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Pastorale Americana

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Discussione: Roth, Philip - Pastorale Americana

  1. #31
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    Citazione Originariamente scritto da ayuthaya Vedi messaggio
    ti ringrazio (così come Grantenca! ) e mi permetto di risponderti io stessa, visto che alla fine di Philip Roth ho letto tre libri (che non saranno tantissimi, ma sufficienti -credo- a farsi un'idea dell'autore)...
    Io credo che Pastorale Americana sia un ottimo inizio: c'è tutto Roth lì dentro. Quello "forte", quello ostico (il suo stile non è facile, lo ribadisco, è molto denso e occorre starci dietro con una certa attenzione se si vuole cogliere tutto) ma anche quello coinvolgente, sconvolgente... insomma: c'è il Roth che non lascia indifferenti.
    Se poi -come mi sembra di capire da quel che scrivi- non è che non ti sia piaciuto, ma solo hai avuto un po' di difficoltà, a maggior ragione mi sento di poterti tranquillizzare: leggine un altro, solo così potrai capire se sei o no in sintonia con lui. Io ti consiglierei Il teatro di Sabbath (ma ti avverto: è piuttosto "strong", sia come contenuti sia come linguaggio) ma so che anche Il lamento di Portnoy è molto bello...
    Io stessa vorrei leggere altro in futuro, ma temo di restare delusa: è come se, dopo quelli che ho già letto, credo di non poter più provare delle emozioni cos'ì forti, così intense...

    In bocca al lupo!
    Grazie del consiglio, spero di non lasciar passare troppo tempo prima del prossimo Roth! Ti farò sapere.

  2. #32
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    Predefinito attenzione potrebbe contenere spoiler

    Mi è difficile commentare questo libro perché da un lato mi ha colpito molto per gli argomenti che tocca e mi ha costretta a pensare molto a fondo, dall'altro mi è parso eccessivamente ripetitivo e noioso nello stile (ho deciso che i "capolavori" forse non fanno per me).
    Qualcuno mi detesterà per quello che stò per dire , ma ho pensato spesso, mentre lo leggevo: "perché non l'ha scritto Mc Ewan?", mi sarebbe piaciuto vedere se con il suo stile il romanzo sarebbe stato più scorrevole ed accattivante.
    I temi trattati sono molto interessanti, ben sviluppati (anche se spesso troppo ripetitivi).
    Mi è parso che questo sia un libro che, tra le tante cose, parla degli stereotipi dentro i quali ci ritroviamo chiusi e legati. Il protagonista deve fare i conti con i suoi ruoli: il ragazzo di successo che deve sposare la donna giusta, l'imprenditore con la famiglia perfetta, il padre che non sbaglia mai; la moglie si ritrova chiusa in un personaggio che non ama, quello della ragazza per bene, amata da tutti solo per il suo aspetto e per il suo ruolo di figlia e moglie... e via via tutti i personaggi che incontriamo hanno una facciata che si scontra con la loro vera natura. Qualcuno vince sulla sua maschera, qualcuno ci convive e qualcuno alla fine non si rende nemmeno più conto di cosa sia vero e cosa falso.
    Interessante il tema del senso di responsabilità dei genitori nei confronti delle scelte dei figli: l'introspezione infinita di questo padre che cerca di spiegarsi il comportamento della figlia, che cerca di darsene una colpa, o di assolversi, o di giustificarla incolpando qualcun'altro.
    Il personaggio che ho preferito è quello del fratello, lo adoravo già nelle prime descrizioni dell'infanzia e mi è parso poi in seguito l'unico vero, con i piedi per terra e capace di vedere gli eventi con distacco e lucidità. (la scena della telefonata nella quale parlano della sorte di Merry è splendida!)
    Alcuni fatti non mi sono ben chiari: Il giornalista che racconta la storia in realtà la inventa cercando di ragionare sugli eventi? perché forse mi sono persa qualche dettaglio, ma mi sembrava di capire che né lo svedese né il fratello alla fine gli dicono granché... E poi che ruolo ha nella storia la ragazza riccia che si spoglia davanti a lui? che senso ha avuto inserirla nel racconto? Non capisco chi è e cosa fa... se fosse davvero un' amica di Merry non avrebbe senso che si mettesse a perdere tempo con suo padre, se fosse una pazza e basta non potrebbe conoscere i dettagli della vita della figlia... ho addirittura pensato che forse non esiste e la vede solo lui... tipo "fantasma della pazzia di sua figlia"...
    Mi hanno annoiato terribilmente le infinite descrizioni di come è cambiata la città, dei libri sul baseball, della storia della famiglia, delle descrizioni ridondanti dei sentimenti di Seymour... Avrei volentieri tagliato qua e là paragrafi interi, lasciando solo quello che mi ha dato molto da pensare.
    Per fortuna dopo un po' di tempo lo stile dell'autore, che ti sia piaciuto o meno, rimane solo un'eco (come la colonna sonora dei film) e ti ricordi i temi e le riflessioni, che in questo caso sono ottimi.
    Non me ne vogliano gli amanti di Roth se l'ho criticato per il suo stile che molti ritengono geniale, sono io che non sono preparata a sufficienza per apprezzarlo!

