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Pastorale Americana

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Discussione: Roth, Philip - Pastorale Americana

  1. #16
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    Ammetto di essere un pò in difficoltà nel parlare di questo libro, non saprei proprio come descriverlo! Posso solo dire che dopo averlo iniziato fermarsi era fisicamente impossibile; è un libro perfetto per lo stile scorrevole, per la storia che può essere quella di uomo qualunque, per tutte le emozioni forti e le riflessioni che ne accompagnano costantemente la lettura e lo rendono un capolavoro!! Un libro intenso che rispecchia la dura realtà e le contraddizioni in cui viviamo!! Consigliatissimo!

  2. #17
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    E' un efficacissimo specchio del degrado morale in cui versa l'America di oggi, ma può essere benissimo applicato secondo diversi punti di vista a se stessi o alla propria famiglia, è uno dei libri più forti che abbia mai letto, dove a pagine serene e rilassate si alternano momenti di lucidità e profondita sconvolgenti, non sempre in senso positivo. La sua crudeltà consiste non tanto nella descrizione del terrorismo degli anni 70 ma piuttosto nelle speranze che tutto ciò infrange: una vita di duro lavoro e sacrifici in nome dell'armoniosità della famiglia spazzati in nome di qualcosa di cui le cause sono ignote. Potentissimo!! Un grande personaggio lo Svedese, consigliato!!!

  3. #18
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    Sono a pagina 194...
    Brevi, confuse, imprecise osservazioni:

    -La storia all'inizio è raccontata in prima persona, cioè dal punto di vista dello scrittore, poi da un certo punto in poi la narrazione prosegue in terza persona, questo cambio di punto di vista mi ha un po' disorientato e il passaggio avviene in un modo che mi è sembrato poco chiaro. L'ho letto con poca attenzione o avete avuto anche voi questa impressione?
    -Poi magari qualche pagina più avanti qualcosa succede e quella che mi è sembrata una "scivolata" assume un certo significato. Ma mi chiedo, Rita Cohen, l'amica della figlia dello svedese, nella stanza in cui si incontra con quest'ultimo, doveva per forza sdraiarsi sul letto, aprire le gambe etc etc.? Beh certo, la mia parte animalesca non ha potuto non apprezzare questa scena, però mi è sembrato un po' eccessivo e inverosimile questo episodio.
    -Il rincontrarsi a distanza di anni tra compagni di scuola...che tristezza...succede? forse in America sì, però inserirla in un libro ambizioso non mi sembra una trovata originale

    Insomma, non brutto, ma mi aspettavo di più...per adesso.

    Ciao

  4. #19
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    Grande libro
    Se conoscessi Mizar dall'esterno, me lo sarei consigliato (in modo sprezzante).

  5. #20
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    A lettura ultimata dico che è un bel libro, manca forse di qualche impennata stilistica, di qualche passo che per forza espressiva viene voglia di imparare a memoria o quantomeno sottolineare.

    Tutti perdenti i protagonisti, delle sconfitte di molti non si soffre, ma per lo svedese si patisce e, sarò conraddittorio, anche per la di lui figlia ho provato una sincera compassione.

  6. #21
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    Un libro incredibile. La sua capacità di scrivere è imbarazzante. Mi ha colpito molto la sua immensa bravura nello sviscerare i fatti, che in questo libro non sono poi molti alla fine. Saper cambiare continuamente prospettiva e stato d'animo, questo mi è rimasto.
    Forse ho sbagliato a leggerlo per primo tra i romanzi di questo autore, ma comunque è diventato uno dei miei libri preferiti.

