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Discussione: Caparco, Enrichetta - Tracce Invisibili di Universi Paralleli

  1. #31
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    Predefinito

    Cari amici,
    in questi giorni difficili forse fare un paragone col passato potrebbe essere di qualche utilità, soprattutto se quel passato filtra attraverso la scrittura, poiché nulla come quest’ultima può portarci a riflettere.


    Complotti, giochi di potere, incidenti probatori ma anche storie ordinarie sono tracce che i fotogrammi attualizzano nel cono temporale intermedio.
    È l’anno 1969. Tutti soffrono la strategia della tensione e il sussultorio movimento dei media scuote l’Italia e con essa le università. Carlotta Campo e Antonio Rota si sono fidan¬zati e dalle rispettive famiglie emergono differenze di ruolo; i Campo e i Rota si confrontano misurando gli uni le risorse degli altri.
    È il 13 dicembre del 1969. Sono le 16:37. Al centro di Mi¬lano, alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana, esplode una bomba.
    È il 14 dicembre del 1969. Migliaia di giovani universitari si riuniscono. Anche Carlotta Campo e Antonio Rota partecipa¬no ai collettivi.
    Il cono temporale cambia.
    È l’ottobre 1992. È arrestato a Santo Domingo Carlo Digi¬lio, che viene estradato in Italia. Carlo Digilio è un ex membro di Ordine Nuovo. Esperto di armi ed esplosivi è stato in con¬tatto con i servizi segreti statunitensi.
    Una nuova finestra si apre: è il 1993.
    Digilio è pentito e parla del coinvolgimento della CIA nelle attività di Ordine Nuovo. Afferma di aver ispezionato perso¬nalmente i congegni esplosivi usati nelle stragi. Il suo nome in codice è “Zio Otto”. Sostiene che Maggi gli ha parlato degli attentati come parte della strategia atta a provocare una svolta nella politica del paese, con il beneplacito degli Stati Uniti. Dice che il suo referente nei servizi USA è il capitano David Carret, e che questo progetto è fallito per i tentennamenti di una parte della Democrazia Cristiana.
    13 dicembre 1969: Milano, strage di piazza Fontana, con¬traccolpo in facoltà

