Dal punto di vista strettamente letterario ho trovato l'opera piacevole, scorrevole nonostante il lento ritmo narrativo degli anni '30 la faccia da padrona. Mi è piaciuto anche il prologo dal cui flashback si sviluppa la trama ed è appena carino il finale aperto (ma non stento a credere ai tempi della prima pubblicazione costituisse una novità molto avvincente), ma in questi due riconoscimenti si esauriscono tutti i pregi che io personalmente mi sento di riconoscere.
C'è un'iniqua proporzione tra lo spazio dedicato al mistero che i protagonisti avvertono su di loro, per il quale si ritrovano invischiati nella disavventura, e l'origine di quello stesso mistero che permea tutto mondo circostante.
Ancora più evidenti le contraddizioni e incoerenze dell'autore, una collana di gaffe una dopo l'altra: racconta che i monaci praticano la moderazione in ogni aspetto dell'umano agire, eppure, pur di trattenere i protagonisti nella loro prigione dorata, non si esimono nel concedere loro una serie di agi a dir poco principeschi, nonché l'esenzione da qualunque mansione o dovere; tutto questo non ha assolutamente nulla di "moderato", e poco me ne cala se serviva per giustificare (come altrimenti l'autore non ha saputo fare) lo svolgersi della trama.
Sia le massime autorità religiose cristiane che buddiste puntualmente ricordano l'impossibilità, per non dire la gravità, di dichiararsi "cristiano buddista". In barba a queste raccomandazioni, con grande presunzione e superficialità l'autore di lancia invece nel tentativo espressamente dichiarato di realizzare un sincretismo di queste due religioni, con conseguenze per cui basterebbe soffermarsi a riflettere un momento per coglierne la grande superficialità e incoerenza. Gli abitanti della valle praticano la castità "con moderazione", e le gli amanti sono legati tra loro "con moderazione"; non ci è dato però di sapere, per esempio, se dalla moderazione dovesse per esempio nascere un figlio. Più in generale non si capisce nella pretesa di sincretismo dell'autore, quale ruolo riveste il Cristianesimo giacché nessun insegnamento del Vangelo sembra essere mai tirato in causa, semmai solo una versione parecchio lassista del Buddismo (a quanto pare già in gran voga all'inizio del secolo scorso). Di più: l'autore si permette di far dire al Gran Lama ex missionario cattolico, che loro sono ritirati in quella regione dispersa del mondo "in attesa che passi la bufera" e "allora l'etica cristiana potrà finalmente primeggiare sulla Terra". Trovo che sarebbe blasfemo, se in verità non fosse semplicemente patetico, il fatto che l'autore abbia soprasseduto sul fatto che Gesù in vita sua non si sia mai risparmiato di predicare in mezzo a prostitute, farisei, uomini di ben poco onore e infine morire niente di meglio che in mezzo a due ladroni. Perché il messaggio cristiano, esattamente al pari di quello buddista (Siddartha per esempio andò deliberatamente incontro al feroce assassino Angulimala) è proprio quello di portare sollievo agli afflitti, e offrire la possibilità di convertirsi ai loro persecutori. Certo non la misera parodia architettata dall'autore, in attesa a quanto pare di una sorta di Armageddon che lo riscatti dalla sua depressione psicologica.
E tornando a quanto accennato sopra, l'autore fa finta di non sapere che proprio l'impegno sincero, totale, coinvolgente (niente affatto "moderato") in ogni campo dell'umano agire, offre la possibilità di una vita vissuta pienamente, autenticamente felice. E tale contraddizioni su cui non voglio dilungarmi ulteriormente si ritrovano pressoché in ogni pagina del romanzo.
In conclusione: una lettura assolutamente irrilevante, la cui "leggera piacevolezza" non è certo in grado di compensare il suo vuoto spirituale.