... Monaco '72.

Chi è quell’atleta israeliano in grado, in uno stesso giorno, di partecipare a tre diverse competizioni di marcia? Chi ha vinto la prima gara sui 100 km organizzata in Israele nel maggio del 1969? Chi ha ottenuto due medaglie d’oro nei 3 e 10 chilometri alle Maccabiadi (le olimpiadi ebraiche)? Sei lettere: Ladany. Shaul Ladany. In Israele, dalla fine degli anni 60 in avanti, è facile incontrare un simile quesito nei cruciverba delle settimane enigmistiche, e questo ci dà il polso della notorietà che questo atleta ha avuto in patria. Ma Ladany è lungi dall’essere ‘solo’ questo. Nato a Belgrado nel 1936, Ladany ha vissuto ai limiti dell’incredibile: sfugge, miracolosamente, alle persecuzioni naziste e al campo di concentramento di Bergen-Belsen, tra il 1943 e il 1945; sionista, riesce a raggiungere Israele e a diventare uno stimato professore d’ingegneria all’università; partecipa alle Olimpiadi del 1972, a Monaco di Baviera, assistendo impotente al massacro di 11 atleti suoi compatrioti operato dall’organizzazione terroristica palestinese nota come ‘Settembre Nero’. La sua vita e le sue disavventure ci vengono raccontate dal giornalista padovano Andrea Schiavon, nel suo libro in uscita il 12 giugno (“Cinque cerchi e una stella. Shaul Ladany, da Bergen-Belsen a Monaco ‘72” Add Editore, 14 euro). Dalle righe del suo volume emerge una figura d’uomo che è insegnante, marciatore, ma che è anche soldato volontario (nella Guerra dei sei giorni del 1967 e in quella di Yom Kippur del 1973) che non tentenna mai, nemmeno di fronte al rischio della vita. Ladany ha marciato ovunque ha potuto: in Europa, negli Stati Uniti dove ha vissuto a lungo, in Israele, dove ha sempre fatto ritorno e dove vive tutt’ora; ha marciato al ritmo di tabelle impressionanti, da 350 a 430 chilometri a settimana. E continua a marciare ancora oggi, che di anni ne ha 76 e ad ogni compleanno, ovunque si trovi, percorre un chilometro per ogni anno vissuto. Perché “un chilometro in più ti allunga la vita”, e il cammino di Shaul Ladany è una “festa mobile, che si rinnova ogni volta che ti metti in moto”. Il moto di chi va sempre avanti, ma non dimentica il dolore, piuttosto lo sublima e lo fa diventare il suo motore più forte.