    La riunione venne convocata alla chetichella: tutti a casa del Rota in Via Boccaccio alle 14:00, perché in via Michelangelo ormai era cantiere. La signora Rota aveva lasciato via libera. L’avrebbe fatto prima, ma si dovevano andare a prendere alla stazione di Porta Nuova quelli del “Poli” di Milano. Sarebbero arrivati con il rapido alle 12:30.
    «Debbono pur mangiare qualcosa», disse qualcuno.
    «Porca vacca. È vero! Dico a mia madre di preparare dei panini», aveva detto il Rota.
    Ci sarebbe stata anche Elisa Mais e il suo gruppo di femmi¬niste. Carlotta le conosceva poco. Elisa aveva discusso la tesi nel ’68 e, siccome era tra le migliori del corso, aveva comin¬ciato a lavorare in istituto con il professor Ceragioli. Ma ci era rimasta alla fine, e come le piaceva! Per Antonio la sua era solo una scusa per rimorchiare! La verità, secondo Carlotta, era un’altra: erano i ragazzi a starle appresso, per quel non so che che aveva lei sempre nuovo, o era perché li strapazzava? Correva voce che certi studenti masochisti se la godessero a essere messi in piazza: prima Elisa se li portava a letto e poi ci scriveva sopra. Sì, perché collaborava con «Effe», la rivista ultra femminista. Elisa non si limitava a scrivere, curava an¬che l’attività di gruppo. Se Carlotta alle riunioni e ai cortei ci andava due volte su tre era perché a convincerla, prima, era sempre la Mais; anzi, le chiedeva anche di fare volantinaggio e di aiutarla a preparare manifesti e cartelli. Che poi, in tutta franchezza, Carlotta aveva le medesime idee. C’era amicizia, ma quella vera, tanto che al suo compleanno la Campo si era perfino commossa. Intanto c’erano solo ragazze, i maschi non avevano accesso ed era già tanto se la festeggiata accetta¬va i regali e concedeva loro di passare a prendere le invitate. Perché lei non era la sola a essersi messa con uno della facoltà.
    Insomma, era stato bello quella sera stare tra donne. A un certo punto avevano spento tutto e a illuminare la stanza era¬no state unicamente trenta candeline. Che urla e che applausi quando Elisa le aveva spente! Naturalmente avevano brindato 284
    con i bicchieri di carta; anche i piatti per la torta lo erano: «Non voglio sprecare il mio tempo a lavarli», era stato il com¬mento di Elisa.
    «E gli atri chi sono?», aveva chiesto ad Antonio Carlotta.
    «I soliti. Gin, Michelangelo, Fabio. Sono loro che hanno preso in mano per primi la situazione, ah Fabio viene con Marcella».
    «Buona quella!», era stata la risposta di Carlotta.
    «Perché? Ti è antipatica? Veramente anche a me. Ma il fatto adesso è un altro. È che non capisco che cosa possiamo fare noi. Che cosa possiamo ottenere? La strage purtroppo c’è già stata e vedrai che presto troveranno anche il mandante, anzi, a quanto mi dicono l’hanno già trovato».
    Arrivarono in ritardo. Erano in tanti, una ventina solo quelli di Milano, Carlotta non si aspettava di vedere tanti ragazzi.
    La madre di Antonio se n’era andata riluttante. Ad avere ragazzi in casa c’era abituata, ma non dei rivoluzionari!
    «Attenzione alle sigarette. Mi raccomando a te Carlotta», e con quella frase di chiusura intendeva tante altre cose.
    Avevano disdegnato il tavolo del soggiorno e anche le pol¬trone; si erano seduti tutti per terra. Qualcuno aveva chiesto il posacenere, qualcun altro era uscito sul terrazzo per fumare.
    Quando un giovane con ricci da cherubino ed eskimo co¬minciò a parlare, il tono delle voci annichilì di colpo.
    Era il leader.
    «È successo qualcosa non soltanto grave, ma irreparabile: è cominciato un massacro inutile, un atto terroristico senza precedenti. Alle 16:37 al centro di Milano, alla Banca Nazio¬nale dell’Agricoltura in piazza Fontana, è esplosa una bomba provocando la morte di diciassette persone e il ferimento di altre ottantotto. Una seconda bomba è stata rinvenuta, fortu¬natamente inesplosa, nella sede milanese della Banca Com-merciale Italiana, in piazza della Scala; ma è stata fatta brillare distruggendo gli elementi probatori in grado di risalire all’ori¬gine dell’esplosivo e, soprattutto, a chi ha preparato gli ordigni. È questa la prima domanda che noi studenti dei politecnici di Torino, Firenze, Roma e Milano ci poniamo. Chi è stato?».
    “Bella scoperta!”. Brusìo.
    «Una terza bomba è esplosa a Roma alle 16:55 nel passaggio sotterraneo che collega l’entrata della Banca Nazionale del La¬voro di via Veneto con quella di via di San Basilio, abbiamo i cablogrammi. Altre due sempre a Roma tra le 17:20 e le 17:30, una davanti all’Altare della Patria e l’altra all’ingresso del mu¬seo del Risorgimento, in piazza Venezia. Si contano dunque cinque attentati terroristici nel pomeriggio di ieri, concentrati in un lasso di tempo di soli 53 minuti, per colpire contempo¬raneamente le due maggiori città d’Italia: Roma e Milano».
    Gin e Michelangelo al lato opposto del salone parlottavano, fu Gin ad alzare la mano: «Immagino che tutti insieme dob¬biamo far qualcosa».
    Brusio in crescendo.
    «Sì, ma come?», chiese qualcuno.
    «Scioperiamo, facciamo casino, sono quelli di destra e dob¬biamo fermarli», disse un piccoletto, matricola forse? Non era di Milano e Carlotta non l’aveva mai visto.
    «Non dire cazzate», lo zittì Elisa. E qualcun’altra le diede manforte: «Sì, perché si fa presto a parlare, ma anche a scas¬sarci le palle con i bla bla bla».
    «Palle che non hai, stronza!», la rimbeccò un maschietto che stava sempre fisso al bar della facoltà.
    Rapida espressione di dissenso.
    «Più di te, di sicuro».
    Risata fragorosa e fischi di sottofondo.
    «Prego, ragazzi, compagni», Gin non alzava mai la voce, non sarebbe servito. «Qui non si tratta ancora di entrare in azione, e come poi? E contro chi? Qui occorre prima di tutto pren¬dere coscienza».
    «E a cosa serve se poi non si fa niente?», fu l’obiezione di un altro.
    «Serve, eccome se serve: non è quello che abbiamo dovu¬to imparare con le nostre battaglie? Per quale motivo le cose sono cambiate, anzi stanno ancora cambiando? Perché siamo riusciti a farci ascoltare solo quando ci siamo resi conto della situazione».
    «Sì, ma qui la questione è un’altra, quei fascisti ci stanno distruggendo, occorre agire», urlò Marcella.
    Fu il leader a risponderle: «Agire significa fare quello che stiamo facendo ora; riunirci nei collettivi per raccogliere le risorse per chiarire o arginare la tremenda emorragia che sta affliggendo la sicurezza nazionale dei democratici».

  2. #32
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    Predefinito Notte di Natale un augurio sincero a tutti voi

    Buon Natale a tutti amici! Ai prossimi giorni di quest'anno e di quello che sta per raggiungerci.

  3. #33
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    Predefinito Uomini bambini

