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Pastorale Americana

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Discussione: Roth, Philip - Pastorale Americana

  1. #46
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    Ho fatto un po' fatica ad arrivare alla fine, era da anni che volevo leggerlo, ma è piuttosto pesante, e Philip Roth non è esattamente nelle mie corde. A metà, mi sono presa una pausa e ho letto altri libri, prima di riprenderlo.

    E' il sogno americano che va in frantumi.
    Seymour Levov, detto Lo Svedese, vive una vita apparentemente perfetta: grande atleta, affermato imprenditore, impeccabile marito della bellissima Miss New Jersey e padre felice di Merry, ebreo dalla famiglia perfetta che incarna il sogno americano realizzato.
    E poi tutto si frantuma e si sgretola, tutto crolla improvvisamente.

    Risulta piuttosto pesantuccio, sia per la tristezza del crollo, sia perchè la scrittura utilizza un linguaggio parlato, insiste molto su dettagli ripetuti fino alla nausea, il protagonista riflette non solo con analisi minuziose, ma si fa "seghe mentali" infinite.

    A parte questa "pesantezza", sono contenta di averlo letto, trasmette molto bene il sogno dell'americano conformista e realizzato, l'illusione della raggiunta stabilità, e poi il crollo.
    Lo Svedese si era conformato automaticamente a regole che si presentavano naturali, necessarie, giuste, le uniche possibili. Aveva rispettato quell'imperativo sociale che lo obbligava ad essere un buon marito, un buon padre, un ottimo uomo d'affari. Ma poi tutto gli crolla addosso, non si salva nulla di ciò che aveva realizzato. E lui rimane stupito e si chiede dove ha sbagliato.

    E' molto ben descritto il rapporto tra genitori e figli, il susseguirsi delle generazioni, l'abisso tra ciò che vorremmo essere e ciò che siamo, la solitudine in questa provincia americana e il fatto che le nostre certezze possono essere smantellate in un soffio.

    Consigliato, ma ci vuole un po' di pazienza per coglierne la grandezza.

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  3. #47
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    Bella recensione!
    Tutto quello che hai scritto è anche ciò che Pastorale ha dato a me.

    Oggi invece abbiamo i cosiddetti figli di papà che hanno tutto pianificato: scuola, matrimonio e lavoro. Meno male che ce ne sono sempre meno, almeno mi sembra... Forse per le condizioni su cui l'Italia è seduta. Chissà.

    In Pastorale comunque c'è tutto il disastro del perbenismo, della famiglia borghese, del conformismo stesso. La società perfetta che crolla in testa al perfetto ebreo-americano, brillante e sempre vincente. Finché un giorno la figlia gli porta a casa un po' di napalm...

    Ci sono alcune parti pesantucce e prosa troppo slegata o troppo "incastrata", ma alla fine c'è più roba buona che cattiva, a mio parere. Devo ancora ripetere però, come dicevo in altri interventi, che P. Roth lo amavo di più nei primi lavori; forse più imperfetti ma di certo più genuini e freschi.
    Concludendo credo che il Pulitzer sia meritato. Romanzo importante, mi pare. No?

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  5. #48
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    Lo scrittore Nathan Zuckerman, dopo una rimpatriata tardiva tra ex compagni di liceo ormai attempati, decide di mettere per iscritto parte della vita del suo idolo di allora, Seymour Levov, comunemente conosciuto come “Lo svedese”. E’ lui il vero protagonista di questa storia, non la figlia Merry, balbuziente e latitante, non la bella e minuta moglie Dawn che ha dismesso i panni di Miss New Jersey per allevare vacche, ma lui, lo svedese che di svedese ha solo i tratti del volto, il guantaio che ama il suo lavoro e sa tutto della pelle, il padre controllato ed amorevole, l’uomo di origini ebree che ha sposato una cattolica. Da bambino, da adolescente e poi anche da adulto, Seymour eccelle in tutto ciò che fa, nello sport, nella conduzione dell’azienda di guanti che eredita dal padre, nel matrimonio con la moglie Dawn, nel rapporto con la figlia Merry. Ma quando quest’ultima diventa adolescente qualcosa cambia radicalmente nella vita di Merry, dello svedese ed in quella di un’intera nazione. Merry, infatti, è destinata a far molto parlare di sé e lo svedese, l’uomo controllato che sa sempre cosa fare, non riuscirà più a sopportare le conseguenze di questo cambiamento.
    Questo libro è valso a Philip Roth il premio Pulitzer per la narrativa ed è considerato da molti un capolavoro della letteratura americana; se fossi una giornalista o un’opinionista prezzolata dovrei osannarlo e farne lodi sperticate, ma per fortuna sono solo una persona a cui piace leggere, quindi racconterò solo la mia esperienza di lettura.
    Roth mi incuriosiva da tempo ed ho voluto cominciare a leggerlo proprio da uno dei suoi libri più famosi. Sin da subito, però, la sua scrittura sembrava respingermi, è stato come se le parole, le frasi mi sfuggissero nonostante l’estrema concentrazione. Non ho voluto allontanarmi dal libro, nonostante mi invitasse a farlo ad ogni frase, e sono stata premiata: superate le prime 70/90 pagine, quando si comincia a parlare della vita di Levov ed in particolare quando entra in scena Merry il ritmo cambia sensibilmente e, senza rendersene conto, ci si ritrova in una storia completamente diversa che cattura ed appassiona. Ma le sorprese, purtroppo non sono finite: in sostanza il libro alterna pagine di adrenalina e ritmo a pagine di pura noia e frustrazione per chi legge. Anche la scrittura cambia sensibilmente passando da incalzante a piatta, ostile e quasi respingente. Il prodigio, però, è che non si tratta di compartimenti stagni: la narrazione è così omogenea da spiazzare e le diverse anime di questo libro si compenetrano perfettamente. Sarà forse questa la bravura di Roth?
    In definitiva… personalmente mi sento di consigliare questo libro, ma con qualche cautela perché di certo non si tratta di una lettura scorrevole ed agevole, anzi è ostica e talvolta pesante. Però alla fine, quando lo chiuderete, sarete soddisfatti perché sentirete di aver letto un buon libro, o almeno questo è ciò che è successo a me.

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