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Koto

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Discussione: Kawabata, Yasunari - Koto

  1. #1
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    Predefinito Kawabata, Yasunari - Koto

    Apro questo topic su un libro molto particolare, il secondo che leggo di Kawabata. Subito dopo La casa delle belle addormentate, infatti, ho letto questo lungo racconto (o romanzo breve, che dir si voglia) e devo dire mi ha davvero colpito, tanto più perchè l’ho iniziato senza avere la minima idea di cosa trattasse.

    Chieko, figlia benestante di una coppia di commercianti di kimono, ottiene finalmente la conferma al suo dubbio di essere stata adottata quando conosce – per puro caso – Naeko, sorella gemella di cui ignorava l’esistenza, cresciuta con la famiglia d’origine e poi, rimasta orfana, presso alcuni parenti. La condizione economica e sociale che le separa si fa subito sentire, ma ciò non impedisce che fra le due ragazze nasca un legame molto forte, quasi viscerale. Lo status in cui sono vissute fino a quel momento resterà un ostacolo insormontabile, in ragione del quale si intuisce (l’autore non ce lo dice in modo esplicito) che il ricongiungimento completo – desiderato e temuto da entrambe – non ci sarà mai, ma forse proprio per questo la natura del sentimento che le unisce resterà qualcosa di speciale, indistruttibile.

    Una trama piuttosto scarna (sebbene arricchita da una serie di micro-storie collaterali), e infatti la bellezza di quest’opera non sta tanto nell’avvicendarsi dei fatti ma nel come questi vengono narrati. Avendo letto questo libro a cavallo del mio viaggio in Giappone, mi è sorto spontaneo un confronto: gli elementi del racconto sono disposti l’uno accanto all’altro proprio come lo sono gli alberi, i ruscelli e ogni singola pietra dei giardini giapponesi che ho avuto modo di ammirare dal vivo. Si sa che dietro c’è la mano dell’uomo – anzi, dell’artista – ma l’effetto che si ottiene è quello di una perfetta naturalità, come se tutto fosse nato “lì” e non potesse essere in nessun altro posto che “lì”.
    Be’, la sensazione che si ha leggendo questo racconto lieve, delicatissimo, è proprio questa: le azioni, i pensieri, le descrizioni dei luoghi e degli eventi (molta cura è dedicata al racconto delle feste tradizionali di Kyoto, città in cui è ambientata la vicenda) sono semplici e limpidi, eppure dietro a questa studiata e magnifica semplicità si intuisce tutta la profondità e la complessità della vita e delle relazioni umane.... La simpatia che lega fin dall’infanzia Chieko a Shinichi, i sentimenti che Hideo e Ryusuke provano per la stessa Chieko, ma anche il rapporto appena accennato fra la madre e il padre di Chieko e persino le relazioni fra i numerosi personaggi secondari... nulla è lasciato al caso, tutto si svela a poco a poco ed è proprio la costruzione attenta e minuziosa di questi rapporti, che avviene in presa diretta sotto i nostri occhi, a costituire la vera sostanza del racconto.

    Come già accennato, un peso considerevole – sia quantitativamente sia qualitativamente parlando – è dato dalle descrizioni dei luoghi (in particolare dei giardini, ritratti all’apice della loro bellezza ovvero durante la fioritura dei cieliegi) e delle feste tradizionali. Nella sensibilità con cui Kawabata compone ogni singola scena si legge tutta la sua volontà di sottolineare l’osmosi continua fra natura e uomo: la natura, nei suoi molteplici aspetti (di caducità, per esempio, ma anche di forza, di delicatezza) è specchio della vita, così come la vita umana si riflette nella natura. Un velo di malinconia attraversa il racconto, proprio nella constatazione di quanto questo legame universale e ancestrale sia sempre più a rischio (esattamente come a rischio è il permanere immutato delle tradizioni nella modernità)...
    Ma ripeto, tutto questo ha la consistenza di un sussurro. Tutto rimanda ad altro senza per questo scadere mai in esplicite sentenze e la scrittura resta sempre di una lievità straordinaria. Kawabata ci mostra che tradurre in letteratura il “silenzio” è possibile, e che se da qualche parte vogliamo partire per capire l’anima profonda del Giappone, possiamo farlo proprio da qui.
    Ultima modifica di ayuthaya; 02-11-2013 alle 12:17 PM.

  2. #2
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    Ci sono libri – e Koto è uno di questi – che pur non avendo una trama complicata – in questo caso poi è addirittura esigua – o una miriade di personaggi, sono per me difficili da commentare, e a farlo provo la stessa difficoltà che proverei se dovessi spiegare a qualcuno perché ci si emoziona davanti ad un bel tramonto o ad un fiore che sboccia. Come si può esprimere con delle semplici parole un’esperienza tanto profonda che coinvolge/sconvolge tutti i sensi? Per riuscirci bisognerebbe essere un bravo scrittore, o un poeta, ed io purtroppo non sono nessuna delle due cose.
    Koto è uno di quei libri che non si “legge” solo con gli occhi, ma con l’anima perché non è solo parole, è anche colori, profumi, suoni, sensazioni. Questo è possibile, intanto, perché la Protagonista indiscussa del libro, capace di ridurre gli altri al ruolo di “comparse” è la Natura. I ciliegi in fiore, i viali di cinnamomo, le piante di acero, i cedri della città, ma anche l’alternarsi delle stagioni, il rumore della pioggia, il nevischio, le foglie che ingialliscono, non sono in questo libro delle note di sottofondo, al contrario sono il filo conduttore di tutta la storia. Non a caso questa inizia con la primavera - con lo spettacolo maestoso, da tutti ammirato, dei ciliegi in fiore, e lo sbocciare solitario di due violette che imperterrite nonostante quasi nessuno le noti sono lì ogni anno, simbolo allo stesso tempo della perseveranza della speranza, e di una solitudine irrimediabile – e attraverso l’alternarsi delle stagioni e delle feste ad esse legate si conclude in inverno – quasi a sottolineare la fine di ogni illusione e sogno. Comunque, secondo me, solo uno scrittore giapponese avrebbe potuto scrivere un libro così poetico, etereo, quasi impalpabile e nello stesso tempo così potente, come solo i silenzi e la solitudine sanno essere.
    Ultima modifica di bouvard; 07-24-2014 alle 07:15 PM.

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