    Cari amiche e amici autocritici,
    Oggi vorrei riflettere su certi comportamenti maschili attraverso le pagine del mio romanzo: “Tracce invisibili di universi paralleli”.
    Maggio 1971: Torino, la “trovata”
    Quella di Antonio era una gioia effimera, limitata nel tempo come un biglietto del luna park. Demandava agli oggetti il compito di procurargli la felicità, desiderava possederli così come possedeva sua moglie, fisicamente. Voleva scoprirli, manipolarli, smontarli, trasformarli. Li desiderava per com¬pensare un vuoto, una mancanza e sua moglie ci aveva prova¬to a capire che cosa volesse veramente, ma lui aveva evaso la questione, si era burlato di lei, chiamandola “dottor Freud”. Tutto sommato non gli importava più di tanto risolvere il pro¬blema quando la soluzione era così a portata di mano: per sentirsi pago gli bastava un trenino da montare.
    Anche le sue conversazioni con gli amici si limitavano alle cose materiali. Era sufficiente sentirne una per rendersi conto di come sarebbero state le altre; persino se parlavano di per¬sone – un campione di Formula Uno per esempio – a contare non erano mai i sentimenti, ma la pista, i tempi, le qualifiche raggiunte.
    Carlotta l’aveva fatto notare a Giovanna: «Gli uomini usa¬no le informazioni come i ragazzini le figurine dei calciatori, semplicemente scambiandosele».
    «Cosa intendi dire? Che non parlano?».
    «No. Per parlare parlano. Proiettano se stessi sugli oggetti ma, facci caso, a riunirli è sempre una novità nel campo elet¬tronico, l’ultimo teleobiettivo uscito sul mercato o qualcosa del genere».
    Antonio e i suoi amici usavano cervello e informazioni solo per ottenere risultati; per questo il più delle volte si trovavano bene in gruppo. Prendevano le decisioni insieme, ma ciascu¬no rimaneva chiuso in se stesso; isolato come un astronauta sulla rampa di lancio.
    Presto, le iniziative del marito avrebbero lasciato Carlotta distratta e persino scettica. Per quale motivo Antonio doveva sempre imbarcarsi in battaglie alla Don Chisciotte? Questo si sarebbe chiesta una volta dichiarata la resa, ma non in quel momento. Carlotta credeva nel suo uomo, l’immagine del ma¬rito era intatta; ancora non c’era nemmeno l’ombra del male
    che l’onnipotenza fanciullesca di lui le avrebbe lasciato dentro.
    In ciascuno c’è una parte del tutto aperta alle illusioni – spe¬cie negli anni della giovinezza – perché senza illusioni nessu¬no può andare avanti. Le speranze mancate, a volte, non sono altro che inganni necessari. “Stimolano le endorfine, ecco cosa fanno le illusioni” penserà alla fine, “creano quel carbu¬rante che permette a tutti, anche ai più deboli, di affrontare la fatica di vivere”.
    Era il caso di Antonio? Sua moglie, quella domanda, non soltanto non poteva ancora farsela, ma neppure accettarne la risposta.
    Una sera, verso la fine di maggio, guardandolo negli occhi capì che stava per uscirsene con qualche novità. Fu a cena, davanti al vitello tonnato, che cercò di prendere il discorso alla lontana e, proprio per questo, sua moglie cominciò a sentire puzza di bruciato.
    «Sto per intraprendere una nuova attività». Antonio fece la solita pausa ad effetto prima di aggiungere: «Presumo che sarà molto redditizia».
    Quella stima aveva in sé l’ottimismo di chi non ha mai ri¬schiato un capitale sudato, ma solo quello che, ai fortunati come lui, appartiene per nascita.
    «Non si tratta di teoria applicata, ma di azione sul campo». Solo dopo l’abuso di termini da comitato rivoluzionario di nuova generazione ritenne di aver creato la giusta suspense e di poter presentare al meglio il suo business.
    Carlotta lo ascoltò con attenzione.
    «Ho capito, vuoi realizzare qualcosa con il poliuretano espanso. Una cosa mi sfugge però, scusami se l’hai detto e te lo faccio ripetere; insomma, di che oggetti si tratta?».
    Antonio con uno scatto insofferente lasciò le posate sul piatto. Fece una smorfia che voleva essere un sorriso: «La do¬manda, bambolina, mi sembra ingenua». Critica a parte, il suo tono era seccato e poi non aveva risposto.
    Carlotta conosceva bene la prosopopea di Antonio; la inal¬berava come difesa preventiva appena si sentiva messo in dif¬ficoltà. Rispose a quel sorriso mancato con un sorriso vero, come per scusarsi di non essere alla sua altezza. Era il suo
    modo per smontare le frequenti aggressività verbali del marito.
    Aveva imboccato la strada giusta, perché lui non avanzò al¬tre critiche, ma di buon grado rispose alla domanda e il suo tono cambiò per incanto.
    «Tutti gli oggetti e nessuno; l’oggetto in sé ha poca impor¬tanza. Quello che conta è come mi riesce di farlo, credimi. La tipologia della produzione, è ovvio, dipenderà dalla domanda del mercato».
    “Ha ragione lui” fu il pensiero della ragazza, ma poi tornò a rifletterci. Suo marito avrebbe avuto ragione solo se non ci avesse pensato nessuno a fare delle cose in poliuretano espan¬so. In fondo era una specie di plastica, che però si gonfiava.
    «Ti prego Antonio», ribatté a quel punto, «non fare il ma¬nager, non con me almeno. I discorsi di economia e di mar¬keting lasciali perdere, perché di quella materia io so meno di niente; semplicemente voglio dire questo: è stato un sogno illuminante?». Ma si interruppe, rendendosi conto che l’ironia avrebbe cambiato il suo atteggiamento da modesto a critico. “Non scherzare ragazza, sennò si offende. Proviamo così”: «Ti sarà pure venuta per qualche ragione quest’idea. O no?».
    Anche lei aveva smesso di mangiare. Si versò dell’acqua; in gravidanza il vino non lo sopportava, le dava spossatezza. Guardò fuori; con l’ora legale, a cena c’era ancora il sole alto e il terrazzo era tutto una fioritura.
    «Ferma così, fammi vedere bambolina. Sei uno schianto con quegli occhi! Vado a prendere la macchina fotografica, ci met¬to un lampo, aspetta». Antonio aveva già appoggiato il tova¬gliolo sul tavolo e si stava alzando: «Ma sai che colore hanno i tuoi occhi? Quello delle foglie di rosa...».
    Lei gli sorrise di nuovo, questa volta per tenerezza. La vede¬va sempre bellissima; anche adesso, che stava diventando una piccola balena.
    «Grazie. No, Antonio... stai qui. Non muoverti per piacere. Tu hai l’animo del designer, una creatività bestiale. Ti assicuro che non ho nessun dubbio sul tuo talento. Ecco! Ci sono. Ho capito. Hai pensato a qualcosa da realizzare in poliuretano. Quello che voglio dire però è questo: l’hai disegnato questo “qualcosa”?».
    Antonio colse solo la seconda parte del discorso di Carlotta, e fu come se non gli avesse chiesto nulla. Certo, lui disegnava. Era un designer lui!
    Sua moglie, che si aspettava una risposta, doveva assistere a qualcos’altro. Una piccola esplosione di gioia, anzi nemmeno piccola, perché in quel momento il marito pareva un vincitore di Totocalcio quando scopre d’avere i numeri giusti. «È vero! Hai ragione, non ci avevo pensato! Potrei realizzare delle pol¬trone. Forse anche delle lampade...».
    Carlotta non poteva crederci. Antonio aveva solo ventitré anni, era vero questo, ma non era un ragazzino. Non poteva più ragionare come quando giocava con i Lego!
    E l’ingenua doveva essere lei!
    «Hai presente il costo di un’operazione del genere? E se poi non riesci a venderle quelle cose? Manda i tuoi disegni a un’in¬dustria. Ne conosco, sai, di ragazzi che l’hanno fatto; hanno deciso loro i materiali, certo... Perché vuoi produrle tu?».
    «Perché, perché... Uffa! Non lo so perché. Perché è più bel¬lo, ecco. E poi ho già trovato con chi dividere le spese».

