e mi invitò a seguirlo. Mi accompagnò di persona alla scoperta della mia nuova dimora. L’interno era stato ristrutturato di recente, riponendo particolare attenzione nel mantenere uno stile rustico nel quale pietre e mattoni a vista la facevano da padroni. Al primo piano si trovavano le camere da letto e i servizi. Al piano terra invece la cucina, la sala da pranzo, i servizi diurni, uno studio e una sala per le riunioni. Da quest’ultima si accedeva attraverso una scala a chiocciola al seminterrato in cui erano state ricavate una taverna e la cantina.
    Marco mi illustrò il futuro con il suo tipico pragmatismo a cui mi stavo abituando in fretta.
    “La tua stanza sarà pronta dopo pranzo. Non avrai compiti particolari, se non quello di controllare che il normale corso delle cose proceda regolarmente. Al giardino ci pensa Peppino, il giardiniere. Per il mangiare non dovrai preoccuparti, se ne occuperà Margherita. Ti farò recapitare ogni mese trentamila lire per soddisfare bisogni e desideri personali. Sono soldi tuoi, potrai farne ciò che vuoi e non dovrai renderne conto a nessuno”.
    Servito e riverito, pagato per osservare che il lavoro svolto da altri procedesse senza intoppi. Non poteva essere la realtà, quella era diversa, la conoscevo bene io: era fatta di sudore, rabbia, dolore, morte. Quello che mi stava accadendo era incredibile, non poteva essere vero. Stavo vivendo in un sogno. Sorrisi, ringraziai Marco e sperai con tutto me stesso che fosse per sempre.

    Fin dai primi giorni mi resi conto che l’incarico che mi era stato affidato era del tutto superfluo. La vita nella villa era ben organizzata e il lavoro di custode non incideva minimamente nel rendere tale organizzazione migliore o più efficace. Lomellini non aveva bisogno di un supervisore del lavoro altrui, mi aveva parcheggiato a Piacenza per fare un favore a una vecchia amica. Per me rappresentava comunque un’ottima sistemazione e mi limitai a svolgere il mio compito impegnandomi soprattutto a non rompere l’armonia che regnava tra le persone che, senza dubbio, ricoprivano ruoli più importanti del mio. Trascorrevo la maggior parte delle mie giornate nello studio, attingendo con famelica curiosità dagli scaffali ricolmi della libreria letture di ogni tipo. Il resto del tempo lo passavo sprofondato nella poltrona della sala di fronte a uno schermo, ammaliato dalle affascinanti immagini e dal cantico seducente di una sirena fino ad allora quasi sconosciuta che negli ultimi anni stava rapidamente invadendo luoghi pubblici e privati.

  15. #45
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    Predefinito Il baco e la farfalla (capitolo 23 - prima parte)

    Luglio 1964

    Entrai nello studio alla ricerca di una busta. Ne trovai una nel primo cassetto della scrivania. Estrassi dalla tasca dei pantaloni il pezzo di carta ingiallita su cui era annotato l’indirizzo e lo copiai in bella calligrafia sul retro della busta. Non ero sicuro che fosse ancora attuale, ma era l’unico in mio possesso. In ogni caso, pensai, se la famiglia di Francesco aveva nel frattempo cambiato indirizzo la lettera sarebbe ritornata indietro. Su un foglio bianco scrissi due righe scarne di spiegazione. Presi il mazzo di banconote e contai nuovamente i soldi. Li avevo accumulati pazientemente durante l’anno trascorso come custode della villa di Lomellini. Trecentodiecimila lire. La cifra pagata dal padre di Francesco per farmi uscire di prigione con tre mesi di anticipo, più diecimila lire di interessi. Sarei stato curioso di vedere la faccia dell’avvocato Esposito nell’aprire la busta. Sicuro che non si aspettava che gli venissero restituiti quei soldi. Mi sentii orgoglioso del gesto che stavo per compiere. Avvolsi le banconote in una pagina di giornale in modo che non si potessero intravvedere in controluce. Chiusi la busta, la riposi nella borsa di cuoio e lasciai lo studio. Se mi sbrigavo avrei trovato l’ufficio postale ancora aperto. Misi la borsa a tracolla e uscii in cortile. Inforcai la bicicletta e iniziai a pedalare più forte che potevo in direzione della città.
    Arrivai trafelato nel momento in cui l’impiegato stava chiudendo la porta. Leggermente seccato, accettò di ritardare di qualche minuto la sua cena. Gli consegnai la lettera con un sorriso di riconoscenza e rimasi in attesa che la affrancasse e la ricoprisse con tutti i timbri necessari. Solamente quando la depose nel contenitore della posta in uscita lo salutai e abbandonai l’ufficio con aria soddisfatta. Ora non avevo più fretta. Presi il sentiero che si perdeva tra i campi. Era più lungo, ma all’improvviso ero stato assalito dal desiderio di respirare a fondo il profumo pulito della campagna.