  7. #22
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    E' un libro molto bello.Che tocca tasti a cui credo ognuno di noi (in particolar modo se genitore) sia molto sensibile.Certo ognuno ha le proprie chiavi di lettura, e certo questo libro non parla solo del rapporto tra genitori e figli,del susseguirsi delle generazioni,del conflitto e della continuità insiti in esso.Parla dell'abisso tra ciò che vorremmo essere e magari (quasi sempre) non siamo,tra ciò che vorremmo il nostro mondo fosse e magari non è.Parla delle tensioni,delle lacerazioni,delle aspirazioni che ogni essere umano porta in sè, e della lotta che deve compiere per districarsi tra le cose (e le persone,e i sentimenti,che proviamo nonostante noi stessi) che ci spingono avanti e quelle che ci spingono contro un muro. E parla della società,della religione,dell'economia,del razzismo..Insomma Roth come sempre nei suoi libri alla fine ci mette un pò di tutto e ognuno di noi sceglie cosa mettere in primo piano.

  8. #23
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    Che dire? Il libro termina con una domanda e io inizio questo commento con un'altra domanda. Un libro indefinibile che ti cattura sin dalla prima pagina e non ti permette di staccarti da lui. Continui a pensare allo Svedese anche mentre non leggi. L'azione e il ritmo non sono nemmeno particolarmente incalzanti ma la prosa di Roth è talmente fluida che le pagine scorrono quasi automaticamente sotto agli occhi. Avevo letto solo "Lamento di Portnoy" ma qui siamo su un altro livello: le avventure di Portnoy a confronto con questo grande romanzo sembrano quasi un divertissement dell'autore. In "Pastorale Americana" Roth scava a fondo nella psicologia dei personaggi, del protagonista in particolare. Durante la narrazione ci si dimentica quasi che le avventure dello Svedese sono in realtà elucubrazioni mentali di Zuckerman che in qualche modo deve spiegarsi come un mito possa vivere il proprio declino e soprattutto come un mito arrivi al declino. Un consiglio spassionato? Leggetevelo! Prossima tappa con Roth: "Il teatro di Sabbath".

  9. #24
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    Ho deciso di leggere questo libro, unanimamente considerato il capolavoro di Roth, dopo essere rimasta molto delusa da La macchia umana (letto dopo aver visto il film che invece mi era piaciuto molto), con tante più aspettative in quanto mi è stato fortemente consigliato...

    Ora che l’ho finito, provo delle sensazioni contrastanti. Confermo di non amare in modo particolare lo stile dell’autore, troppo denso di troppe cose... spesso inutilmente ostico...
    Però quest'opera, così ricca, così pregna, non mi ha lasciato indifferente. Mi ha emozionato, e l’ha fatto in modo crudo, a volte persino violento, in alcuni punti toccando tasti quasi personali.
    Certo non è facile “identificarsi” con lo Svedese e con la sua tragedia familiare (non tutti abbiamo parenti terroristi in famiglia, per fortuna!) ma nella drammatica “straordinarietà” della sua vita, non si riflettono i fallimenti dell’umanità intera, l’infrangersi del sogno universale di una vita serena, normale, contro l’irrazionalità della vita reale, così imprevedibile, incomprensibile, inaccettabile?

    Come persona che ha sempre avuto una certa difficoltà ad accettare le proprie sconfitte, ho trovato verosimili e intensi gli sforzi dell Svedese per far quadrare sempre e comunque la propria vita anche quando tutto sembrava sfuggirgli di mano, per cercare di dare un senso anche all'assurdo ... Mi sono identificata nel suo amore spasmodico per il dovere, nel suo bisogno di essere sempre “perfetto”, di non deludere nessuno...

    Come mamma, ho trovato sublime l’interrogarsi disperato di un padre che non può accettare la propria estraneità alla tragedia di una figlia perduta... Forse è questo aspetto ciò mi ha colpito di più (probabilmente perchè appunto, essendo mamma, mi sono identificata molto): può un genitore non sentirsi responsabile della sorte dei propri figli? Certo, si mette al mondo una creatura e in quello stesso momento già non ci appartiene più: ma è sufficiente questo per metterci l’anima in pace?

