Costruita attorno alla figura della protagonista, in cui il conflitto interiore dettato dall'alternanza di desiderio e disinganno risente di ascendenze filosofiche di stampo schopenhaueriano, la narrazione esula dall'attesa ambientazione sarda e, tra le anse fluviali della pianura padana, «dischiude la Sardegna al mondo e il mondo alla Sardegna» accostando con maestria alle usuali istanze morali le moderne riflessioni sui rivolgimenti sociali imposti dalla storia.

(chiedo scusa, ma in internet non sono riuscita a trovare nessuna quarta di copertina di questo romanzo, tranne le poche righe qui sopra)
Questo romanzo narra la storia di Annalena Bilsini, vedova dalla numerosa prole, e del tentativo della famiglia contadina di elevarsi dalla condizione di miseria in cui è precipitata a causa della indolenza della generazione precedente.
Il duro lavoro, l'onestà, la fatica e la caparbietà sono i tratti che accompagnano le contraddizioni di questa figura forte, donna ma soprattutto madre: perché questo è, anche quando i suoi desideri sembrerebbero aspirare ad altro, al soddisfacimento del suo piacere personale, è sempre il bene della famiglia che viene posto innanzi a tutto da Annalena.
Non avevo mai letto nulla di Grazia Deledda, ma devo dire che questo primo approccio mi è piaciuto molto: i caratteri dei vari personaggi emergono piano, quasi come in un dipinto, tra le conversazioni scherzose e stanche fatte attorno al tavolo della cena. Mi è molto piaciuto questo intrecciarsi di caratteri diversi e in fondo simili, la capacità dell'autrice di delineare i tratti più veritieri e realistici in ogni pagina.