    Giugno 1971: Torino, da via Stradella a via Michelangelo. La fase zero

    Con l’idea in saccoccia, Carlotta non avrebbe saputo dire da chi dei due fosse scoccata la freccia: Antonio Rota e Giuseppe Bondi si misero all’opera.
    Il loft di via Strabella accolse la nuova industria con la cor¬dialità e l’efficienza di un oste nei periodi di recessione. I locali infatti, asciutti e ben ventilati, ampi e attrezzati di tutto quel che occorreva, materiale compreso, per produrre con il po¬liuretano espanso, erano luminosi e freschi in quell’estate che si annunciava torrida. Almeno questa fu la versione di suo marito.
    Lei, che si era guardata bene dal visitarli, non avrebbe messo la mano sul fuoco per garantire la fedeltà dei fatti e non era da escludere che i soci avessero, diciamo così, rotto il salvadanaio per effettuare gli acquisti necessari.
    Il gatto e la volpe non persero tempo. Così li avrebbe so¬prannominati nel quadro della mission: naturalmente il gatto era Antonio, membro in forze di quella che per certi versi si poteva definire una vera e propria associazione a delinquere.
    Insomma, i due collezionarono tutta una serie di aborti in poliuretano espanso, quindi, in perfetto accordo, decisero che casa Rota junior sarebbe stata la vetrina o, per dirla all’ameri¬cana, lo show room della prima serie.
    Ed ecco che i prototipi, ancora caldi di macchina, arrivava¬no là l’uno dopo l’altro. E via via che la fase zero procedeva, ciascuno trovava la sua sistemazione sul soppalco del salone.
    Sin dai primi di giugno, la giovane signora Rota aggiunse un posto a tavola. Vedeva Antonio, sporco e affamato, soltanto all’ora dei pasti e sempre con Beppe. Mangiando, i due discu¬tevano sulle difficoltà tecniche e sugli errori progettuali con navigata padronanza.
    Sin dal principio Antonio aveva cercato, lo faceva sempre, di tirar dentro sua moglie, ma Carlotta si dissociò. I prototipi non li degnava nemmeno di uno sguardo; un po’ perché non credeva nell’impresa – Antonio l’avrebbe presto abbandonata come aveva fatto con tante altre – e un po’ per scaramanzia: anche lei stava per ottenere un risultato e, naturalmente, si augurava fosse migliore.
    Degustando il caffè, i soci rimiravano la produzione e, pri¬ma di tornare in fabbrica, scattavano delle fotografie.
    A luglio l’impresa chiuse per ferie.

  4. #34
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    Predefinito indagine: padri e figli: che cosa è cambiato.

    Amici e amiche, continua l’indagine “Padri e figli” attraverso “Tracce invisibili di universi paralleli”.