  3. #33
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    Citazione Originariamente scritto da stellonzola Vedi messaggio
    Mi è difficile .
    Non me ne vogliano gli amanti di Roth se l'ho criticato per il suo stile che molti ritengono geniale, sono io che non sono preparata a sufficienza per apprezzarlo!
    Il bello della letteratura è proprio questo!!! Ognuno apprezza lo stile di uno scrittore ( o di un opera) più confacente alla sua visione e apprezzamento dell'arte letteraria. Io ad esempio non sono riuscito a leggere l'ULISSE di Joyce, pur considerando il racconto I MORTI (da gente di Dublino) una delle opere più belle che abbia mai letto.

  4. #34
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    Da poco mi sto avvicinando alla letteratura contemporanea statunitense e, forse dovrei leggere qualche altro romanzo prima di dirlo, però mi sto rendendo conto che il denominatore comune di questi autori (tra l'altro quasi tutti ebrei ) è la continua tendenza all'introspezione fino alla nausea, il bisogno perpetuo di doversi dare delle risposte e di ricercare delle spiegazioni freudiane nei comportamenti e negli sconvolgimenti del loro equilibrio... In una terrà promessa dove tutto è possibile, dove la Stato persegue come primo obiettivo la felicità del suo popolo, quando qualcosa va storto (e succede spesso... ) tutti a chiedersi perché, per come, di chi è la colpa?
    Mi è piaciuto l'argomento del romanzo, l'ho trovato interessante (non ho capito a che livello fosse autobiografico ) e la scrittura di Roth è scorrevole... ma è una tortura!! Questo continuo chiedersi perché, rivangare il passato, fatti insignificanti avvenuti che avrebbero potuto sconvolgere così tanto la vita della figlia al punto di trasformarla in una terrorista... mah!
    Mi rendo conto che un genitore potrebbe finire in un vortice di questo genere, (anche se da figlia mi verrebbe da rispondere che l'analisi fatta dallo Svedese è sicuramente incompleta, le sue sono solo elucubrazioni di quel che è accaduto, vorrei conoscere quel genitore che conosce intimamente la figlia di 16 anni...), e capisco che alla fine il libro si è concentrato su questo... ma poi cosa succede?
    Questo racconto biografico dello Svedese è tutta una montatura dello scrittore oppure sono notizie che ha effettivamente raccolto? e se così fosse, possibile che non poteva farci sapere che fine ha fatto la figlia? e questa fantomatica Rita? o perlomeno poteva almeno spiegarci come è avvenuto poi il passaggio a un cambiamento di vita radicale: nuova moglie e, addirittura tre figli??? Come gli è venuto in mente di fare altri figli? è comprensibile che poi se ne vanti così tanto...
    leggerò sicuramente altro

  5. #35

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    Pastorale Americana- Philip Roth
    450 inutili pagine.
    Suddivise in tre parti:
    Paradiso ricordato: le gare di pippatlon al liceo in cui vinceva chi schizzava prima.
    La caduta: delirio semionirico in cui ci si confronta con Angela Davis e il '68 americano che successe peraltro nel '64.
    Paradiso perduto: i pompini di Linda Lovelace in Gola Profonda.

