Come dicevo in un altro post, ho letto questo libro stanotte e l'ho apprezzato molto. Dodici racconti a fare da specchio all'inconsistenza e all'angoscia umana. Il mio preferito Ŕ Sette piani in cui si descrive un uomo affetto da una febbre perenne che lo costringe a ricoverarsi in un sanatorio molto particolare dove ad ogni piano corrisponde un livello di gravit├* dei malati: se il settimo Ŕ popolato da pazienti lievemente febbricitanti il sesto ospita malattie di pi¨ seria consistenza e cos├Č via fino ad arrivare al primo piano dove i malati non restano per pi¨ di un paio di giorni...
Il protagonista, Giuseppe Corte, si trova faccia a faccia con la sua angoscia che non riesce a scalfire la deontologia dei medici. Non vi dico di + altrimenti che leggete?? :P

copio invece un altro racconto "il borghese stregato" che ho trovato anche su internet

Giuseppe Gaspari, commerciante in cereali; di 44 anni, arriv˛ un giorno d'estate al paese di montagna dove sua moglie e le bambine erano in villeggiatura. Appena giunto, dopo colazione, quasi tutti gli altri essendo andati a dormire, egli usc├Č da solo a fare una passeggiata.
Incamminatosi per una ripida mulattiera che saliva alla montagna, si guardava intorno a osservare il paesaggio. Ma, nonostante il sole, provava un senso di delusione. Aveva sperato che il posto fosse in una romantica valle con boschi di pini e di larici, recinta da grandi pareti. Era invece una valle di prealpi chiusa da cime tozze, a panettone, che parevano desolate e torve. Un posto da cacciatori, pens˛ il Gaspari, rimpiangendo di non esser potuto mai vivere, neppure per pochi giorni, in una di quelle valli, immagini
di felicit├* umana, sovrastate da fantastiche rupi, dove candidi alberghi a forma di castello stanno alla soglia di foreste antiche, cariche di leggende. E con amarezza considerava come tutta la sua vita fosse stata cos├Č: niente in fondo gli era mancato ma ogni cosa sempre inferiore al desiderio, una via di mezzo che spegneva il bisogno, mai gli aveva dato piena gioia.
Intanto era salito un buon tratto e, voltatosi indietro, stup├Č di vedere il paese, l'albergo, il campo da tennis, gi├* cos├Č piccoli e lontani. Stava per riprendere il cammino quando, di l├* di un basso costone, ud├Č alcune voci.
Per curiosit├* lasci˛ allora la mulattiera e, facendosi strada tra i cespugli, raggiunse la schiena della ripa. L├* dietro, sottratto agli sguardi di chi seguiva la via normale, si apriva un selvatico valloncello, dai fianchi di terra rossa, ripidi e crollanti. Qua e l├* un macigno che affiorava, un cespuglietto, i resti secchi di un albero. Una cinquantina di metri pi¨ in alto il canalone piegava a sinistra, addentrandosi nel fianco della montagna. Un posto da vipere, rovente di sole, stranamente misterioso.Dino Buzzati
A quella vista egli ebbe una gioia; e non sapeva neanche lui il perch├ę. Il valloncello non presentava speciale bellezza. Tuttavia gli aveva ridestato una quantit├* di sentimenti fortissimi, quali da molti anni non provava; come se quelle ripe crollanti, quella abbandonata fossa che si perdeva chiss├* verso quali segreti, le piccole frane bisbiglianti gi¨ dalle arse prode, egli le riconoscesse. Tanti anni fa le aveva intraviste, e quante volte, e che ore stupende erano state; propriamente cos├Č erano le magiche terre dei sogni e delle avventure, vagheggiate nel tempo in cui tutto si poteva sperare. Ma, proprio sotto, dietro a un'ingenua siepe di paletti e di rovi, cinque ragazzetti stavano confabulando. Seminudi e con strani berretti, fasce, cinture, a simulare vesti esotiche o piratesche. Uno aveva un fucile a molla, di quelli che lanciano un bastoncino, ed era il pi¨ grande, sui quattordici anni. Gli altri erano armati di archetti fatti con rami di nocciuolo; da frecce servivano piccoli uncini di legno ricavati dalla biforcazione di ramoscelli.
