Ormai assodato, da Gramsci a Salvemini, da Zitara a Molfese, da Di Fiore a Bertoletti, quello che i nostri libri di scuola chiamano ancora brigantaggio, che spiegano come volgare criminalità, era invece una guerra civile vera e propria. Una guerra che non fu mai dichiarata, alla favoletta dell’annessione pacifica io non ci credo più da moltissimo tempo.
Lupo scrive che l’Unità ha innescato un progresso che coinvolse tutta l’Italia e anche il Mezzogiorno. E’ esatto, ma io direi non grazie all’Unità si è avuto quel po’ di progresso che abbiamo, ma nonostante l’Unità, nonostante le classi dominanti del nord in combutta con la borghesia agraria e la criminalità del sud, bande disorganizzate, felicemente strutturate per dar man forte a Garibaldi sia in Sicilia che in Campania, abbiano fatto di tutto per frenarlo.
E’ indubbio che al Meridione debba applicarsi la categoria di colonialismo interno.
L’autore descrive eroica la battaglia di Calatafimi, quella per intenderci dove Garibaldi, stando ai libri di scuola, pronunciò la famosa fra: “Qui si fa l’Italia o si muore”; ma secondo Paolo Caiazzo e credo che sia la versione più attendibile, Garibaldi e i suoi circondati da un esercito di 5000 soldati borbonici ben armati e prossimi allo scontro finale, che sarebbe stato una carneficina per le camicie rosse, insomma Garibaldi alla domanda di Nino Bixio su quali erano gli ordini, avesse detto: “Ma dove ***** vuoi andare, è finita”. Poi tutti sappiamo come è andata, Landi fece suonare la ritirata e i soldati borbonici seppur increduli obbedirono. Scrive ancora il Lupo che Rosolino Pilo uno degli artefici dello sbarco, fu ucciso dal fuoco nemico, ma sappiamo bene che fu freddato da fuoco amico alle spalle, anche questo era scritto nelle carte che Ippolito Nievo stava portando a Torino e che saltarono in aria con lui nel Mediterraneo, il primo di una lunga serie di omicidi di stato.
Uno delle fonti di Lupo è il garibaldino Abba, il quale è costretto ad ammettere che i picciotti accorsi in aiuto di Garibaldi sembrano un esercito armato dai galantuomini. Una milizia privata fatta da criminali, la mafia che si struttura e che da criminalità comune, diventa, dopo aver vinto la guerra civile, stato. Insiste nel dire il Lupo che è la propaganda borbonica ed ora quella cosiddetta neoborbonica a descrivere i mille come filibustieri, tagliagole, mentre quella risorgimentale li ha sempre definiti professionisti, avvocati, medici, notai. Dimentica il Lupo, come ha dimenticato per anni la propaganda risorgimentale, che fu lo stesso Garibaldi al parlamento di Torino a definire i suoi soldati un’accozzaglia di tagliagole e ladri, dediti ai vizi e agli intrighi.
Il Lupo scrive ancora che le squadre dei picciotti pagate dai possidenti combattevano per l’Italia unita e per Garibaldi e per redimersi, checché ne dica il Lupo costoro combattevano perché prezzolati e per il bottino. L’autore inserisce erroneamente la rivolta del 7 e mezzo del 1866 a Palermo sulla falsariga della risposta reazionaria all’invasione garibaldina. Sappiamo che in realtà non fu così, la rivolta del 1866 di Palermo, sedata nel sangue dai Savoia, ma la bestia resta sempre il re galantuomo, mentre Ferdinando II è passato alla storia come il Re Bomba, fu generata dal peggioramento delle condizioni sotto i piemontesi. Contro di loro si unirono plabe, e galantuomini, con annessa criminalità. Mi sembra inoltre patetico il tentativo di Lupo di far passare il De Sivo per un complottista di serie B. Sono ormai lampanti i collegamenti tra la massoneria inglese, francese ed italiana e Cavour e Garibaldi, lampanti i collegamenti tra il governo inglese e Garibaldi. A questo proposito consiglio di leggere il libro di Di Rienzo “Il Regno delle Due Sicilie e le potenze europee”, cito solo un intervento alla Camera dei Lord di Lord Henry Lennox : “what is called united Italy mainly owes its existence to the protection and moral support of England more does it owe to this than to Garibaldi or even to the victorious armies of France”.
Tra i denti Lupo è costretto ad ammettere che Liborio Romano per mantenere l’ordine in città fece un patto con i camorristi, che combattutti e indeboliti da Ferdinando II prima e Francesco II poi, si erano riciclati facendosi chiamare “Camorra liberale” e puntavano ad allearsi con i piemontesi contro i Borbone, cosa che grazie all’infido Romano gli riuscì, e il nuovo stato gli diede quella legittimazione politica che dura fino ai nostri giorni. Tra l’altro riconosciuto anche da Lupo, che parla della legittimazione data da Romano a Tore De Crescienzo.
Tutte le nefandezze nel Mezzogiorno, commesse dall’esercito piemontese, vengono giustificate banalmente con un “è impossibile capire se si sarebbe potuto fare meglio in quel passaggio rivoluzionario”.
Ridicola anche la descrizione del plebiscito. Lupo scrive che non bisogna intendere il voto in senso moderno e cioè con garanzia di segretezza e reale pluralità di alternativa, il che altro non significa che nei seggi di Napoli vi erano gli uomini di Tore de Crescienzo e che il voto doveva essere a favore dell’annessione, altrimenti, non furono poche, vi erano bastonature, che ricordano le violenze fasciste del ’22-’24. Il primo parlamento dell’Italia unità votato da 1/8 degli aventi diritto.
Ci sarebbero ancora alcuni punti da confutare, ma …