Siamo davanti ad un libro che ha una particolarità veramente incredibile: non è mai stato scritto dal suo autore.
Hemingway nella sua vita non ha mai scritto un libro intitolato: I racconti di Nick Andams. Questo è il frutto di un’operazione postuma, condotta da un grande studioso di Hemingway, Philip Young, nel 1973. In questo libro, mai voluto e mai pensato dall’autore stesso, Young raccoglie racconti che hanno come protagonista Nick Adams, tentando di dare un sequenza cronologica che vede Nick prima bambino, poi adolescente, soldato in guerra, uomo che si sposa, padre.
Ma non è così che Hemingway ha mai pensato Nick.
Hemingway scrive ininterrottamente nel corso della sua vita racconti su Nick, pubblicandoli in modo caotico in varie raccolte, o addirittura non pubblicandoli affatto, e senza rispettare nessuna sequenza logica e temporale in particolare.
Ed è questo il vero fascino del libro, sapere che Nick è una specie di alter ego di Hemingway stesso che a seconda del suo bisogno, dei ricordi che lo invadono, delle emozioni che sta provando, riversa in questo personaggio il se stesso del momento in cui scrive.
Per questo nonostante l’intento del curatore di dare una parvenza di cronologia logica al susseguirsi delle varie fasi della vita di Nick (riprendendola dalla vita dello stesso Hamingway), il libro appare incredibilmente discontinuo e ogni racconto è come un nuovo inizio. Discontinuo per stile, per intento, per suggestione evocativa.
Questo tentativo di seguire la crescita di un Nick che nella mente di Hemingway in realtà non è mai cresciuto non convince molto, perché in realtà Nick appare come una specie di amico invisibile, a cui si attribuiscono caratteri, parole, tratti diversi ogni volta: diventa bambino per ricordare qualcosa della nostra infanzia, padre in viaggio per ricordare il nostro stesso padre, ritorna adolescente per ricordare il nostro primo amore, o per meditare sullo sgomento di una violenza senza senso e fine a se stessa. A volte si ha quasi la sensazione che qualche racconto non sia stato scritto per essere letto, anzi, si avverte proprio un senso di estraniamento, come essere ospiti in un luogo in cui non si è ben accetti: non c’è nessuno sforzo per far capire i personaggi, i luoghi, come se chi scrive si rivolgesse a qualcuno che al volo può capire senza bisogno di tante spiegazioni. In questo senso si tratta quasi più di un diaro personale che di racconti veri e propri.
Quindi sì, Nick è riconoscibile, è lui per tutto il libro, ma è anche continuamente e stranamente diverso, e fra un racconto come “Spiegazione di me stesso” e “Giorno di nozze”, per esempio, c’è un abisso: il primo è uno scavo psicologico profondo, per ritrovare se stessi e il proprio io più vero nel corso di una guerra che snatura persone e cose e inventare forme di difesa personalissime a questo snaturamento; il secondo è un racconto criptico, che lascia un senso di sgomento, come se queste nozze fossero qualcosa di così inspiegabile da poter essere descritte solo con poche parole superficiali.
Gli argomenti trattati sono quindi tantissimi e i più vari, come succede per chiunque nel corso della propria vita fare considerazioni su qualsiasi argomento: morte, amore, tradimento, amicizia, legami parentali, pesca, sci, montagna, fiume, guerra, natura, violenza, infanzia.
Si trova tutto in questo libro, e leggerlo è un viaggio nella mente di un grande scrittore come Hemingway che diventa per forza di cose viaggio in noi stessi.


Francesca