ho letto questo raccontino sul "il Foglio". Ho scoperto che Umberto Silva è un professore di psicologia nonché psicoterapeuta che ha scritto diversi libri.
Riporto il racconto perché lo trovo a suo modo geniale. Qualcuno ha letto qualche libro di Silva?

Lui, lei, il culo
A che sesso giochiamo? Dialogo filosofico tra due amanti in una camera d’albergo


Piccola, mi piacerebbe tanto fare l’amore con te”.
“Ma sei scemo? Sono due giorni che stiamo chiusi in questa stanza d’albergo e non facciamo altro!”.
“Vero, ma non mi concedi l’essenziale”.
“Il mio sedere sarebbe l’essenziale? Dio mio, si vede che non hai letto Aristotele. E nemmeno Guglielmo di Ockham, con tutto quel che comporta”.
“Da quando ti senti minacciata porti sempre le mutande”.
“Le tue invece… Dove sono le tue mutande? Ma le avevi le mutande? Non dirmi che vai in giro senza!”.
“Sotto il blue jeans sono inutili. Sopra sarebbero chic”.
“Mmm”.
“Se prendi al volo questa nocciolina, ti sposo”.
“Presa e digerita. Sai com’è, di questi tempi… Quando ci siamo abbracciati sentivo il tuo portafogli gonfio”.
“Vieni qua!”.
“Ma insomma, cos’è tutta questa fretta? Non sai niente di me, non mi hai ancora chiesto di mia madre, di mio padre che tra l’altro se ne sta a Parigi per cazzi suoi, di mia nonna che sta benissimo, di mio fratello che anche lui se ne sta per cazzi suoi, di cosa faccio nella vita, dove sono stata in vacanza, se mi piace sciare, se uso la pillola o la spirale, se mi farei James Franco, se sono felice, infelice, bipolare, non mi hai chiesto niente che subito vuoi entrare nella mia intimità più intima, quella che io stessa cerco di dimenticare! Chi diavolo sei?”.
“Uno che vuole entrare nella tua intimità più intima prima di sapere come si chiama tua madre e che ***** fa tuo padre a Parigi; uno che vuole entrare una prima volta nel tuo culo nella più perfetta ignoranza e solitudine. Un giorno Napoleone radunò le truppe per invadere la Russia. C’era un confine ben segnato”.
“Embè”.
“Era una chiara mattina, l’Empereur disse ai suoi generali di non seguirlo e solitario cavalcò verso il bosco russo. Toccò con mano le betulle, assaporò la sua conquista noncurante del fatto che migliaia di cosacchi da un momento all’altro potessero precipitarglisi addosso. Anche chi, come Chateaubriand, lo detestava, non poteva esimersi dall’ammirare la fresca audacia di certi suoi gesti”.
“Accidenti come l’hai fatta lunga! Dunque, ti piacciono i sederi”.
“Mi piace il sedere delle donne che mi piacciono”
“Lascialo stare!”.
“Vuoi farmi credere che ancora non l’hai dato a nessuno?”.
“Sei un bastardo, e questo non aiuta la tua causa. Mi hai stancato, ora mi rivesto. Stupida io a dar retta a uno che mi ferma per strada, mi porta a un bar e mi propone di passare due notti con lui nella stanza d’un albergo”.
“C’è di peggio”.
“Di peggio c’è che stanotte sei sgusciato dal letto, ti sei inginocchiato sul tappeto e hai pregato per due ore di fila. Ti ho visto sai, ti ho sentito. Sei un pazzo!”.
“Sono un peccatore”.
“E io sarei il peccato? Sei uno schifoso!”.
“Sì, ma chiedo perdono”.
“E di giorno torni a peccare”.
“Mi piace peccare ma ancora di più chiedere perdono a Dio. La vita mi sembrerebbe sciocca senza il suo rimprovero, la sua minaccia, la sua bontà”.
“E a uno così dovrei darmi tutta?!”.
“Solo a uno così.”.
“Ho sempre avuto un debole per i pazzi. Ora però basta”.
“Uffa!”.
“Uffa che, coglione? Vuoi la ciliegina, come un bambino goloso. Fai l’offeso, l’annoiato, sei patetico. Se me l’avessi chiesto con garbo forse l’avresti ottenuto”.
“Bugiarda, non ci credo! Voi donne disprezzate chi con dolcezza ve lo chiede. E fate bene, non c’è niente di più ridicolo”.