"Senti" diceva il pi¨ grande, che portava alla fronte tre penne. "Non me ne importa nienteÔÇŽ a Sisto io non ci penso, a Sisto penserai tu e Gino, in due ce la farete, spero. Basta che facciamo piano, vedrai che li prendiamo di sorpresa."
Il Gaspari, ascoltando i loro discorsi, cap├Č che giocavano ai selvaggi o alla guerra i nemici erano pi¨ avanti, asserragliati in un ipotetico fortilizio, e Sisto era il loro capo, il pi¨ in gamba e temibile. Per impossessarsi del forte i cinque si sarebbero serviti di un'asse, che avevano appunto con loro, lunga circa tre metri; la quale servisse da passerella da una sponda all'altra di un fosso o spaccatura (il Gaspari non aveva ben capito) alle spalle del covo nemico. Due sarebbero andati su per il fondo del vallone, simulando
un attacco di fronte; gli altri tre alle spalle, valendosi della tavola.
In quel mentre uno dei cinque vide, fermo sul ciglio del vallone, il Gaspari, quell'uomo anziano, dalla testa pressoch├ę calva, la fronte altissima, gli occhi chiari e benevoli.
"Guarda l├*" disse ai compagni, che improvvisamente si tacquero, guardando l'estraneo con diffidenza.
"Buongiorno" disse Giuseppe, in lietissima disposizione di spirito. "Stavo a guardarviÔÇŽ e cos├Č, quando andate all'assalto?"
Ai bambini piacque che l'ignoto signore, anzich├ę sgridarli, quasi li incoraggiasse. Per˛ tacquero intimiditi.
Una ridicola cosa venne allora in mente a Giuseppe. Balzo gi¨ per il valloncello e, affondando i piedi nelle ghiaie sotto di lui frananti, discese a salti verso i ragazzi; i quali si alzarono in piedi. Ma lui disse loro:
"Mi volete con voi? Porter˛ la tavola, per voi Ŕ troppo pesante."
I ragazzi sorrisero leggermente. Che cosa voleva quello sconosciuto che mai si era visto nei dintorni? Poi, vedendo la sua faccia simpatica, presero a considerarlo con indulgenza.
"Ma guarda che lass¨ c'Ŕ Sisto" gli disse il pi¨ piccolo, per vedere se si spaventava.
"Ma Ŕ cos├Č terribile Sisto?"
"Lui vince sempre" rispose il bambino. "Mette le dita in faccia, sembra che voglia cavare gli occhi. Ŕ cattivo luiÔÇŽ "
"Cattivo? Vedrai che lo prenderemo lo stesso!" fece il Gaspari divertito.
Cos├Č mossero. Il Gaspari, aiutato da un altro, sollev˛ l'asse che pesava molto di pi¨ di quanto non avesse pensato. Poi risalirono il canalone, su per i macigni del fondo. I bambini lo guardavano meravigliati. Curioso: non c'era ombra di compatimento in lui, come negli altri uomini grandi quando si degnano di giocare. Pareva proprio facesse sul serio.
Finch├ę giunsero al punto dove il valloncello svoltava. Ivi si fermarono e appiattandosi dietro ai sassi sporsero lentamente il capo a osservare. Anche Gaspari fece lo stesso, lungo disteso sulle ghiaie, senza preoccuparsi del vestito. Vide allora la rimanente parte del canalone, ancora pi¨ singolare e selvaggia. Coni di terra rossa che parevano fragilissimi si alzavano attorno, accavallandosi a circo, come guglie di una cattedrale morta. Essi avevano una vaga e inquietante espressione, quasi da secoli fossero rimasti l├* immobili, allo scopo di aspettare qualcuno. E in cima ai pi¨ alto di essi, che si ergeva nel punto superiore del valloncello, si vedeva una specie di muricciolo di sassi, e tre quattro teste che spuntavano.
"Eccoli lass¨, li vedi?" gli bisbigli˛ uno dei cinque.
Lui fece cenno di s├Č; ed era perplesso. Breve era lo spazio metricamente considerato. Tuttavia per qualche istante egli si chiese come avrebbero fatto ad arrivare lass¨, a quella lontanissima rupe sospesa tra le voragini. Sarebbero giunti prima di sera? Ma fu impressione di pochi istanti. Che cosa gli era mai passato per la mente? Ma se era questione di un centinaio di metri!
