Nei paesi sardi molte persone hanno tuttora un soprannome che, talvolta, si tramanda persino di padre in figlio.
Il giovanissimo protagonista di questo romanzo ambientato nell'entroterra sardo tra la fine degli anni '30 e l'inizio degli anni '50, Zuanne Malune, viene chiamato Sonetàula (rumore di legna) "quasi il ragazzo avesse una bara indosso", poiché è così magro che se gli si dà un colpo fa proprio quel rumore. Quando il ragazzo, dodicenne, scopre che il padre è stato mandato al confino per un delitto mai commesso, in lui comincia prepotentemente a farsi strada il pensiero della vendetta. Sonetàula cresce negli ovili, con il nonno Cicerone e l'amico Giobatta; da loro e dall'ambiente circostante apprenderà che la legge che prevale, nel loro mondo, è quella non scritta, quel "codice barbaricino" che rifiuta l'idea di rivolgersi alle autorità, che prevede che ognuno si faccia giustizia da sé.
Mentre Sonetàula va incontro ad un destino di violenza e latitanza, che per lui sembra essere l'unico possibile, la Sardegna in cui è cresciuto si adegua lentamente al progresso, fino all'avvento della luce elettrica.
E' un romanzo a suo modo molto bello, triste e crudo, che ha il colore cupo delle sterpaglie tra le quali cresce Sonetàula. Fa riflettere su quanto il luogo e l'ambiente in cui nasciamo e cresciamo condiziona la nostra vita e il nostro modo di essere. Al proprio destino difficilmente si sfugge, quando non si è conosciuto altro che la dura legge che governa il mondo circostante. Forse una vaga speranza, non per Sonetàula ma per i suoi compaesani, è racchiusa in quella luce che rappresenta il progresso, o forse si tratta solo di un diverso tipo di prigione.
Un romanzo di formazione con uno sfondo insolito, una storia umana, che potrebbe essere metaforicamente quella di chiunque.