    Inframezzato a tutto cio' l' epopea di una famigia ebrea ( tutti gli altri sono o irlandesi, o italiani, o negri... loro sono "ebrei") che alla terza generazione diventano milionari.
    E alla quarta la figlia impazzisce e manda tutto a puttane.
    Peccato; un piccolo sforzo e con l' ultimo incrocio poteva venir fuori pure il WASP.ino.

    Un po' come nel film "Fragole e sangue".
    I bianchi era meglio se lasciavano fare la contestazione ai negri. Che almeno qualche ragione ce l' avevano e loro, i bianchi, non rischiavano di fare la figura dei pirla.

    Libro assolutamente inutile.
    Patetica enfatizzazione del "terrorismo pacifista" anti guerra del Vietnam, che non ha lasciato alcuna traccia nella storia e neppure nella cronaca.
    La "mitica" rivolta di Newark, che a lui e' costata la fabbrichetta, e a noi 200 pagine di tritamento di marroni, non sappiamo che sia e ce ne frega pure una cippa lippa.

    Voto 3, naturalmente in serie B.
    Qua tra il 2 e 1.

  6. #36
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    Citazione Originariamente scritto da Des Esseintes Vedi messaggio
    Premetto che non ho letto nulla di Roth e che trovo scandaloso si legga questo Roth e non l'altro, quello bravo.. "Penitenziagite!" Ho letto tutti i commenti presenti in questo post e sono perplesso!
    Possibile che non ci sia una sola persona che abbia spiegato bene di quale sia la trama del romanzo (solo nel primo commento si accenna qualcosa in modo confuso)??? Credo sia l'aspetto fondamentale! Attendo una spiegazione da un'anima pia
    Forse non c'è proprio una trama, o meglio quello che si avvicina di più ad una trama è l'intervento di Ayuthaya che è quello che avrei scritto anche io a modo mio se avessi letto il libro in un passato meno remoto.
    Quello che mi ha lasciato il romanzo, e che ricordo, è una mezz'ora di riflessione sul casino di una delle tante famiglie americane e questo svedese eroe iniziale di una storia che ho trovato spesso confusa ma con qualche picco geniale.
    Aveva vinto il Pulitzer o sbaglio?
    Cmq un buon romanzo: dentro, voglio dire, c'è roba buona nella confusione e si fa leggere con piacere sebbene a tratti, ricordo, un po' mi annoiavo.
    Leggere l'altro Roth diceva qualcuno? Ma sono diversi. Nel complesso forse, dico forse, preferisco Joseph...