    All’imbrunire il rumore inconfondibile dell’Alfa risuonò nel cortile. Guardai con aria interrogativa Peppino che sollevò le spalle. Lomellini non arrivava mai in villa senza avvisare. Gli andai incontro.
    “Ciao Marco. Questa sì che è una sorpresa! Non ti aspettavamo”.
    Aveva l’aria stravolta.
    “Arrivo da Roma. Ho guidato ininterrottamente per ore. Mi spiace, non mi sono fermato per avvisarvi del mio arrivo perché temevo di non riuscire a raggiungere Piacenza prima che facesse buio. Non è mia abitudine giungere all’improvviso senza avvertire” spiegò contrito.
    Era casa sua, era lui il padrone, eppure si scusò come uno studente che ha fatto tardi a scuola. Marco era così, rispettava i suoi dipendenti come se fossero suoi superiori.
    “Non ti preoccupare, sai che Margherita in dieci minuti è in grado di prepararti una cena che non mangeresti nemmeno nel miglior ristorante di tutta la provincia” lo rassicurai ridendo.
    “Giusto il tempo per una doccia” commentò sollevato.

    Avevo già cenato, ma mi sedetti a tavola per fargli compagnia.
    “Sai guidare?” mi domandò a bruciapelo.
    “Sì. Però non ho la patente” risposi interrogandomi sul perché della domanda.
    “Per quella non c’è problema. Conosco un amico che te ne può procurare una provvisoria in attesa di quella vera”.
    Col tempo mi sarei abituato al fatto che Lomellini, quando si metteva in testa qualcosa, era disposto a utilizzare anche metodi illegali pur di ottenerla. Per lui ciò che contava veramente era il fine e se quest’ultimo veniva giudicato utile e “legittimo”, il mezzo per raggiungerlo era, secondo una filosofia piuttosto diffusa, automaticamente giustificato. Era però la prima volta che mi scontravo in modo così diretto con questo suo modo di pensare e agire e ne rimasi colpito.
    “Sarà questione di qualche settimana appena, non c’è bisogno di fare quella faccia” disse Marco a cui non era sfuggito il mio stupore. Si versò del vino e lo sorseggiò con gusto. “Sarai il mio autista” continuò. “L’azienda si sta espandendo rapidamente, abbiamo aperto filiali in tutta Italia. Entro la fine dell’anno è prevista l’apertura della prima filiale americana a San Paolo, in Brasile. Non faccio altro che muovermi da una parte all’altra per riunioni e incontri di lavoro. Dormo una media di cinque ore a notte. Gli spostamenti ultimamente si sono moltiplicati, non posso più guidare da una città all’altra. Arrivo troppo stanco a destinazione, non sono lucido, non sono efficiente come vorrei e dovrei. Adoro guidare, ma la mia passione per i motori e le automobili deve arrendersi all’evidenza. Da domani mi accompagnerai in giro per la penisola. Sarai la mia ombra”.
    L’idea di abbandonare il mio esilio dorato non mi attirava per niente. Lomellini però non mi stava facendo una proposta. Come era nel suo stile, nella sua testa aveva già valutato la situazione, riflettuto sui pro e i contro, e mi stava semplicemente mettendo a conoscenza di una decisione già presa e insindacabile. Non avevo scelta. L’alternativa era ritornare a inseguire lavori precari e mal retribuiti. Fingere entusiasmo era la cosa più furba da fare per mantenere la buona relazione che si era instaurata tra noi.
    “Sarò felice di seguirti su e giù per lo stivale” mentii. Poi aggiunsi, più sincero: “Il tuo mondo mi incuriosisce. E poi guidare l’Alfa sarà un’esperienza elettrizzante”.
    Era vero, conoscere più a fondo la vita e il lavoro di Marco Lomellini mi intrigava. A quel tempo sapevo solamente che era un abilissimo ingegnere edile che dal nulla aveva costruito un enorme impero del cemento, ma ignoravo completamente la rete di conoscenze negli ambienti politici e il giro stratosferico di affari che ne facevano uno degli imprenditori più potenti di tutto il paese.
    “Era quello che speravo di sentirti dire” disse compiaciuto. “Spero solo che non sia una delusione. Mi riferisco al mio mondo. L’Alfa è una garanzia!” e scoppiò in una risata.
    Scrutai il volto di Marco. I segni della fatica erano scomparsi. Sprigionava buon umore, alimentato dalla fiducia cieca che riponeva nella sua capacità di far fronte a qualsiasi situazione. Il dubbio gli era alieno, così come la sconfitta. La sua sicurezza era contagiosa e stando con lui si era portati a ridimensionare le proprie paure e a rivedere quelli che si pensava fossero i propri limiti.
    “Quando si parte?” domandai.
    “Domani andiamo a Milano per vedere di risolvere la questione della patente. Martedì dobbiamo essere a Genova”.
    Genova. Pensai ai vicoli stretti e bui del centro storico, agli antichi ed eleganti palazzi nobiliari, agli odori e ai rumori del porto. Ero legato a quella città. Il destino sembrava saperlo e periodicamente, come due amanti indecisi, ci faceva rincontrare.
    “Allora vado a preparare la borsa. Ci vediamo domattina”.
    “Partiremo presto” precisò Marco, inutilmente. Lui partiva sempre prima che sorgesse il sole.

