TRAMA:
Matteo è un anziano signore che abita in un piccolo paese della Sicilia. Un giorno, siccome non vede i figli da diverso tempo, decide di mettere mano alla valigia e di andarli a trovare. Dalla Sicilia risale a Napoli, poi a Roma, poi a Firenze, quindi a Milano e a Torino, non sarà la bella vacanza che si era immaginato...

C'è chi la definiva la patria del cuore, chi la vedeva come un'azienda, chi, più semplicemente, preferiva stendere un velo pietoso, ognuno ha da dire la sua quando si parla di famiglia ed è ciò che Tornatore fa nel suo terzo film, dice la sua. Ci racconta una realtà, ci mostra la vita, i rapporti e la sorte di una famiglia che potrebbe essere la nostra o quella del nostro vicino, un ritratto non molto incoraggiante ma veritiero sotto certi aspetti.
Nella famiglia di papà Matteo non si parla, non si comunica, o meglio, i figli, tutti dispersi, chi su, chi giù, in Italia, si confidano tra loro ma tengono il loro padre ben lontano dalla realtà, lo escludono volontariamente ed ermeticamente dalle loro vite. Tuttavia, gli costruiscono un mondo alternativo, dove hanno tutti raggiunto il successo, dove tutto va bene, dove il solo non smette mai di splendere e tutti sono felici. E Matteo per un bel pò ci crede e se da una parte si comprende il motivo per cui i figli mentono e nascondono segreti su segreti, dall'altra non si capisce se il protagonista è solamente ingenuo o se ritiene più saggio fingere, a sua volta, di non vedere come stanno realmente le cose... e questo perché?? Perché, come genitore, è doloroso vedere un figlio cadere e fallire o perché è una delusione vederlo seguire una strada diversa da quella che si aveva immaginato per lui, perché non si è rivelato all'altezza delle aspettative, perché non è stato il figlio brillante e straordinario che si desiderava ma è rimasto un uomo normale con i suoi problemi, le sue speranze e le sue preoccupazioni?
Il personaggio di Matteo, interpretato da un bravissimo Marcello Mastroianni, l'ho trovato un pò "ambiguo" sotto questo punto. Mi spiego. Mi sembra che il regista abbia voluto "usare" questo anziano, armato di valigia e foto di famiglia, che non ha paura di affrontare la grande città e chiacchiera con la moglie defunta, per instillare compassione e tenerezza nello spettatore e così, per me, lo è stato all'inizio. Tuttavia, nel finale, quando dopo aver toccato con mano l'amara verità mormora quelle tre tragiche parole, che altro non sono che il titolo, mi è venuta solo una gran tristezza.
La famiglia dovrebbe essere il primo rifugio, dovrebbe essere un luogo dove poter essere sinceri e leali, dove poter contare sull'aiuto e l'affetto di chi ti vuol bene. Un figlio non dovrebbe vivere con la paura costante di non essere abbastanza per il proprio padre o madre o provare vergogna perché non ha realizzato le speranze che i genitori riponevano su di lui e un genitore dovrebbe almeno provare a fare il genitore, non fingere di esserlo.
Film che si poggia tutto sul talento di Mastroianni, gli altri al confronto spariscono.
Non so se consigliarlo, in alcuni momenti perde un pò il ritmo e la noia prova ad avanzare, però fa pensare.