  7. #37

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    Ci ho messo parecchio tempo per riuscire a digerire (e non credo di esserci ancora riuscita) "Pastorale americana". Questo solitamente significa che un libro non mi sia piaciuto moltissimo, ma in questo caso si tratta proprio del contrario: non so da quanto tempo non mi capitava un romanzo talmente bello, talmente denso, duro, incisivo da non permettermi di leggere in maniera troppo spedita, perché ogni pagina, ogni paragrafo aveva bisogno di essere masticato, assimilato, indagato e trattenuto a lungo prima di poter aggiungere nuove parole.
    E' già stato detto moltissimo su "Pastorale americana", e io non credo di poter aggiungere molto altro, se non il fatto che sono felicissima che Roth sia uno scrittore così prolifico, perché ora avrei voglia di comprare la sua intera bibliografia e passare tutte le mie ore libere a leggere poche pagine e riflettere molto.
    Trovo la scrittura di Roth straordinaria, densissima, è vero, ma perfettamente equilibrata, senza una parola fuori posto (ecco, è per poter leggere prose così senza intermediari che mi piacerebbe padroneggiare perfettamente l'inglese, ma, maledizione, ho ancora troppa strada da fare per poter arrivare ad un traguardo simile), di una precisione chirurgica che quasi inibisce (e mai come in questo caso penso che l'espressione "precisione chirurgica" sia estremamente indovinata: Roth maneggia la sua scrittura con sicurezza e precisione, e la utilizza per sezionare la vita - quella dello Svedese, dell'America, e perché no, dell'umanità).
    Fa male, questo romanzo, fa male perché, pur essendo apparentemente distante dalla vita dei molti (l'immensità di certe tragedie, per fortuna, non toccano in prima persona ognuno di noi), in realtà si riduce ad un paradigma, a riflessioni portate all'estremo, certo, ma terribilmente semplici e vicine, alla portata di chiunque. "Pastorale americana" è il paradigma di tutte le speranze, dei sogni, dell'impegno che chiunque può profondere nelle cause più diverse, e dell'irrazionalità della vita, capace di spazzare via ogni impegno con un battito di ciglia. E' un romanzo che si chiude con una domanda, e l'unica risposta possibile, sembra essere che non esistono motivazioni, che le cose accadono, che qualunque cosa si possa fare, la vita non terrà conto dei nostri desideri, del nostro impegno, di quanto di buono abbiamo fatto (o abbiamo creduto di fare), perché non esiste razionalità, non esiste una finalità, non ci sono cause ultime.
    "Pastorale americana" è uno di quei romanzi che non possono lasciare indifferenti, nel bene o nel male. Con me certamente non lo ha fatto.

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  9. #38
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    E' stupefacente che ci siano pareri così discordanti su questo libro. Capirei pareri discordanti sull'autore, ma su questo libro, che è senza dubbio il migliore che questo prolifico autore abbia scritto, mi ha veramente sorpreso.
    Questo però è anche il bello della letteratura; ognuno vede le cose a modo suo.

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  11. #39
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    Ennesimo giudizio controverso che do su un libro.

    Forse questi miei alti e bassi nel corso della lettura dei libri dipendono anche dal fatto che leggendo prima di addormentarmi, non sempre ho la lucidità necessaria per seguire i fili dei ragionamenti del romanziere?
    O forse è anche perché mi piacciono le cose lineari, non amo flashback e flashforward e in particolare, in questo romanzo, non ho amato il non chiaro passaggio tra la narrazione iniziale in prima persona dello scrittore ed il,resto del romanzo, dove si narrano le vicende dello svedese in terza persona. Chi ha raccontato quelle cose allo ‘scrittore’? Lo svedese, l’amica al ballo? O è sfuggito qualcosa a me?

    Per il resto, è un ottimo romanzo, ma, ripeto, intriso di alti e bassi: molto bella ed intensa la prosa di Roth, molto forti i temi, bellissima la cena finale che è la sublimazione della disgregazione della società benpensante americana e dell'impotenza delle famiglie di fronte alle crisi adolescenziali. Ma tanti passaggi a vuoto, o meglio, inutili e noiosi nell’economia del romanzo, me l'hanno reso un po' noioso.

    Anche in questo caso un 3/5, come media tra alti e bassi.

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  13. #40
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    Citazione Originariamente scritto da malafi Vedi messaggio
    Ennesimo giudizio controverso che do su un libro.

    Forse questi miei alti e bassi nel corso della lettura dei libri dipendono anche dal fatto che leggendo prima di addormentarmi, non sempre ho la lucidità necessaria per seguire i fili dei ragionamenti del romanziere?
    O forse è anche perché mi piacciono le cose lineari, non amo flashback e flashforward e in particolare, in questo romanzo, non ho amato il non chiaro passaggio tra la narrazione iniziale in prima persona dello scrittore ed il,resto del romanzo, dove si narrano le vicende dello svedese in terza persona. Chi ha raccontato quelle cose allo ‘scrittore’? Lo svedese, l’amica al ballo? O è sfuggito qualcosa a me?

