Nel 1967 questo scrittore tenne 6 lezioni sulla poesia presso l'Università di Harward in America.
Ne esplora l'enigma, l'uso della metafora, il piacere della narrazione, l'arte della traduzione, il rapporto con il pensiero ed infine il suo credo.

E' la prima opera che leggo di lui, avevo questo libricino a casa già dal 2001 (mi fu regalato da uno dei club del libro di cui sono ancora oggi socia) ma mi sono decisa a leggerlo solo adesso dopo aver apprezzato una sua poesia postata da un'amica del forum (http://www.forumlibri.com/forum/poes...giorno-12.html -post 179-).

Riporto di seguito le parti che mi hanno più colpita:

Una volta ho tentato una metafora audace, ma visto che nessuno l'accettava in quanto veniva da me - io sono soltanto un contemporaneo-, l'ho attribuita ad un remoto persiano o norvegese. Allora i miei amici hanno detto che era piuttosto bella; e naturalmente non ho mai rivelato loro che era mia, perché la metafora mi piaceva. In fin dei conti, i persiani o i norvegesi possono aver inventato quella metafora, come altre pure migliori.

Vedo me stesso essenzialmente come un lettore. Mi è accaduto di avventurarmi a scrivere, ma ritengo che quello che ho letto sia molto più importante di quello che ho scritto. Si legge quello che piace leggere, ma non si scrive quello che si vorrebbe scrivere, bensì quello che si è capaci di scrivere.

Oggi penso che la felicità di un lettore sia superiore a quella di uno scrittore, perché il lettore non ha problemi, non ha preoccupazioni: è lì, pronto per la felicità. E la felicità, quando si è lettori, è frequente.