La terza e ultima parte dell'epopea di Gengis Khan, un romanzo storico appassionante, coinvolgente ed emozionante come pochi. E' incredibile come nonostante l'autore narri storie di guerra, al centro delle quali c'erano guerrieri feroci e spietati come lo erano i Mongoli, non si possa fare a meno di appassionarsi alle loro vicende umane, di affezionarsi ai personaggi.
Ma il più grande merito dell'autore non credo risieda nella pur eccellente riproduzione storica o nella capacità di suscitare emozioni nel lettore, quanto nella costante domanda che sottiene alla vita di ogni personaggio: qual'è il senso della vita, per cosa vale la pena lottare? Per quanto la risposta di ognuno dei personaggia rientri e sia legata fondamentalmente allo spirito della nazione guerriera e conquistatrice, ognuno di loro la declina in maniera differente. Per cui ritorna il tema della "gloria" di Foscolo, "essere o non essere" di Shakespeare, la sete di vita dell'Achille di Omero, e certamente di altri uomini ancora, con un intensità tale che, molto meglio delle parole, la esprime la vastità dell'impero che Gengis Khan seppe fondare.