    Credo che il motore di quest'opera sia il conflitto irriducibile fra l’irrazionalità della vita, della morte, dei rapporti umani, e il desiderio estremo, disperato, ma mai del tutto spento, di voler trovare un senso nonostante tutto... nonostante a volte sia proprio questo bisogno di razionalità “a tutti i costi” che determina, o se nn altro acuisce, il nostro fallimento, il nostro dolore...
    Mi è piaciuto da morire il “focoso” dialogo fra lo Svedese e suo fratello: per un momento ci allontaniamo dal punto di vista dello Svedese per immedesimarci in quello, più crudele e disincantato, ma forse più "realistico", del volitivo Jerry: è il punto in cui ho odiato di più il protagonista, il suo rispetto irragionevole per le regole si trasforma in una colpa che non è più scusabile... ("se ami tua figlia, valla a prendere e portala a casa"...)

    Infine c’è un ultimo aspetto, apparentemente secondario, ma che fa da cornice a tutto il romanzo: il rapporto “ambiguo” che intercorre fra la mente creatrice e l’oggetto della sua creazione: in questo caso fra Nathan Zuckerman (alter ego dello stesso Roth) e lo Svedese. Questo libro è uno dei pochi in cui la genesi di un romanzo, e in particolare di un personaggio, è sviscerata in modo esplicito e dettagliato, senza lasciare spazio a false illusioni.
    “...nonostante questi e altri sforzi (...) sarei stato pronto a riconoscere che il mio Svedese non era lo Svedese originario.
    e poco più avanti “ma se questo significava che avevo immaginato una creatura completamente fanstastica; se questo significava che la mia concezione dello Svedese era più fallace di quella di Jerry (...)... Beh, chi lo sa. Chi può saperlo?
    Non è questo un interrogarsi sul significato e sul valore della letteratura, della finzione letteraria? Con una premessa del genere, il resto della storia diventa quasi una metastoria, e ho trovato questo aspetto molto, ma molto interessante.

    Per concludere... be’, non sono brava a concludere. É un libro che è stato capace di “darmi”... Quanto e cosa mi abbia dato, ancora non riesco a percepirlo... Forse non leggerò nient’altro di Roth (il suo stile non mi è congeniale) ma sicuramente sono molto, molto contenta di averlo letto.
    Ultima modifica di ayuthaya; 06-29-2012 alle 10:23 AM.

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  11. #25
    Balivo di Averoigne
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    Premetto che non ho letto nulla di Roth e che trovo scandaloso si legga questo Roth e non l'altro, quello bravo.. "Penitenziagite!" Ho letto tutti i commenti presenti in questo post e sono perplesso!
    Possibile che non ci sia una sola persona che abbia spiegato bene di quale sia la trama del romanzo (solo nel primo commento si accenna qualcosa in modo confuso)??? Credo sia l'aspetto fondamentale! Attendo una spiegazione da un'anima pia

  12. #26
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    Citazione Originariamente scritto da Des Esseintes Vedi messaggio
    Premetto che non ho letto nulla di Roth e che trovo scandaloso si legga questo Roth e non l'altro, quello bravo.. "Penitenziagite!" Ho letto tutti i commenti presenti in questo post e sono perplesso!
    Possibile che non ci sia una sola persona che abbia spiegato bene di quale sia la trama del romanzo (solo nel primo commento si accenna qualcosa in modo confuso)??? Credo sia l'aspetto fondamentale! Attendo una spiegazione da un'anima pia
    Osservazione numero uno: e se uno i due Roth li legge entrambi perchè in maniera diversissima sono due grandi della letteratura...?

    Osservazione numero due: hai ragione, non avevo fatto caso a questa particolarità. Credo che il fatto che nessuno parli della trama di questo libro sia un punto a suo favore: in effetti se ripenso a Pastorale Americana non mi viene subito in mente la trama del romanzo, ma la sua incredibile scorrevolezza, le sensazioni forti che esso mi ha lasciato dentro. Per un sunto della trama ci si può benissimo affidare all'apposita pagina di Wikipedia

  13. #27
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    Citazione Originariamente scritto da Des Esseintes Vedi messaggio
    Credo sia l'aspetto fondamentale!
    PS: da te non mi sarei mai aspettato questa osservazione

  14. #28
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    Citazione Originariamente scritto da ayuthaya Vedi messaggio
    Ho deciso di leggere questo libro, unanimamente considerato il capolavoro di Roth, dopo essere rimasta molto delusa da La macchia umana (letto dopo aver visto il film che invece mi era piaciuto molto), con tante più aspettative in quanto mi è stato fortemente consigliato...