    Per il resto, è un ottimo romanzo, ma, ripeto, intriso di alti e bassi: molto bella ed intensa la prosa di Roth, molto forti i temi, bellissima la cena finale che è la sublimazione della disgregazione della società benpensante americana e dell'impotenza delle famiglie di fronte alle crisi adolescenziali. Ma tanti passaggi a vuoto, o meglio, inutili e noiosi nell’economia del romanzo, me l'hanno reso un po' noioso.

    Anche in questo caso un 3/5, come media tra alti e bassi.
    Immaginavo queste tue impressioni circa Pastorale; o forse speravo avresti scritto quanto sopra. Forse perché a grandi linee riflette quanto ho percepito anche io da questo romanzo. O almeno le sensazioni che ricordo, visto che sono passati molti anni da quando l'ho letto.
    Ogni volta che si parla di P. Roth mi viene in mente Saul Bellow. E ogni volta mi viene da consigliare di leggere quest'ultimo invece di Roth. Oppure (per carità Pastorale Americana è un libro che nel suo genere va letto, eh) sarà perché io preferisco la roba di P. Roth giovane.
    È come ascoltare i Rolling Stones degli ultimi 25 anni e apprezzarli, amarli anche, senza magari conoscere cosa hanno fatto a cavallo fra gli anni '60 e '70. Quelli erano i ruvidi, sporchi Stones del blues e del rock. Ora vestono come gli attori più famosi (forse Keith Richards ancora no)...

    Mi sembra che non ci sia più un Philip Roth autentico e che, sebbene Pastorale Americana si possa considerare un libro "vecchio", i vecchi lavori, quelli vecchi davvero, fossero più genuini. Può anche darsi che mi faccia influenzare dalle mie preferenze ma se il nostro si fosse ritirato una decina di libri fa, forse la penserei diversamente.
    Il Nobel glielo daranno quando sarà morto. Vedrete. Io speravo lo vincesse alcuni decenni fa per la roba che ha scritto alcuni decenni fa.
    Se volete uno scrittore ebreo americano, oggi, nel 2017, leggete Nathan Englander (o, ripeto, i primi lavori di Roth oppure, ancora, il grande Saul Bellow).

    Se questo mio intervento circa Pastorale Americana vi sembra troppo negativo, sappiate che gli ho dato un bel 4/5.

  14. #41
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    Citazione Originariamente scritto da c0c0timb0 Vedi messaggio
    .
    Il Nobel glielo daranno quando sarà morto. Vedrete. Io speravo lo vincesse alcuni decenni fa per la roba che ha scritto alcuni decenni fa.
    Se volete uno scrittore ebreo americano, oggi, nel 2017, leggete Nathan Englander (o, ripeto, i primi lavori di Roth oppure, ancora, il grande Saul Bellow).

    Se questo mio intervento circa Pastorale Americana vi sembra troppo negativo, sappiate che gli ho dato un bel 4/5.
    Non so se sia ebreo ma io, come scrittore americano, consiglierei RICHARD YATES (assumendomi le relative responsabilità).

  15. #42
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    Citazione Originariamente scritto da Grantenca Vedi messaggio
    Non so se sia ebreo ma io, come scrittore americano, consiglierei RICHARD YATES (assumendomi le relative responsabilità).
    Beh, hai detto niente! Yates è uno dei grandi. È un peccato che abbia venduto poco all'inizio e che quindi sia rimasto meno conosciuto rispetto ad altri nomi.
    Dovrebbero aver fatto anche un film tratto da qualche suo romanzo. Ma non ne sono sicuro...
    Se ricordo bene c'è un suo racconto anche su "New York stories", quella raccolta uscita non molto tempo fa con racconti di Soldati, Englander, la nostra Fallaci, Capote, John Cheever e altri.

