Storia di un'amicizia fra un giornalista e un grande uomo.

Gian Paolo Ormezzano è giornalista, commentatore televisivo e scrittore. E, non ultimo, è stato collaboratore e amico di Enzo Ferrari. A 24 anni dalla scomparsa del sire di Maranello, eccone un ritratto forse incompleto, del resto tanto si è già scritto, ma ugualmente interessante: "a 180 gradi. Ricordo e racconto, amen". "Pronto, qui Enzo Ferrari... Storia di un'amicizia tra n giornalista e un grande uomo" (Lìmina edizioni, 15 euro) è il frutto dei ricordi, stesi a ruota libera, del periodo in cui l'autore ha frequentato il mitico "Drake" per aiutarlo nella stesura e revisione di due libri storici delle scuderie di Maranello: "Le briglie del successo" e "Piloti che gente". Ne emerge un Ferrari quasi mitizzato, pur con i suoi evidenti difetti: l'essere collerico, spesso intrattabile, cattivo a volte. Ma cui tutto si deve perdonare. Anche il fatto di guidare, per anni, con la patente scaduta: del resto chi mai avrebbe avuto l'ardire di fermarlo e controllarne i documenti? È un Ferrari che svela le sue velleità giovanili, inaspettate: avrebbe voluto diventare tenore d'operetta, ma anche campione d'atletica leggera e, perché no?, tiratore con fucili di precisione. Soprattutto, avrebbe voluto essere giornalista. Di questa sua ambizione conservò sempre una curiosità al limite del malizioso per gli altri, per le loro vicende private, soprattutto sentimentali. Scopriamo poi dalle parole di Ormezzano il rapporto che Ferrari aveva con Dio. Una fede a modo suo: lui credeva, ma Dio credeva forse in lui? Le responsabilità avute, le prove cui la vita l'aveva sottoposto, gli facevano pensare che la sua fede fosse sempre in fase di collaudo. La morte di un figlio, Dino, a soli 24 anni; la morte di un altro suo "figlio", il pilota Gilles Villeneuve furono due lutti grandi da sopportare. Ma c'è spazio anche per un Ferrari più leggero, per esempio nel suo rapporto con le donne: il classico binomio "donne e motori" per lui fu qualcosa di più di un detto popolare. Un motore maltrattato dal pilota di turno era per lui come il grido d'aiuto di una donzella in difficoltà. Ce lo immaginiamo bene, grazie alle pagine di questo libro di memorie, Enzo Ferrari che scrive con la sua stilografica ad inchiostro violetto, che sbuffa di collera o d'allegria, "duro e monolitico", ma capace di abbracciare Niki Lauda alla notizia che il circuito tedesco di Nurburgring, dove il pilota austriaco aveva rischiato di morire bruciato nel 1976, era stato messo fuori legge. Un bel tributo, questo libro, ad una persona "che era fatto di un metallo speciale, che brilla soltanto nell'attrito con gli altri"; ad un uomo d’altri tempi, che, vivesse ora la Formula Uno, quasi certamente non sarebbe d’accordo sui lauti compensi dei piloti, su uno “show sempre più fine a se stesso e sempre meno influente sul progresso dell’auto”. L’unico show, comunque, che in televisione faccia solida concorrenza al calcio.