    Ora che l’ho finito, provo delle sensazioni contrastanti. Confermo di non amare in modo particolare lo stile dell’autore, troppo denso di troppe cose... spesso inutilmente ostico...
    Però quest'opera, così ricca, così pregna, non mi ha lasciato indifferente. Mi ha emozionato, e l’ha fatto in modo crudo, a volte persino violento, in alcuni punti toccando tasti quasi personali.
    Certo non è facile “identificarsi” con lo Svedese e con la sua tragedia familiare (non tutti abbiamo parenti terroristi in famiglia, per fortuna!) ma nella drammatica “straordinarietà” della sua vita, non si riflettono i fallimenti dell’umanità intera, l’infrangersi del sogno universale di una vita serena, normale, contro l’irrazionalità della vita reale, così imprevedibile, incomprensibile, inaccettabile?

    Come persona che ha sempre avuto una certa difficoltà ad accettare le proprie sconfitte, ho trovato verosimili e intensi gli sforzi dell Svedese per far quadrare sempre e comunque la propria vita anche quando tutto sembrava sfuggirgli di mano, per cercare di dare un senso anche all'assurdo ... Mi sono identificata nel suo amore spasmodico per il dovere, nel suo bisogno di essere sempre “perfetto”, di non deludere nessuno...

    Come mamma, ho trovato sublime l’interrogarsi disperato di un padre che non può accettare la propria estraneità alla tragedia di una figlia perduta... Forse è questo aspetto ciò mi ha colpito di più (probabilmente perchè appunto, essendo mamma, mi sono identificata molto): può un genitore non sentirsi responsabile della sorte dei propri figli? Certo, si mette al mondo una creatura e in quello stesso momento già non ci appartiene più: ma è sufficiente questo per metterci l’anima in pace?

    Credo che il motore di quest'opera sia il conflitto irriducibile fra l’irrazionalità della vita, della morte, dei rapporti umani, e il desiderio estremo, disperato, ma mai del tutto spento, di voler trovare un senso nonostante tutto... nonostante a volte sia proprio questo bisogno di razionalità “a tutti i costi” che determina, o se nn altro acuisce, il nostro fallimento, il nostro dolore...
    Mi è piaciuto da morire il “focoso” dialogo fra lo Svedese e suo fratello: per un momento ci allontaniamo dal punto di vista dello Svedese per immedesimarci in quello, più crudele e disincantato, ma forse più "realistico", del volitivo Jerry: è il punto in cui ho odiato di più il protagonista, il suo rispetto irragionevole per le regole si trasforma in una colpa che non è più scusabile... ("se ami tua figlia, valla a prendere e portala a casa"...)

    Infine c’è un ultimo aspetto, apparentemente secondario, ma che fa da cornice a tutto il romanzo: il rapporto “ambiguo” che intercorre fra la mente creatrice e l’oggetto della sua creazione: in questo caso fra Nathan Zuckerman (alter ego dello stesso Roth) e lo Svedese. Questo libro è uno dei pochi in cui la genesi di un romanzo, e in particolare di un personaggio, è sviscerata in modo esplicito e dettagliato, senza lasciare spazio a false illusioni.
    “...nonostante questi e altri sforzi (...) sarei stato pronto a riconoscere che il mio Svedese non era lo Svedese originario.
    e poco più avanti “ma se questo significava che avevo immaginato una creatura completamente fanstastica; se questo significava che la mia concezione dello Svedese era più fallace di quella di Jerry (...)... Beh, chi lo sa. Chi può saperlo?
    Non è questo un interrogarsi sul significato e sul valore della letteratura, della finzione letteraria? Con una premessa del genere, il resto della storia diventa quasi una metastoria, e ho trovato questo aspetto molto, ma molto interessante.

