Davo lezioni a una ragazza al primo anno di liceo, Cindy Hang (…). Era approdata tardi al pianoforte, aveva iniziato solo quattro anni prima, tredicenne. Ma suonava come un cherubino senza ali. C’era qualcosa nella sua tecnica che mi faceva sussultare. Per pura avidità le davo pezzi assurdi - Busoni, Rubenstein - pezzi da esibizione e svenevolezze insopportabili. Sapevo che mi sarebbero tornati indietro dopo qualche settimana, palpitanti come mai li avevo uditi prima. Come la Bibbia tradotta negli schiocchi e i bisbiglii delle balene: enigmatica, aliena, eppure ancora riconoscibile. Le sue dita inventavano da zero l’idea della struttura armonica. Le usava per sentire, simile a un ladro che sotto i guanti avverte i meccanismi di apertura della cassaforte. Accarezzava i tasti quasi a volersi scusare in anticipo con loro. Ma persino il tocco più lieve aveva la forza di un profugo perseguitato dalla violenza organizzata.

(Richard Powers, “Il tempo di una canzone”, pag. 667, Mondadori editore).

Questo stupendo romanzo incentrato su tre temi principali, amore, musica, razzismo (Un tempo vi erano tante sfumature di pelle quanti erano gli isolati angoli della terra. Ora ce n'erano enormemente di più. Quante gradazioni se ne potevano vedere? Questa pièce politonale, ricca di accordi, suonava per un pubblico sordo che percepiva solo toniche e dominanti), caratterizzato da una narrazione dal ritmo magicamente ipnotico, ha ricevuto un’accoglienza particolarmente lusinghiera da parte della critica letteraria e, nel nostro Paese, una recensione entusiastica anche da parte dell’autorevole “L'Indice dei libri del mese” (che lo considera “una nuova pietra di paragone” per i romanzi a venire e giudica quella di Richard Powers come “una delle scritture più raffinate in circolazione”). Uno dei protagonisti del lavoro di Powers è il tempo, il tempo storico (una sfilza di avvenimenti storici e di personaggi del secolo scorso: Emmett Till, Janos Remenyi, Marian Anderson, Rosa Parks, per citarne alcuni), il tempo secondo la “teoria della relatività” di Einstein (il tempo non è una successione di momenti ma un continuum temporale) e il tempo futuro (Una sera, in futuro, nascerà una vita che non avrà memoria del luogo da cui proviene, né il pensiero di ciò che è successo per arrivare fin lì. Ladrocinio, schiavismo, assassinio. Si vincerà qualcosa, allora, e qualcosa si perderà, nella morte del tempo. Ma stasera non è ancora quella sera – R. Powers, “Il tempo di una canzone”, pag. 560). Tema centrale del romanzo è, come già detto, l’amore: Powers scrive con dolcezza e delicatezza estreme senza però correre il rischio di passare per un romantico melenso o enfatico. Inoltre, quando accenna al sesso, siamo fortunatamente lontani anni luce da quello che David Foster Wallace chiamava ironicamente "il priapismo rothiano". Stranamente, Powers ha vinto il National Book Award con “Il fabbricante di eco” che in realtà è un romanzo decisamente inferiore rispetto all’opera di cui sto parlando, opera imperdibile, strutturata in modo incredibilmente omogeneo e che sotto molto aspetti presenta l’impostazione di un grande classico della letteratura piuttosto che quella postmoderna (di cui comunque non mancano spunti interessanti soprattutto sotto forma di analessi e prolessi decisamente stranianti e a effetto) a cui spesso è accostato il nome di Richard Powers.