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La banalit� del male

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Discussione: Arendt, Hannah - La banalità del male

  1. #16
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    Ho trovato questi estratti del libro che ho già letti e che riassumono bene il pensiero della Arendt.



    Quello che mi meraviglia è come abbia fatto una persona così intelligente come lei a lasciarsi abbagliare da quella che non fu altro che un abile strategia difensiva.Per fortuna la Corte non fu altrettanto ingenua.

  2. #17
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    Citazione Originariamente scritto da Monica Vedi messaggio
    Quello che mi meraviglia è come abbia fatto una persona così intelligente come lei a lasciarsi abbagliare da quella che non fu altro che un abile strategia difensiva.Per fortuna la Corte non fu altrettanto ingenua.
    Mi sbaglierò, ma secondo me si sottovalutà anche il fatto che la Harendt fosse ebrea, per cui a differenza dei cristiani che hanno diviso e quindi identificato il bene e il male (in Dio e Satana), lei culturalmente portasse l'idea che bene e male infusi nella stessa entità. Che bene e male siano solo giudizi dell'uomo che è limitato nella sua comprensione.

    Ciao, MadLuke.

  3. #18
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    Non so quello che la Arendt volesse veramente dire, ma quello che io ne ho tratto è che:
    non è il male ad essere banale, ma che può essere fatto da persone banali o comunque comuni,
    perchè penso che fare il bene e opporsi ad un sistema diffuso di terrore (come il nazismo è stato) e di sovvertimento dei valori morali comuni, sia l'eccezione e ad appannaggio di persone con delle condizioni profonde;
    ad essere cattivi e malvagi non occorre nulla, e i fatti storici passati, anche molto vicino a noi (ex-juguslavia, ruanda, RCA, ecc...) lo confermano.

  4. #19
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    Posto anche qui il commento che ho appena postato nel gruppo di lettura.

    In questo saggio, scritto nel 1963, Hannah Arendt analizza il processo, tenutosi a Gerusalemme nel 1961, ad Eichmann. Chi fu Eichmann? Non il peggiore, ma uno dei tanti funzionari nazisti che parteciparono alla “Soluzione finale” ed allo sterminio degli ebrei. Uno dei tanti, appunto, non il peggiore: un particolare importante perché lo scopo del libro non è, in realtà, raccontare la storia di Eichmann perché diversa dalle altre, ma dimostrare che il male non è qualcosa di grande, impressionante, mostruosamente alieno, ma che esso è nella vita quotidiana, nella politica, nel mondo del lavoro, nella giustizia, nelle piccole cose. Il male è mediocre e banale, perciò è così terribile, specie quando è istituzionalizzato e si insinua nelle decisioni sulla vita altrui.
    All’irrimediabile farsa nella quale si trasforma il processo, Eichmann appare come uno stupido, un uomo che non sa bene cosa gli accade intorno, uno che non ricorda, non è in grado di decidere né ha mai deciso nulla consapevolmente perché non è capace di pensare con la propria testa. E’ questa l’immagine che passa di un criminale nazista corresponsabile della morte di milioni di persone, immagine se possibile migliorata dal fatto che egli tentò, a suo dire, di trovare una soluzione che favorisse gli ebrei facendoli uscire dal Paese lasciando loro un po’ di terra sotto i piedi. Questo è giusto un accenno per farvi capire che persona fosse Eichmann. Più in generale, il racconto della vicenda Eichmann si rivela ben presto un pretesto che l’autrice usa per parlare diffusamente dell’avvento del nazionalsocialismo, delle leggi raziali, dell’olocausto, delle soluzioni, dei mille fraintendimenti e falsi equivoci che portarono allo sterminio. Tutto questo viene descritto con puntuale minuzia, ma le denunce della Arendt non sono dirette, bisogna leggere fra le righe per capire bene qual è la sua posizione. Di certo l’autrice non risparmia nessuno, neanche gli ebrei e il neonato Stato israeliano.
    Personalmente ho trovato disturbante la perenne ambiguità delle pagine, che si dissipa finalmente nell’ultimo capitolo conclusivo. Ho fatto molta fatica a concludere la lettura, ma credo che oltre ad essere complesso questo libro sia utile: è complesso per i tanti sottointesi e per la precisione del racconto con nomi, episodi e fatti; è utile perché incita ad approfondire l’argomento per comprendere meglio ciò che viene narrato… e, vista l’importanza del tema, approfondire non può essere altro che un bene.

  5. #20
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    Il libro è finito ed adesso inizia la riflessione su un periodo storico ancora così vicino a noi da renderlo comprensibile nelle sue dinamiche storiche e politiche ed incomprensibile dal punto di vista umano perché ci siamo dentro ancora tutti. Questo è il gran pregio di questa lettura, muovere non solo il pensiero e le emozioni ma anche la coscienza, ossia quella parte di noi che mette insieme la razionalità e i sentimenti. Nel libro della Arendt ce n'è per tutti, dai Consigli degli ebrei ai funzionari più minuti, oltre che a chi ha diretto l'immane tragedia. Ce n'è per tutti ma alcuni sono riusciti a rimanerne fuori, sia singolarmente che come nazione e questo è il faro, la luce che ci guida e che nella ripetizione dei fatti successi in passato che potremmo rivedere oggi, ci permette di considerare profondamente il dissenso, l'indignazione, la difesa dei deboli contro tutti. E' un libro forte, un libro fonte di angoscia ma anche di lucida speranza.

  6. #21
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    Un libro che parte dal resoconto di un processo per analizzare tutto il periodo storico della persecuzione e dello sterminio del popolo ebraico; un libro intenso, in cui ogni vicenda è riportata approfondendo tanti aspetti sociali, politici non conosciuti ai più, vicende che non si studiano a scuola, che non vengono menzionate nella maggior parte dei testi, documentari, film, dossier sul periodo. Eichmann diventa il simbolo di chi non ha voluto dire no, di chi ha pensato al proprio tornaconto macchiandosi di crimini agghiaccianti, di chi non ha voluto guardare le cose per quello che realmente sono, che ha organizzato e mandato avanti una catena di sofferenza e morte, come fosse un qualsiasi e banale lavoro. Ma questa "banalità" non giustifica il male, anzi la Arendt ci mostra quanto grande e significativa sia la responsabilità di ogni "banale" individuo in tutto questo orrore.

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