È una storia maledetta la disfida tra il pirata Marco Pantani e il cowboy Lance Armstrong? Per Leo Turrini, giornalista sportivo autore di questo libro appassionante ("Il Pirata e il Cowboy. Pantani e Armstrong. Le storie maledette". Imprimatur editore, 15,50 euro) è qualcosa di più: un racconto dai contorni epici, un duello all'ultimo sangue, come quello fra Achille ed Ettore, eroi mitici della guerra di Troia protagonisti dell'Iliade. S'intende subito che Ettore, l'eroe sfortunato, è incarnato da Marco Pantani: vittima più o meno apparente di un mondo, quello del ciclismo, che aveva bisogno di un capro espiatorio cui far scontare i peccati di tutti. Il Pirata è passato dall'altare di "re delle montagne", ciclista insuperabile in salita, idolo nazionale, erede di Coppi, alla polvere di una condanna: un tasso di ematocrito superiore alla soglia di pericolo, 5 giugno 1999, Giro d'Italia. La morte di Pantani è iniziata allora. Il 14 febbraio 2004, quando fu trovato esanime in una stanza d'albergo, non fu altro che la conclusione scontata di una storia che era già stata scritta. Il texano dagli occhi di ghiaccio, Lance Armstrong, è invece Achille: sconfitto il cancro, chi mai l'avrebbe potuto fermare? E infatti vince, diventa l'emblema di chi riesce nonostante tutto, di chi non si arresta di fronte a nessuna difficoltà. Diventa, soprattutto, personaggio mediatico indiscutibile. I sospetti su di lui ci sono sempre stati, ma, contrariamente al trattamento riservato al Pirata, si passa avanti. E il coro di questa tragedia greca è fatto proprio dal mondo delle istituzioni del ciclismo, che si accanisce con uno, perdona tutto all'altro. Tutti sapevano, dai corridori ai manager, dai medici ai giornalisti: l'Epo, un farmaco che accorcia i tempi di recupero, era a disposizione di tutti, dai migliori sui pedali ai gregari più scarsi. La storia recente è nota a tutti: a febbraio di quest'anno il Cowboy confessa, "mi sono sempre drogato". L'eroe non esiste più, le vittorie vengono cancellate, non ci sono scuse che tengano. Giustizia è fatta. Nessun vincitore in questa storia maledetta. E il primo a perdere è il ciclismo, divorato al suo interno da una bestia che di mitologico non ha nulla, e che si chiama doping.