    Abbandonammo la villa cullata dal canto perpetuo delle cicale e prima che fossi completamente sveglio stavamo già correndo sulla statale verso ovest. Marco si dilungò a elogiare le doti aerodinamiche e la potenza del bolide su cui ci trovavamo. L’argomento non mi interessava particolarmente e approfittai di una sua pausa per accendersi una sigaretta per cambiare discorso.
    “Non sei mai a casa, Marco, il lavoro ti assorbe completamente. Non ti manca mai la tua famiglia?”.
    Era una domanda intima, non avevo idea di come avrebbe reagito.
    “Mia moglie e i miei figli sono il mio tesoro. Mi piacerebbe poter trascorrere più tempo insieme a loro, ma so che con il mio lavoro posso garantirgli un avvenire fatto di prosperità e ricchezza in un paese moderno e sviluppato” disse tutto d’un fiato.
    Immaginai il vuoto che Marco lasciava tra le sue persone più care, il paradosso di chi un padre lo avrebbe voluto ma non lo aveva più e chi un padre lo aveva ma non poteva goderselo perché impegnato a costruire il futuro piuttosto che condividere il presente. Potevano i soldi ricompensare l’assenza della persona amata? Poteva un futuro agiato fugare il ricordo di un passato che si sarebbe desiderato diverso? Ne aveva mai parlato Marco con sua moglie e con i suoi figli? Gli aveva mai chiesto che cosa pensassero della sua scelta di dedicarsi anima e corpo al lavoro, di agire e vivere per loro invece che insieme a loro?
    “Ti sei ammutolito. A cosa pensi?” chiese Marco, interrompendo il flusso dei miei pensieri.
    “Nulla” risposi titubante, preoccupato che avesse intuito ciò che mi era passato per la testa.
    “In fondo è un tuo diritto non rendermi partecipe delle tue riflessioni”.
    La sua replica aumentò ancor di più il mio imbarazzo e fui costretto a volgere lo sguardo fuori dal finestrino. Non vidi altro che una piatta distesa sconfinata. Sembrava che nei dintorni fosse tutto finito sotto una pressa gigantesca. Lo sviluppo invocato e auspicato da Marco consisteva nel rimodellare continuamente quell’enorme substrato, costruendo altre strade, progettando nuovi edifici, impiantando grandi e moderne industrie. Senza alcun timore di apparire presuntuoso, soleva ripetere di sentirsi investito dell’arduo ma allo stesso tempo stimolante compito di completare, con le sue costruzioni, l’opera che Dio aveva lasciato incompiuta. La macchina che aveva ideato e assemblato per realizzare il suo sogno doveva essere complessa e difficile da gestire. Decisi che era il momento di iniziare a conoscere meglio il mondo di Marco Lomellini.
    “Come funziona un’azienda così grande come la tua? Come fai a mantenerne il controllo?”.
    Socchiuse impercettibilmente gli occhi e stirò leggermente le labbra. Tardò qualche secondo prima di rispondere, come se ciò che stava per rivelare gli stesse particolarmente a cuore.
    “Hai mai sentito parlare di olismo?”.
    Era la prima volta che udivo quel termine. Scossi la testa.
    “È una corrente filosofica secondo la quale le proprietà di un sistema non sono riconducibili a quelle dei singoli componenti. Considera per esempio i mattoncini elementari che compongono la materia. Ogni atomo preso singolarmente ha delle proprietà fisiche che sono diverse da quelle che presenta un insieme di atomi, anche se tutti identici. Sono le interazioni tra i vari atomi che formano il cristallo a determinarne le caratteristiche macroscopiche, per esempio la conducibilità elettrica, la durezza, le proprietà magnetiche”.