    Settembre 1968: Torino, in un tratto della via San Tommaso
    Intendiamoci, fisicamente Armando non era affatto male, ma quando – e quante volte era già successo – lui l’aveva ab¬bracciata, tenuta per mano o aveva cercato di baciarla, lei non aveva mai sentito il batticuore. Si era sempre innamorata di ragazzi della sua età, persino più giovani.
    Quella sera una coppia di sposi inaugurava la propria villa a Moncalieri. Sulla quarantina e senza figli, erano entrambi clienti di Armando; gente facoltosa, come i Campo del resto:
    perché anche loro appartenevano a quella parte della borghe¬sia destinata a estinguersi nel successivo trentennio. Sportivi ma mondani, avevano istruito il miglior catering di Torino per un ricevimento che invitava le signore a indossare abiti da sera e gli uomini, se non proprio lo smoking, perlomeno il completo scuro.
    Carlotta per l’occasione sfoggiava, sotto il bolero di visone, un tubino nero con paillettes sostenuto da spalline sottili, l’a¬bito le fasciava il busto, lasciando scoperte le spalle; la gonna giungeva appena alle ginocchia e sandali dal tacco a spillo mo¬dellavano caviglie e polpacci. Lo specchio le rimandò l’imma¬gine rassicurante di una ragazza sana e fiorente.
    Prima di uscire, suo padre la guardò critico: «Hai deciso di strafare?».
    Lei fece spallucce, sapeva di star bene vestita così; infatti, dopo, gli uomini la circondarono di mille attenzioni.
    «Guarda che potrebbe tranquillamente essere tua figlia», la frase retorica di Alessandro era per Andrea Garbi, quarant’an¬ni ben portati, primario alla clinica ostetrica del Sant’Anna, un cliente abituale alla Casa di Armando.
    Carlotta guardò suo padre: era geloso di lei. Possibile?
    Naturalmente anche Armando era tra gli invitati, ma nes¬suno, nemmeno la figlia di Campo, si aspettava che cogliesse proprio quell’occasione per rendere ufficiale il suo interesse per lei. E invece la chiamava “pulcino” e si permetteva le ef¬fusioni manifeste di un fidanzato. Era nel suo stile proporsi davanti a tutti e poi, seppure più vecchio, era papabile come marito.
    Non che dai suoi gesti trapelasse chiaramente una richie¬sta di matrimonio, ma quel suo coinvolgere apertamente il genitore della ragazza escludeva di per sé altre possibilità di approccio. In altre parole: rivolti a Carlotta alla presenza di Alessandro, certi atteggiamenti non potevano essere altro che dichiarazioni di fidanzamento.
    L’azione d’altro canto era strategica: se Carlotta si fosse di¬mostrata scontrosa o peggio scandalizzata, lui, agli occhi di tutti e in particolare di suo padre, avrebbe fatto apparire quel¬le avances scherzose, galanti volendo, ma niente di più.
    vece lei non avesse mostrato contrarietà – perché di sorpresa no, non si poteva parlare, che già da un paio d’anni le ronzava intorno in crescendo – se lo avesse accettato davanti a tutti, suo padre, anche dissenziente, non avrebbe potuto negarle nulla, perché la ragazza era maggiorenne e il Medioevo finito da un pezzo. Quindi, che la cosa gli piacesse o no, Alessandro avrebbe dovuto, comunque, considerarla una richiesta seria.
    «Non è innamorato di te», le disse.
    Carlotta non rispose alla provocazione di suo padre.
    Stavano tornando a casa e lei gli camminava di fianco senza parlare. Lasciata l’auto in un garage della via Barbareux – non c’erano box auto nel palazzo dove abitavano – avevano appe¬na voltato in via San Tommaso, quando Alessandro smise di camminare, obbligando sua figlia a fermarsi.
    «Sei una bella ragazza», disse «non sto dicendo che non gli piaci, ma è una questione calcolata la sua e poi... sei troppo giovane per lui!».
    La ragazza sorrise: «Papà, Armando ha soltanto trentacin¬que anni».
    «Caspita! Dodici più di te».
    Carlotta non capiva: «E allora? Quante ne conosco di coppie in cui lui ha dodici, quindici, persino vent’anni di più! Il fatto che tu abbia solo un anno più della mamma non è la norma».
    Suo padre – ancora non aveva ripreso a camminare – la guardò negli occhi: «Davvero ti andrebbe uno come Arman¬do per marito? Possibile?».
    Lei prima fece un cenno d’assenso, poi disse: «Sì, perché no?», ma subito dopo scosse la testa, tanto da sentire i suoi capelli frusciare contro il colletto di pelliccia: «No! Beh, no».
    A quell’ora non c’era anima viva per strada ma, se ci fosse stato qualcuno, avrebbe visto un signore con la barba e con un soprabito scuro alzare la voce spazientito con una ragazza troppo grande per essere sua figlia, ma troppo giovane per esserne la moglie.
    «Sì o no?», adesso urlava.
    Carlotta era disorientata, non si aspettava tanta foga: «Ve¬ramente... non l’avevo mai considerato possibile. Però mi ha fatto piacere che lui volesse me, proprio me! Nemmeno ci pensavo che non saresti stato contento. Siete amici, no?». E lo guardò a sua volta. Era così serio suo padre, sembrava ferito.
    «Che siamo stati amici è vero, ma non posso tollerare che lui se ne approfitti a questo modo. Che amicizia è quella che sfrutta una situazione?», disse. Aveva ripreso a camminare, troppo veloce però; la figlia con i tacchi trotterellava per riu¬scire a tenere il suo passo. L’uomo parlava più a se stesso che a lei: «Non pensavo che fosse così stupido, davvero. Perché solo uno stupido poteva comportarsi a quel modo. Quel che spera di ottenere sposandoti non è difficile da capire...».
    Tre anni dopo, lei era ormai la signora Rota e l’amicizia tra Campo e Di Giacomo aveva perso il suo smalto, tanto che i due si erano persi di vista; ebbene, Carlotta venne a sapere che una sua compagna di liceo aveva sposato proprio Di Gia¬como, il titolare del maneggio alla Mandria, anzi l’ex titolare, perché la cascina – anche questo le avevano detto – Armando l’aveva venduta.
    Nel riferirlo a suo padre, lui aveva chiesto ironico: «È un’a¬mazzone la sposa?».
    Carlotta, che non intendeva fare commenti, si era limitata a rispondere: «No, che io sappia».
    Il padre aveva fatto una specie di smorfia prima di dire: «Al¬lora è ricca».
    Sua figlia, forse per sdrammatizzare, s’era messa a ridere: «È la figlia di un noto penalista».
    Senza nemmeno chiedere se Carlotta intendesse continuare a vedere il Festival di Sanremo, lui aveva spento il televisore: «Ah, ho capito, è una del giro degli agnellini e delle pecorelle, quelli che ai concorsi occupano la pedana d’onore».
    Carlotta – il Festival non le era mai piaciuto e da un mo¬mento all’altro aspettava Antonio per tornare a casa – ave¬va continuato a ridere: «Stai parlando della creme di Torino papà? Nomi come Agnelli, Montezemolo, Turati, quelli, per capirci?».
    C’era stato un silenzio-assenso, tanto che lei aveva aggiunto: «Beh, suo padre è proprio uno d’alto bordo, o almeno credo».
    Così alla fine aveva riso anche Alessandro, prima di conclu¬dere: «In fondo non ci ha perso nel cambio».
    «Che intendi dire papà? Che tu non lo sei, uno d’alto bordo? O sono io che valgo meno della sposa?».
    Ultima modifica di GermanoDalcielo; 12-31-2014 alle 07:50 PM.