Due dei ragazzi rimasero fermi ad aspettare. Si sarebbero fatti avanti solo al momento opportuno. Gli altri, col Gaspari, si inerpicarono da un lato, per raggiungere il ciglio del vallone, badando a non farsi vedere.
"Adagio, non muovere sassi" raccomandava a bassa voce il Gaspari, pi¨ ansioso degli altri circa l'esito dell'impresa.
"Coraggio, tra poco ci siamo."
Raggiunsero il ciglione, discesero per qualche metro in un valloncello laterale, del tutto insignificante. Quindi ripresero la salita; portandosi dietro la tavola.
Il piano era ben calcolato. Quando si riaffacciarono al vallone, il "fortino" dei selvaggi comparve a una decina di metri da loro, un poco pi¨ sotto. Ora bisognava scendere in mezzo ai cespugli e gettare la tavola sopra una stretta spaccatura. I nemici erano placidamente seduti e tra essi spiccava Sisto, con una specie di criniera in testa; una maschera gialliccia di cartone, intenzionalmente mostruosa, gli nascondeva met├* faccia. (Ma intanto una nuvola era calata sopra di loro, il sole si era spento, il valloncello aveva preso colore di piombo.)
"Ci siamo" bisbigli˛ il Gaspari. "Adesso io vado avanti con la tavola."
Infatti, tenendo l'asse con le mani, si lasci˛ lentamente calare in mezzo ai rovi, seguito da presso dai ragazzi. Senza che i selvaggi si accorgessero, essi riuscirono a raggiungere il punto desiderato.
Ma qui il Gaspari si ferm˛, come assorto (la nube ristagnava ancora, da lungi si ud├Č un grido lamentoso che assomigliava a un richiamo). "Che strana storia" pensava "solo due ore fa ero in albergo, con la moglie e le bambine, seduto a tavola; e adesso in questa terra inesplorata, distante migliaia di chilometri, a lottare con dei selvaggi."
Il Gaspari guardava. Non c'era pi¨ il valloncello adatto ai giochi dei ragazzi, n├ę le mediocri cime a panettone, n├ę la strada che risaliva la valle, n├ę l'albergo, n├ę il rosso campo da tennis. Egli vide sotto di s├ę sterminate rupi, diverse da ogni ricordo, che precipitavano senza fine verso maree di foreste, vide pi¨ in l├* il tremulo riverbero dei deserti e pi¨ in l├* ancora altre luci, altri confusi segni denotanti il mistero del mondo. E qui dinanzi, in cima alla rupe, stava una sinistra bicocca; tetre mura a sghembo la reggevano e i tetti in bilico erano coronati da teschi, candidi per il sole, che sembrava ridessero. Il paese delle maledizioni e dei miti,
le intatte solitudini, l'ultima verit├* concessa ai nostri sogni!
Una porta di legno, socchiusa (che non esisteva), era coperta di biechi segni e gemeva ai soffi del vento. Il Gaspari si trovava ormai vicinissimo, a due metri forse. Cominci˛ ad alzare lentamente la tavola, per lasciarla cadere sull'altra sponda.
"Tradimento!" grid˛ nel medesimo istante Sisto, accortosi dell'attacco; e balz˛ in piedi ridendo, armato di un grande archetto. Quando scorse il Gaspari rest˛ un istante perplesso. Poi trasse di tasca un uncino di legno, innocuo dardo; lo applic˛ alla corda dell'archetto, prese la mira. Ma, dalla socchiusa porta coperta di oscuri segni (che non esisteva), il Gaspari vide uscire uno stregone, incrostato di lebbre e di inferno. Lo vide rizzarsi, altissimo, gli sguardi privi di anima, un arco in mano, sorretto da una forza scellerata. Egli lasci˛ allora andare la tavola, si trasse con spavento indietro. Ma l'altro gi├* scoccava il colpo. Colpito al petto, il Gaspari cadde tra i rovi.
Ritorn˛ all'albergo che gi├* scendeva la sera. Era sfinito. E si lasci˛ andare su una panchina, di fianco alla porta di ingresso. Gente entrava ed usciva, qualcuno lo salut˛, altri non lo riconobbero perch├ę era gi├* scuro.