    Per concludere... be’, non sono brava a concludere. É un libro che è stato capace di “darmi”... Quanto e cosa mi abbia dato, ancora non riesco a percepirlo... Forse non leggerò nient’altro di Roth (il suo stile non mi è congeniale) ma sicuramente sono molto, molto contenta di averlo letto.


    Concordo pienamente con te, e ti ringrazio per il bel commento, anche io ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte ad un grande libro, ma forse il giudizio finale ha risentito un po' della difficoltà incontrata nel confrontarmi con lo stile di Roth (prima lettura); anche se dalla lettura dei commenti vedo che molti di noi non hanno incontrato la stessa difficoltà. Chiedo consiglio a chi è più esperto conoscitore di Roth, perchè non intendo abbandonare definitivamente l'autore.
    Forse non è stata la scelta migliore partire da Pastorale Americana? grazie.

  15. #29
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    [QUOTE=ayuthaya;285088]

    Come persona che ha sempre avuto una certa difficoltà ad accettare le proprie sconfitte, ho trovato verosimili e intensi gli sforzi dell Svedese per far quadrare sempre e comunque la propria vita anche quando tutto sembrava sfuggirgli di mano, per cercare di dare un senso anche all'assurdo ... Mi sono identificata nel suo amore spasmodico per il dovere, nel suo bisogno di essere sempre “perfetto”, di non deludere nessuno...

    Come sempre trovo interessantissime le tue considerazioni: Ho letto altri libri di questo autore, ma questo è qello che più mi ha coinvolto. Il fatto di raccontare la vita di un mito di gioventù, un ricordo perenne di perfezione e grandezza, la cui vita da adulto ha continuato ad inseguire (ed in un cero senso a raggiungere - matrimonio perfetto - successo professionale elevatissimo) questo ideale, e poi la caduta e la distruzione proprio all'interno della famiglia per un fatto del tutto inspiegabile dato lo stile di vita dell "svedese" e che anche l'autore, a mio avviso, lascia al giudizio del lettore: forse colpa dei tempi ma, a mio avviso, forse proprio della "perfezione" di tale padre. Un libro comunque molto bello di un autore tra i migliori (forse al livello di Richard Yates ?) degli scrittori americani moderni.

  16. #30
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    Citazione Originariamente scritto da white89 Vedi messaggio
    Concordo pienamente con te, e ti ringrazio per il bel commento, anche io ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte ad un grande libro, ma forse il giudizio finale ha risentito un po' della difficoltà incontrata nel confrontarmi con lo stile di Roth (prima lettura); anche se dalla lettura dei commenti vedo che molti di noi non hanno incontrato la stessa difficoltà. Chiedo consiglio a chi è più esperto conoscitore di Roth, perchè non intendo abbandonare definitivamente l'autore.
    Forse non è stata la scelta migliore partire da Pastorale Americana? grazie.
    ti ringrazio (così come Grantenca! ) e mi permetto di risponderti io stessa, visto che alla fine di Philip Roth ho letto tre libri (che non saranno tantissimi, ma sufficienti -credo- a farsi un'idea dell'autore)...
    Io credo che Pastorale Americana sia un ottimo inizio: c'è tutto Roth lì dentro. Quello "forte", quello ostico (il suo stile non è facile, lo ribadisco, è molto denso e occorre starci dietro con una certa attenzione se si vuole cogliere tutto) ma anche quello coinvolgente, sconvolgente... insomma: c'è il Roth che non lascia indifferenti.
    Se poi -come mi sembra di capire da quel che scrivi- non è che non ti sia piaciuto, ma solo hai avuto un po' di difficoltà, a maggior ragione mi sento di poterti tranquillizzare: leggine un altro, solo così potrai capire se sei o no in sintonia con lui. Io ti consiglierei Il teatro di Sabbath (ma ti avverto: è piuttosto "strong", sia come contenuti sia come linguaggio) ma so che anche Il lamento di Portnoy è molto bello...
    Io stessa vorrei leggere altro in futuro, ma temo di restare delusa: è come se, dopo quelli che ho già letto, credo di non poter più provare delle emozioni cos'ì forti, così intense...

    In bocca al lupo!

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