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    Predefinito Dopo l'more che cosa succede? Ecco come viene presentato nel romanzo.

    Amici e amiche, ancora non ho parlato del “dopo”. Ovvero che cosa succede quando l’amore finisce per uno degli amanti?
    Ed ecco come presento questo momento in “Tracce invisibili di universi paralleli”.

    Un giorno di dicembre 1974: Torino, via Garibaldi

    Una povera cartolina di Riva del Garda, in posizione sghemba, occhieggiava dall’anta dell’armadio. Distesa sul letto, continuavo a guardarla. Stavo così almeno da un’ora; ancora non avevo ripreso a fumare, ma l’avrei fatto presto, me lo sentivo.
    Francesca era fuori con sua zia; in quei giorni di inerzia totale, non sopportavo nemmeno lei, eppure dovevo lavarla, vestirla, parlarle, darle da mangiare, tutto come prima.
    E invece nulla era più come prima.
    Non io, legata al telefono come un cane alla catena, con quel vuoto dentro che non mi abbandonava mai; non mia figlia, che sentiva tutto senza capire nulla, che mi supplicava con gli occhi di tornare da lei senza nemmeno rendersene conto; non mia madre, che mi aveva ripreso in casa ma, in realtà, non mi voleva; non mio padre, che adesso mi chiamava “quella puttana”.
    Soprattutto Paolo non era più lui. Non che il cambiamento mi avesse sorpreso, perché tra noi ai Santi le cose stavano già mutando. Avevo atteso quei cinque giorni come una bambina aspetta un regalo. Antonio non sarebbe venuto in montagna, faceva parte dei nostri patti; accordi che avrebbe rinnegato a breve, ma io ancora non lo sapevo e nemmeno avevo intenzione di farmi il sangue amaro con sospetti, paure o cose del genere. A contare era solo un fatto: avrei rivisto Paolo, sarei stata di nuovo con lui giorno e notte nella medesima casa, proprio come all’inizio. Solo che adesso lui era un altro.
    Arrivai a Courmayeur sperando che fosse già là. Lo aspettai tutto il pomeriggio. Al numero dello chalet il telefono alternava il libero all’occupato, ma lui non rispondeva. Alle 20:00, non potendo più sostenere l’ansia, lo cercai a Genova senza trovarlo: «Aveva un appuntamento con me», dissi, «non vorrei gli fosse successo qualcosa con la macchina».
    «Arriverà», mi rispose uno dei suoi fratelli, «tranquilla».
    Ma io tranquilla non lo ero per niente. Inconsciamente registravo le differenze; il Paolo che conoscevo era puntuale, anzi arrivava sempre in anticipo e magari questa volta, sapendomi con la bambina e carica di bagagli, mi avrebbe sorpreso facendosi trovare alla stazione. E mettiamo pure che all’ultimo momento ci fossero stati dei problemi, mi avrebbe informata. Prima telefonava nonostante i miei veti; persino a casa dei miei suoceri mi aveva chiamata.
    Misi a letto Francesca ed ero in soggiorno quando giunse, prima lontano e poi sempre più nitido, il rumore di un’auto che si avvicinava. Mi affacciai al terrazzo giusto in tempo per vedere la proiezione luminosa dei fari ruotare nel cortiletto prima di spegnersi. Erano le 23:00.
    “È qui, Dio sia lodato” dissi a me stessa.
    Paolo scese, guardò in alto, mi vide e sorrise: «Uheilà», disse. “Romeo guarda Giulietta sul verone” pensai ironica.
    «Sali», mi sentii dire, e il mio era quasi un ordine.
    Calma, compassata, ero un’attrice perfetta nel ruolo, quando chiusi la porta-finestra. Qualche secondo dopo – le scale le fece di volata – Paolo mi spingeva contro la porta chiusa, il suo corpo contro il mio: «Questa volta voglio rimanere sino all’ultimo minuto», disse. Per inerzia, continuava a sostenere il ruolo dell’amante che brucia di passione.
    Fedele al proposito, se ne andò il primo giorno feriale dopo le feste, alle sei del mattino: «Dovrei farcela ad arrivare puntuale in classe, vado diritto a scuola... non faccio in tempo a passare da casa».
    Avevamo passato la notte a fare l’amore; alle tre e mezza lo pregai di dormire un po’: «Almeno un’ora devi chiuderli questi benedetti occhi; guarda che ti servirà».
    «E se non mi sveglio?».
    Ricordo di aver riso: «Tranquillo ragazzo, che a svegliarti ci penso io».
    Prima di partire mi cercò di nuovo, io non aspettavo altro.
    Come in un film americano anni Sessanta ci salutammo con una lunga sequenza di ciao. Intanto la mia fotografia più bella era nel bagagliaio della sua macchina. La vidi quando lo aprì: stava insieme a una tanica vuota e a qualcos’altro.
    Paolo l’aveva buttata là.
    Fu da quel momento che i segni della fine si fecero così evi¬denti, che in nessun modo avrei potuto negarli. Tutto sarebbe finito presto, questo l’avevo messo in conto sin dall’inizio; quel che non sapevo era che non avrei avuto la forza di sopportarlo.
    A partire da quel distacco strappalacrime a Courmayeur, il genovese avrebbe cominciato ad allungare gli intervalli tra una visita e l’altra. Diradò sia le lettere, sia le telefonate; silenzi troppo lunghi entrarono a far parte delle nostre conversazioni, ma a segnare il passaggio della nostra storia nella terra