Ma lui non badava alla gente, chiuso intensamente in se stesso. E nessuno di quanti passavano si accorgeva che
nel mezzo del petto egli portava confitta una freccia. Una asticciola, tornita con perfezione, di un legno apparentemente durissimo e di colore scuro, sporgeva per circa trentacinque centimetri dalla camicia, al centro di una macchia sanguigna. Gli sguardi del Gaspari la fissavano con moderato orrore, per via di una felicit├* curiosa che vi si mescolava. Egli aveva provato ad estrarla ma faceva troppo male: uncini laterali dovevano trattenerla dentro alle carni. E dalla ferita ogni tanto gorgogliava il sangue. Lo sentiva colare gi¨ per il petto e il ventre, ristagnare nelle pieghe della camicia.
Dunque l'ora di Giuseppe Gaspari era giunta, con poetica magnificenza; e crudele. Probabilmente - egli pens˛ - gli toccava morire. Eppure che vendetta contro la vita, la gente, i discorsi, le facce, mediocri, che l'avevano sempre contornato. Che stupenda vendetta. Oh, lui adesso non tornava certo dal valloncello domestico a pochi minuti dall'albergo Corona. Bens├Č tornava da remotissima terra, sottratta alle irriverenze umane, regno di sortilegi, pura; e per arrivarci gli altri (non lui) avevano bisogno di attraversare gli oceani e poi avanzare lungo tratto per le inospitali solitudini, contro la natura nemica e le debolezze dell'uomo; e poi non era ancora detto che sarebbero giunti. Mentre lui inveceÔÇŽ
S├Č, lui, quarantenne, si era messo a giocare coi bambini, credendoci come loro; solo che nei bambini c'Ŕ una specie di angelica leggerezza; mentre lui ci aveva creduto sul serio, con una fede pesante e rabbiosa, covata, chiss├*, per tanti anni ignavi senza saperlo. Cos├Č forte fede che tutto si era fatto vero, il vallone, i selvaggi, il sangue. Egli era entrato nel mondo non pi¨ suo delle favole, oltre il confine che a una certa stagione della vita non si pu˛ impunemente tentare. Aveva detto a una segreta porta apriti, credendo quasi di scherzare, ma la porta si era aperta veramente. Aveva detto selvaggi e cos├Č era stato. Freccia, per gioco, e
vera freccia lo faceva morire.
Pagava dunque l'arduo incantesimo, il riscatto; era andato troppo lontano per poter ritornare; ma in compenso che vendetta per lui. Oh, lo aspettassero per pranzo moglie, figlie, compagni d'albergo, lo aspettassero per il bridge della sera! La pastina in brodo, il manzo lesso, il giornale radio: c'era da ridere. Lui, uscito dai tenebrosi recessi del mondo!
"Beppino" chiam˛ la moglie da una terrazza sovrastante dove erano preparate le tavole all'aperto. "Beppino, che cosa fai l├* seduto? E cosa hai fatto fino adesso? Ancora in calzettoni? Non vai a cambiarti? Lo sai che sono passate le otto? Noi abbiamo una fameÔÇŽ"
" "ÔÇŽamenÔÇŽ" " La sent├Č quella voce il Gaspari? Oppure se n'era gi├* troppo discostato? Con la destra fece un cenno vago come per dire che lo lasciassero, facessero a meno di lui, non gliene importava un corno. Perfino sorrise. Ed esprimeva un'acre letizia, bench├ę il respiro stesse cadendo.
"Ma su, Beppino" gridava la moglie. "Ci vuoi fare ancora aspettare? Ma cos'hai? Perch├ę non rispondi? Si pu˛ sapere perch├ę non rispondi?"
Egli abbass˛ la testa come per dire di s├Č; senza rialzarla. Lui vero uomo, finalmente, non meschino. Eroe, non gi├* verme, non confuso con gli altri, pi¨ in alto adesso. E solo. La testa pendeva sul petto, come si conveniva alla morte, e le raggelate labbra continuavano a sorridere un poco, significando disprezzo, ti ho vinto miserabile mondo, non mi hai saputo tenere.