Ha la maglia degli Amatori Milano sporca di fango, il baffo corrucciato, e ci guarda, in cagnesco, dalla copertina. Sembra quasi voglia sfidarci a comprarlo, questo suo libro: lui è Marco Bollesan, classe 1941, nato a Chioggia ma per sbaglio (è genovese), giocatore simbolo del rugby a 15 in Italia. Terza linea centro, due volte campione d'Italia (con Partenope, nel 1966, e con il Brescia, nel 1975; sono gli anni dei 5 scudetti consecutivi del nostro Petrarca); ha giocato 47 volte in Nazionale, di cui è stato poi allenatore, team manager e addetto stampa. I suoi ricordi di una vita passata con la palla ovale fra le mani sono tutti racchiusi in "Una meta dopo l'altra - Della vita e del rugby" (di Marco Bollesan, con Gabriele Remaggi, Lìmina Edizioni, 16 euro). E sono memorie fiume le sue, sparpagliate qua e là e come gettate in una delle mischie dentro le quali non ha mai esitato, da giocatore, a buttarsi: "lo so che corro un po' avanti e indietro nel tempo, ma i ricordi sono così, non ti vengono mica ordinati". Appunti di una vita: di un'infanzia segnata dall'assenza dei genitori, che lo lasciarono, piccolissimo, dalla nonna a Genova; di un'adolescenza piena di rabbia, per questo abbandono e per le difficoltà nello sbarcare il lunario; di una vita adulta, fatta di rugby, rugby e ancora rugby, il pane di tutti i giorni, il riscatto alla sfortuna. Bollesan è stato il primo giocatore, in Italia, a guadagnare con questo sport: denaro, certo, ma anche e soprattutto tante regole di vita. E molti punti di sutura: "mi sono aperto così tante volte che mi hanno cucito e dato tanti punti che neanche un tailleur". Per fortuna che, dopo la guerra in campo, esiste la pace del terzo tempo. Che non è solo il dopo partita, dove scorrono fiumi di birra e si fa festa, a prescindere dal risultato della giornata. È anche fare scorribande con la propria squadra, come quella volta che, in quattro, hanno sollevato e girato verso l'altro senso di marcia la Seicento di un malcapitato che aveva osato sfanalare per cercare il sorpasso. Episodi degni di una saga, quale sembra essere questa di Bollesan: i titoli dei capitoli ricordano il Don Chisciotte (“dove si parla di…") e lui non è lontano dall’idea dell’eroe. L’eroe della palla ovale, ora in ritiro nel borgo genovese di Boccadasse: più tranquillo, forse meno arrabbiato, ma sempre indomito.