    dove finisce tutto ciò che non è più furono due esperienze delle quali – subito – non registrai altro che il presagio di un lutto.
    Vedo ancora oggi lo sguardo beffardo di Paolo che regge con una mano il sacco a pelo, mentre con l’altra tiene aperta la guaina di custodia: «Che ti ricorda?», mi chiede.
    Ne parlai con Giovanna un anno dopo. Lei trovò la cosa irrilevante: «Tutto qui? Esageri come al solito». Cercò anche di convincermi: «Quando c’è confidenza, si scherza e scherzando si può anche trascendere a volte. Non vuoi mica dirmi che non parlavate mai di sesso?».
    Assentii: «Più d’una volta se è per questo e Paolo non usava eufemismi o giri di parole».
    Giovanna allora aveva allargato le braccia: «Ma lo vedi che è come dico io!».
    Non ero d’accordo, naturalmente, anche se era difficile trasferire un pensiero quando ancora non l’avevo messo in chiaro nemmeno io. Ci provai: «A non piacermi non è stato soltanto l’approccio da caserma, mi stupiva anche la banali¬tà del doppio senso; Paolo non era mai volgare e nemmeno ordinario. Quello che ancora mi domando è perché, a quel punto, mi trattasse come se fossi...».
    «Se tu fossi cosa?», mi interruppe «una sciacquetta, il suo compagno di banco, oppure sua moglie? Perché c’è differza, secondo me...».
    Non lasciai che concludesse: «No, non è esatto. Quel che ho detto prima, pensandoci bene, non è vero. È al contrario che si deve vedere la cosa. Paolo quella sera mi ha parlato come se io non fossi più... in effetti, per lui, non ero più la stessa. Prima ero l’amore e l’amore si protegge sempre, è proprio questo il punto; e certe parole vengono taciute perché potrebbero sciuparlo».
    L’altra esperienza riguarda il grido, un’imprecazione che la paura mi strappò all’ improvviso. Mi vergognavo – dopo – della voce strozzata, tanto simile al verso di un animale braccato.
    All’hotel Fiorina non tornammo più; temevo che il genovese non avesse abbastanza denaro per proporlo io, e lui non lo faceva. Più abbordabili erano certamente i motel destinati alle coppie clandestine, ma ammesso che ci ospitassero – difficilmente all’epoca un minorenne poteva permettersi di occupare una doppia per fornicare – nessuno dei due li conosceva. Quella sera, proprio la stessa della performance con il sacco a pelo, un albergo della cintura di Torino ci aveva negato la camera. Non rimaneva che una soluzione: imboscarci sulla collina. Ebbene, trovammo sì un posto, ma era quello sbagliato.
    In quel periodo occupava le prime pagine della cronaca nera uno psicopatico che agiva la notte. A generare i crimini ripetuti in luoghi differenti era una costante: il sesso in automobile. Nessuno ancora sapeva chi fosse il serial killer. La polizia supponeva che scegliesse le vittime, studiasse le loro mosse e le freddasse con un doppio sparo di pistola, allorché le sorprendeva in flagrante.
    Quando Paolo disse: «Attenta», la sua voce era decisa, alta, ma non sconvolta. Fu questo a mortificarmi dopo: io avevo gridato, non lui.
    Paolo – avrei pensato dopo – non era a conoscenza del fatto; oppure aveva notato la divisa d’ordinanza realizzando immediatamente che a sorprenderci era solo un guardiano. Per questo motivo la sua voce prima, e il suo volto dopo, non tradirono nessuna emozione. Rimaneva il fatto, però, che lo sconosciuto ci avesse sorpresi con i sedili ancora abbassati, seminudi entrambi. Ma a essere sconvolta fui soltanto io, che continuavo a gridare mentre la luce della torcia mi percorreva. L’ipotesi, anche a distanza di tempo, rimane la medesima: l’uomo approfittava dello spettacolo che gli concedevo. Anzi, si prendeva un anticipo al piacere di rimproverarci entrambi dall’alto della sua posizione.
    «Che fate qui?», chiese – già, perché no non lo sapeva – e aggiunse: «Questa è proprietà privata; vi informo che siete nel parco di una clinica. Andate via subito, sennò chiamo la sicurezza!».
    Scendemmo la collina senza parlare.
    «Mi sa che torno a Genova», fece Paolo all’ultima curva. D’istinto guardai l’ora: mezzanotte, troppo presto per lasciarci.
    «È pericoloso guidare la notte», gli risposi.
    Le volte precedenti si era fermato anche la domenica; nella speranza di passare ancora qualche ora con me – non era
    affatto certo che potessi vederlo il giorno dopo – era dispo¬sto anche a dormire in macchina, se non trovava qualcosa di meglio.
    Mi sarei aspettata gesti consolatori: anche un bambino avrebbe compreso la mia paura, ma non arrivarono. Quel lasciarmi così, senza nemmeno una parola sull’accaduto, mi parve una punizione. Era come se l’incidente non lo riguardasse affatto; come se lui non fosse altro che uno spettatore. Col suo silenzio Paolo trasferiva tutto l’aspetto squallido della faccenda sulla mia persona: ero io, in fin dei conti, l’adultera che se la faceva con un ragazzino. Percepivo tutto questo come un addio che ancora non affiora alla coscienza, soffrivo.

