È un contrasto che stride il titolo di questo libro (“La mia piccola stella” di Sébastien Chabal, Baldini&Castoldi Le Boe, 17,50 euro) e il primo piano di questo “orco” francese in copertina. Perché è così che lo chiamano, Chabal, nel mondo. Per via senz’altro del suo imponente aspetto fisico, dei lunghi capelli neri e della barba, folta e scura; ma anche per il suo modo di giocare, tutto improntato al placcaggio, spesso anche violento. La sua notorietà ha avuto un vero e proprio balzo nel 2007, quando, giocando nella Nazionale di casa, ha “fermato” un paio di avversari in modo spettacolare: le immagini dei suoi placcaggi hanno fatto il giro del mondo grazie alla rete e il suo volto è diventato familiare anche a chi di rugby se ne intende poco. In questo suo libro, che è pervaso dallo spirito semplice di uno che si è fatto da solo, c’è tutta la vita di Chabal: dall’infanzia trascorsa a Beaumont-les-Valence al suo passato di operaio tornitore fresatore, fino alla scoperta del rugby. Che non è stato un colpo di fulmine, per lui, piuttosto un amore che è cresciuto a poco a poco, un rapporto che si è consolidato con gli anni. In bilico, ingenuo, fra desiderio di anonimato ed eccesso di esposizione mediatica, Chabal, classe 1977, veste la maglia numero 8 e ricopre il ruolo di terza linea centro: suo il compito di orientare il gioco della squadra. E questo ha fatto prima nella squadra francese Bourgoin-Jallieu, poi con i Sale Sharks inglesi e, dal 2009, di nuovo in Francia con il Racing Métro. Riuscendo bene, grazie alle sue doti fisiche (191 centimetri di altezza per 113 chilogrammi di peso) e al suo talento innato per questo gioco, di cui ha imparato ad amare il fatto che bisogna essere generosi, perché “da solo non sono niente, in quindici invece posso fare tutto”. La sua piccola stella è proprio questa: la fortuna di essersi imbattuto in uno sport che gli ha cambiato la vita, che lo ha realizzato. Una piccola stella a forma di palla ovale.