“E’ tutto ridicolo. Paola me l’ha sempre detto”
“Chi è Paola?”.
“La mia migliore amica già compagna di banco. ‘Te lo chiederà’, mi ha detto, ‘e tutto all’improvviso diverrà ridicolo’”.
“Vi sbagliate entrambe. Il culo non è affatto ridicolo, è serissimo e misterioso. Paola lo dà?”.
“Dice che se smettesse ve la darebbe vinta”.
“Intelligente. Prepotente. Hegeliana”.
“Sei patetico”.
“‘Liberi sensi in libere parole’, canta Torquato Tasso nella Gerusalemme Liberata.”.
“Gerusalemme liberata da te e dalla tua cupidigia”.
“Quando lo baciavo guaivi”.
“Fingevo, come fingevano le tue labbra impure”.
“Labbra desideranti”.
“Io amo le labbra del Battista, labbra che non hanno mai baciato. Eppure le parole uscivano dalla sua bocca come fiumi nel deserto”.
“Pensava sempre al culo di Salomè e di tutta la famiglia reale”.
“E’ inutile che bestemmi, io non te lo do”.
“Sono due giorni che i nostri occhi si scrivono lettere d’amore”.
“Due giorni che pensi solo a lui, all’infernale girone, il terzo dell’ottavo cerchio del quindicesimo Canto”.
“Vuoi dire che avrei mentito tutto questo tempo solo per arrivare lì?”.
“Proprio così e lo sai perfettamente”.
“Addirittura ‘perfettamente’?”.
“Sì, addirittura”.
“Non puoi negare che il tuo sedere sia parte integrante della tua bellezza. Non sarai così sciocca da disprezzarlo?”.
“Fin da piccola ne sono andata fiera e mi piaceva che i ragazzi lo guardassero. Ma tu stai pensando ad altro, a quell’oscuro tunnel in cui tutto s’inabissa”.
“Hai presente Rembrandt? E Juan de la Cruz? L’oscurità è la luce dell’anima”.
“Non ruberai la mia anima!”.
“Voglio solo conoscerla”.
“Lo sai che non è così”.
“Perché?”.
“Non lo so nemmeno io, ma so che non è così. Lo sappiamo entrambi, non è necessario che stiamo a scervellarci, lo sappiamo e basta. Forse per via degli avi”.
“Cioè?”.
“Mio nonno è italiano, mia nonna spagnola”.
“Mio nonno è spagnolo, mia nonna italiana”.
“Adesso tutto è chiaro”.
“Cosa?”.
“Tutto, imbecille!”.
“Il tuo delizioso buchino resterà casto in eterno?”.
“Non è detto. Può darsi che un giorno supplichi un uomo di penetrarlo a fondo”.
“Beato lui. Sei una gran stronza a dirmelo”.
“Guarda! Hai versato il Daiquiri sul lenzuolo! Siamo entrati in questa stanza che ci amavamo e ne usciremo odiandoci”.
“I tuoi amati occhietti”.
“Se davvero tu mi amassi te l’avrei dato con quel che comporta, ora non posso più darti niente”.
“La nostra storia è finita?”.
“Penso di sì”.
“Per via del culo”.
“E di quel che comporta”.
“Questo tuo modo di parlare mi fa venire una gran voglia”.
“Ecco, adesso sei un po’ più interessante. Ma non basta. E poi, com’è che sei così impaziente? Non puoi aspettare un’altra occasione? Davvero pensi che tutto tra noi debba finire stanotte?”.
“Ora sei tu che cerchi d’imbrogliarmi. So bene che se una donna non te lo dà la prima volta, non te lo darà mai”.
“Vero, verissimo. Ma tu hai mancato di fede, avresti dovuto aspettare fino all’ultimo minuto”.
“Non dirmi che in ascensore me l’avresti dato!”.
“Esattamente. Avrei bloccato l’ascensore e te l’avrei dato”.
“Non ci credo!”.
“Giuro. Sono anni e anni che fantastico quel momento, e tu stamattina, mentre ti guardavo ancora immerso nel sonno, mi eri sembrato l’uomo giusto. Mi sarei infilata la gonna, tu i pantaloni, saremmo usciti lungo il corridoio pensando che tutto era concluso, all’improvviso avrei schiacciato il bottone e abbracciato il metallo dell’ascensore e tu rapido dentro di me, finché l’ascensore ripartiva e nuovamente schiacciavo, e sentivamo voci spazientite e tu folle gridavi: ‘Aprite, aprite!’”.