    Marco soppesava le parole, come se stesse tenendo una lezione all’università di fronte a un’aula gremita. Con la coda dell’occhio si assicurò che lo stessi ascoltando.
    “Per un’azienda vale la stessa cosa. Le capacità dei singoli sono certamente importanti. Una selezione oculata del personale è il primo passo verso un’impresa di successo. Ma non basta. Fondamentale è la rete che unisce i vari nodi. Sono le interazioni tra le parti che determinano il risultato finale, iniziando dalla comunicazione tra i vari dipartimenti fino a giungere alle relazioni tra i dipendenti, nessuno escluso. Occorre una struttura leggera, in cui lo scambio di informazioni possa avvenire in modo rapido ed efficace. Sarebbe una follia pretendere di controllare in prima persona ogni decisione, valutare ogni scelta. È necessario delegare e avere fiducia nei propri collaboratori. Uno dei compiti più difficili è far sì che si sentano responsabilizzati e, altro aspetto non trascurabile, soddisfatti del proprio lavoro. Questo vale, senza distinzione, dal capo progetto all’ultimo degli impiegati. Più le persone sono contente, più si impegnano per raggiungere gli obiettivi prefissati. Tanto più regna l’armonia, maggiore è la produttività dell’azienda”.
    Era la sua vita e aveva le idee chiare. Interazione, responsabilità, soddisfazione, produttività. Tutte parole chiave per descrivere un gioiello di cui si sentiva estremamente orgoglioso. Dal suo discorso la felicità dei dipendenti appariva molto più uno strumento per ottenere il massimo profitto che un principio su cui basare le relazioni interpersonali. Mi venne in mente il rispetto che portava nei confronti di Margherita e Peppino. In che percentuale era sincero e quanto invece interessato per ricevere un servizio migliore? E anche se così fosse stato, perché avrei dovuto giudicare tale comportamento? In fondo non mi interessava. Avevo molto più di quanto potessi sperare, molto più di quanto mai avessi avuto. Personalmente non avevo nulla da rimproverargli, al contrario, mi sentivo in debito nei suoi confronti. Comunque, più che le questioni morali, erano gli aspetti tecnici a stimolare la mia curiosità. Marco aveva descritto una macchina perfetta. Era efficiente, ben organizzata, snella. Filava sempre tutto liscio o c’erano ogni tanto delle difficoltà da affrontare, dei problemi da risolvere?
    “E funziona sempre tutto? O la pratica si discosta ogni tanto dalla teoria?”.
    Rise.
    “Sarebbe fantastico. Purtroppo non è così. Ci sono decisioni che non vengono prese senza prima consultarmi e l’ultima parola spetta sempre e comunque a me. È per questo che sono costretto a viaggiare in continuazione da una parte all’altra. Nel mio lavoro si incontrano spesso degli ostacoli, il segreto è non vederli mai come insormontabili”.
    Il suo ottimismo era incredibile, sembrava che per lui nulla fosse impossibile. Mi accompagnerai in giro per la penisola, sarai la mia ombra. Mi era sempre mancato un punto di riferimento solido e sicuro, sul quale fare affidamento e appoggiarmi senza timore di cadere. Non lo era stato mio padre, troppo impegnato con la politica. Ancor meno mia madre. Lo era stato in parte Enrico, ma in una situazione particolare, circoscritta e difficilmente esportabile al di fuori del carcere. In ogni caso ne avevo perso completamente le tracce. Pensai che forse ora lo avevo incontrato. Si trovava di fianco a me. Guardai Marco e provai una sensazione di dolce euforia.

    continua

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