Quanto dolore può sopportare l’animo umano prima di andare in mille pezzi?
Diciassette storie, diciassette donne che si raccontano e raccontano il baratro della lotta contro sofferenze inenarrabili che non sempre possono essere sconfitte.
Istantanee di esistenze così diverse tra loro da coincidere lungo linee del destino talvolta inevitabili, vi terranno col cuore sospeso nel silenzio che intercorre tra i suoi battiti e non vi lasceranno tregua.
Una serie di voci da ascoltare d’un fiato, che si conficcheranno dentro fino a diventare indimenticabili.


Accingendomi a scrivere questa recensione, mi rendo conto che avrei due modi per farlo: il primo, quello che forse mi verrebbe più istintivo, è di considerare questa raccolta di racconti come il frutto della fatica e dell'impegno di una donna che circa un anno fa mi è capitato di incontrare sul web, in un ambito che non sarebbe potuto essere più diverso da quello della letteratura, una donna che ho avuto modo, seppur più indirettamente che altro, di conoscere, e che solo in seguito ho scoperto essere anche una giovane autrice con qualche titolo all'attivo. Oppure potrei fare finta di niente, e considerare questa raccolta come un libro qualsiasi, acquistato in libreria o preso in prestito in biblioteca, con tutte le aspettative che questo comporta.
E, ecco, partendo dal secondo punto di vista, devo ammettere che questi racconti non mi hanno entusiasmata. E non mi hanno entusiasmata a partire dalla scelta del tema: il dolore. Il dolore sempre e comunque, ad ogni costo. Ecco, l'ho trovata una scelta un po' forzata, perché per quanto io in una lettura non cerchi solamente distrazione, sorrisi e lieto fine, tutt'altro, ho avuto l'impressione in questo caso che però questo voler a tutti i costi sguazzare in vite disperate non fosse autentico, ma piuttosto un modo per colpire particolarmente il lettore. Non sempre sono riuscita ad avvertire come autentico questo dolore, forse per una esagerata ostentazione dello stesso, forse perché alcuni personaggi (non tutti, certo) mi sono sembrati fragili - fragili nella loro costruzione, un po' abbozzati. O forse perché lo stile ha creato una sorta di barriera che mi ha impedito di calarmi nelle vicende: uno stile pomposo, ricercato, esageratamente curato, che mi ha fatto apparire tutto leggermente artificioso, costruito ad arte per colpire e sorprendere. Uno stile compiaciuto, che a lungo andare distoglieva l'attenzione dalla narrazione.
Se invece mi concentro più sul lato umano, mi sento molto più indulgente, perché anche io, almeno fino a qualche tempo fa, credevo di avere il sogno di scrivere anche io, e di conseguenza mi sento di mettermi per un secondo “dall'altra parte”, da quella dell'autrice, e mi rendo conto che non è tutto così semplice. Voglio dire, sono certa che se mi mettessi io a scrivere dei racconti non saprei assolutamente fare di meglio.