“Sono stato un cretino”.
“Non sei l’unico. Non ho mai fermato l’ascensore”.
“Posso accarezzarti il seno?”.
“Sai quanto le tue carezze mi piacciono”.
“Anche se non mi ami più?”.
“Mi fai tenerezza. Ma dovranno passare dieci anni prima che mi torni il desiderio”.
“E se stanotte ti viene voglia di me e mi lasci fare?”.
“Lo escludo, ma mi piace che tu possa pensare una cosa simile”.
“Basta, non insisto”.
“Basta, non insisto. Sentilo lui, lo sciocchino. Sei tu che non mi vuoi, un uomo che davvero desidera non parla come un bambinetto offeso. Travestite la vostra mollezza e la giustificate con il rifiuto della donna, in realtà voi non sapete che farci col nostro sedere”.
“Tante volte l’ho esplorato”.
“Tante volte non conta, conta questa volta, questa è la prima volta che ci entri davvero, e hai una paura infernale”.
“Sei superba. Perché stavolta e non tutte le altre?”.
“Perché ora ne stiamo parlando”.
“E allora parliamone, l’oggetto in questione ha una nobile tradizione letteraria e filosofica. ‘L’anello solare è l’ano intatto del suo corpo di diciotto anni al quale niente di così accecante può essere paragonato a eccezione del sole, benché l’ano sia la notte’. Certo avrai letto di Bataille ‘L’Anus solaire’ e vivamente ti consiglio il ‘Cahier noir’ del poeta Joë Bousquet. Paralizzato da una ferita in guerra passava il tempo a letto celebrando le meraviglie del buco”.
“Aborro il fangoso Bataille e quanto a Bousquet le donne si inginocchiavano commosse dal suo male e ancora più dalla sua scemenza. Simone Weil lo andava a trovare, ma dubito che glielo abbia dato”.
“Io invece penso di sì, oltre che un genio era una santa e avrebbe potuto benissimo darglielo”.
“Se ti va d’immaginarlo fa pure, io non ci riesco. Ma anche noi donne possiamo cadere a furia di guardare nel pozzo. Dio che vertigini, che c’era in quel Daiquiri?”.
“Abbracciami piccola, giuro che non ti faccio niente. Sento che hai bisogno di abbracciarmi. Anch’io”.
“Oh sì, stringimi, stringimi forte. E così, per curiosità, dimmi perché desideri tanto il mio sedere”.
“Perché è tuo”.
“E poi?”.
“Perché voglio sentirti godere controvoglia, per ricordarlo, perché un giorno ne parleremo ridendo, perché sei il mio amore ed è giusto che io conosca ogni mistero del mio amore, perché sei la mia colpa, perché arrossisci quando te lo chiedo, perché mi ami e pensi che un buco sia un dono troppo piccolo, ma anche perché pensi che sia un dono troppo grande…”.
“Basta! I tuoi argomenti sono maledettamente buoni. Ci sono mille ragioni per cui io debba dartelo e per questo non te lo darò. Hai sentito? Mai!”
“Capisco. Vuoi un altro Daquiri?
“Sì, lo voglio”.
“Vuoi che metta un disco di Sergio Endrigo?”.
“Anche”.
“Vuoi che guardiamo insieme la città dal balcone?”.
“Più tardi, quando sarà più buia. Ma così, solo per curiosità, come vorresti sodomizzarmi?”.
“Guardandoti negli occhi”.
“Se mi prendi da dietro almeno non vedo la tua faccia cattolica romana. Devo dirti una cosa”.
“Dimmi”.
“Sei così schifoso che un po’ di voglia me la fai venire. Ma ora cosa stai facendo? Smettila!”.
“Mi disprezzi”.
“Devo pensarci”.
“Fai bene. Ma perché ora me lo stai prendendo in mano?”.
“Scusa, mi ero distratta”.
“E perché me lo accarezzi?”.
“Dovrò pur far qualcosa”.
“E adesso, il tuo dito!”.
“Scusa, scusa, che sarà mai! Se poi penso a tutte le donne in cui sei entrato mi passa del tutto la voglia. O mi viene, che è ancora peggio, molto peggio, insopportabile!”.
“Tesoro, tu non mi dai scampo. Riesci a trovare il male ovunque”.