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  17. #43
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    Citazione Originariamente scritto da c0c0timb0 Vedi messaggio
    Beh, hai detto niente! Yates è uno dei grandi. È un peccato che abbia venduto poco all'inizio e che quindi sia rimasto meno conosciuto rispetto ad altri nomi.
    Dovrebbero aver fatto anche un film tratto da qualche suo romanzo. Ma non ne sono sicuro...
    Se ricordo bene c'è un suo racconto anche su "New York stories", quella raccolta uscita non molto tempo fa con racconti di Soldati, Englander, la nostra Fallaci, Capote, John Cheever e altri.
    Si, il film dovrebbe essere "Revolutionary Road" con Di Caprio.

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  19. #44
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    Sono a meta'. I commenti li faro' a fine lettura. Piccola curiosita': Miss New Jersey 1949, aspirante Miss America, nel romanzo e' alta 158 cm. Che bei tempi😁

  20. #45
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    Leggere questo libro dopo Il teatro di Sabbath è strano. Non che non si riconosca la mano dell'autore, anzi. Però si tratta di due personaggi, almeno in apparenza, diametralmente opposti: quanto l'uno è osceno, scandaloso e irriverente, l'altro è l'esempio della "brava persona" e del politically correct. Credo si debba essere un grande scrittore per far parlare entrambi in modo convincente. Qui, forse di conseguenza, oltretutto mancano quasi completamente il linguaggio osceno e le scene spinte: cosa, penso, anomala per Roth, sebbene di suo abbia letto poco.
    Romanzo complesso ed estremamente profondo, che scava, scava, scava.
    Scava - attraverso un narratore neutrale - nell'animo apparentemente semplice dello Svedese, un uomo che sembra avere tutto: successo nel lavoro e nello sport, bellezza, soldi, una moglie affettuosa e bellissima. In realtà, il classico figlio maggiore estremamente condizionato dalla personalità dominatrice del padre, altro personaggio vivo e interessante del libro.
    Scava, seppur indirettamente, nell'animo di Dawn, moglie dello Svedese che, fino alla catastrofe, sembra avere tutto. Dopo la tragedia verrà fuori il suo vero sentire, la sua irrequietezza e scontentezza rispetto a tutto ciò che fino a quel momento fingeva - o si era autoconvinta - di amare.
    E poi vede, o cerca di vedere, a modo suo e cioé sempre con gli occhi dello Svedese, le cause dell'insostenibile dolore che annienta e insieme agita lo spirito di Merry: è la balbuzie, il non sapersi esprimere bene, il sentirsi diversa a scatenare in lei il desiderio, una volta cresciuta, di essere "qualcuno"? E' l'ingiustizia della natura a fare sì che la ragazza sviluppi in sé un senso di giustizia tale da manifestarsi nel modo più distorto possibile, ossia con la violenza? E la balbuzie, da cosa dipende? Non ho potuto fare a meno di volerle bene, seppure ne abbia voluto parecchio anche allo Svedese, che per amore della figlia, e della moglie, è infine costretto a superare la propria semplicità di vedute.
    C'è un altro personaggio che mi ha colpito molto ed è quello del fratello: cinico e fin troppo diretto, condizionato fin da piccolo dal fatto di avere un fratello "perfetto" è riuscito ad affermarsi per quello che è, fregandosene del giudizio del padre.
    Forse Il teatro di Sabbath mi aveva coinvolto un po' di più emotivamente, ma Pastorale americana è senz'altro un capolavoro, sia per la profondità della scrittura e per lo stile, sia per il contenuto. Racconta il sovvertimento di un mondo e di una famiglia "fortunata": per tutti noi - seppure, si spera, in maniera meno drastica - arriva il momento della resa dei conti, di capire chi siamo veramente, di affrontare la vita vera e di mostrare, soprattutto a noi stessi, i lati più intimi e sconosciuti della nostra personalità. E Roth, tutto questo, l'ha descritto in maniera superba.

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