“Lo trovo perché tu ce lo metti. Dovresti vedere che faccia da porco ti viene quando pensi a quello. E tu pensi sempre a quello, anche quando citi Lacan e Heidegger. Li citi per mascherarti, ma anche loro avevano facce da maiali, Lacan da porco francese e Heidegger da porco tedesco. Che Hannah Arendt abbia fatto certe cose con lui mi riempie di orrore, ma anche mi fa pensare che potrei benissimo farle io stessa, poiché lei è una donna fantastica e se le ha fatte vuol dire che un motivo c’era. Solo che…”.
“Solo che…?”.
“Tu non sei un grande filosofo e neppure un vero porco, sei uno che ferma le ragazze per strada e non è granché”.
“Capisco”.
“Mi dispiace dirti queste cose. Tu sei animato dalla migliore volontà ma io ho bisogno di verità. La verità è che tu come amante vai benissimo, bene diciamo, e questi due giorni sono stati meravigliosi, carini insomma, ma ora sento che ho bisogno di altro”.
“Peccato. Sarebbe una bella avventura”.
“Innanzitutto sarebbero due avventure, perché un conto è prenderlo che magari fa un male cane e un altro è metterlo. Quindi non mentire, ognuno sta nella sua solitudine, io una gattina spaventata incerta su cosa mi aspetta, tu tronfio e noncurante, che dopo le prime paroline di complimenti per non so che, ti ecciti come un dannato e contento d’avercela fatta, d’avermela fatta, ti celebri con un grido di trionfo che solo a immaginarlo mi fa venire una rabbia tale che ti ammazzerei qui all’istante”.
“E se questo abominevole delitto ti facesse urlare di contentezza?”.
“Mai ti darei questa soddisfazione. Starei muta, così passeresti le notti a chiederti cosa davvero ho sentito”.
“Ti assicuro che il tuo piacere mi sta molto a cuore”.
“Sei un cretino. Magari fossi un vero mascalzone, di quelli che possono dare piacere anche dando dolore. Non riesco a odiarti, e questo mi dispiace, perché se ci riuscissi sai quanto mi piacerebbe sottomettermi a te, accidenti! Dimmi quelle che ti sei fatto, te lo ordino!”.
“Non mi piacciono questi giochini”.
“Senti stronzetto, a te piacciono eccome. Non farmi spazientire, i nomi!”.
“Uffa. Miriam, Piera, Sandra, Lucia… cosa possono dirti questi nomi?”.
“Tutto. A Lucia immagino che avrai parlato di Hannah Arendt, e a Sandra dell’‘Anus solaire’. Da povere disgraziate si saranno sentite buchi neri dell’universo”.
“Basta così, ti prego. Sei riuscita a farmi passare qualsiasi voglia”.
“A me è un po’ venuta, ora che tutto è più chiaro. E’ chiaro che Piera l’hai presa in un campo fiorito, lei si appoggiava a un albero e tu le dicevi sì, sì, sì, e lei yes, yes, yes, entrambi avevate appena letto Joyce, ma lei in inglese e tu in italiano, ma a Londra avevi fatto lo scemo con le spagnole e non avevi imparato niente mentre lei si credeva Molly e yes urlava I said yes I will Yes!”.
“Ferma, tesoro, basta saltare, stai sfasciando il letto! Amorino caro, sento un urgentissimo bisogno di ordine. Hai visto giusto, sono uno psicopatico appena uscito da una casa di cura e da un momento all’altro potrei spararmi un colpo di rivoltella al cuore dopo averlo tratteggiato con la penna di Drieu la Rochelle”.
“Mi dispiace, mon amour, ma non ho penna, non ho pistola, non ho quel figo di Drieu sotto il letto. Guarda, guarda, mi sono scorticata una gamba. Uh morirò, morirò!”.
“Niente di grave, ecco, tutto a posto. Che vuoi fare?”.
“Intanto ordiniamo un bel pranzo. Io voglio una chateaubriand al sangue, e tu?”.
“Anch’io”.
“Poi ci facciamo un bel sonno, ne abbiamo diritto”.
“Se lo dici tu”.
“E domattina all’alba ci dileguiamo nella città, ciascuno per conto suo. Sei carino, sai, con quella faccetta da lupacchiotto”.
La cena si rivelò squisita, innaffiata con una bottiglia di Veuve Clicquot. Lei s’infilò in una deliziosa maglietta che a malapena le arrivava all’ombelico. Si addormentò all’istante, profondamente. Lui si fece il segno della croce e restò a lungo pensieroso. Poi entrò in lei, nel suo culetto, con tutto quel che comporta.