  6. #36
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    Predefinito Torino vista dall'autrice di Tracce invisibili di universi paralleli

    Amici miei, questa volta – e ancora una volta – vorrei che fosse Torino con le sue gallerie, i portici, i monumenti e soprattutto i suoi caffè, ad essere raccontata attraverso le pagine di “Tracce invisibili di universi paralleli”.


    Ecco il negozio di scarpe di fronte all’edicola, ecco la rivedita dei tascabili Feltrinelli e, subito dopo, Mulassano, dove persino i fregi lignei del soffitto o la macchina del caffè raccontavano la storia sabauda, a cominciare dalle guerre napoleoniche.
    Quel caffè a ridosso del portico di piazza Castello rappresentava Torino e, secondo Carlotta, era un grazioso simbolo delle virtù e dei vizi della città.
    Gli eminenti, le eccellenze, le primedonne che risiedevano nel Quadrilatero a ridosso del Po, si erano seduti almeno una volta a uno dei tavoli – non più di quattro – di Mulassano; personaggi che rappresentavano la cultura del momento, letteratura, teatro, arte, moda, ciascuno a suo modo.
    Mulassano tra i suoi clienti vantava i grandi dell’Opera anche se, in realtà, a frequentarlo non erano solo gli artisti del Regio, ma anche quelli del teatro Carignano. Tra di loro – e non era detto che il caffè dovesse venirne a conoscenza, anche se in realtà lo sapevano tutti – c’era chi si faceva d’eroina o di coca.
    Non che Carlotta fosse un’habitué del posto, ma il suo qutidiano – a esclusione dei cinque anni di matrimonio – si era sempre dipanato intorno a esso, tanto che lei sentiva i dintorni di Mulassano a naso e avrebbe trovato la strada per arrivarci anche bendata; Palazzo Madama, in prospettiva dalla finestra di casa sua, e a due passi san Lorenzo, che sin da bambina aveva avuto la fortuna di conoscere, ancor prima di sapere cosa fosse il Barocco. E di là, volendo camminare ancora un po’, si arrivava alla cattedrale di san Giovanni, dove Carlotta da ragazzina andava a Messa la domenica; e, sempre in piazza san Giovanni, prendeva il tram per andare a scuola, proprio lì, di fronte agli scavi e ai resti delle Porte Palatine: “Dove mio fratello giocava” pensò. Sì, perché quando arrivava la prima neve, sua madre aveva un bel nascondere le scarpe a Ludovi¬co, ma quel discolo usciva di casa lo stesso. Correva in pantofole nella neve fino alla collinetta dove, presso la statua di Cesare Augusto il terreno formava una montagnola e, dopo nevicate copiose, c’era sempre qualcuno che gli prestava lo slittino.
    Carlotta oltrepassò il cinema Romano per entrare in galleria.
    “La Galleria Cisalpina riecheggia i padiglioni expo di Parigi”, diceva il suo professore di Storia dell’arte. Ne era già passato di tempo da quando lei andava là con tutta la classe – taccuino e matita – era l’anno della maturità.
    Dalla volta in ferro e vetro il suo sguardo scese rapido alla dimensione raccolta e lustra del pianoterra.
    Quel giorno, era il 10 dicembre del 1993 (…)
    Alessandro Boero la stava aspettando.
    Era certa che lo avrebbe trovato già là. Dal suo ufficio, al settimo piano dell’ex torre littoria, l’agente avrebbe impiega¬to poco più di cinque minuti a raggiungere il caffè, corsa in ascensore compresa. Inoltre, per quanto Carlotta non lo conoscesse molto, lo sapeva pronto, addirittura premuroso nei suoi confronti. Gentilezza e comodità a parte, la lusingava pensare che aveva scelto di incontrarla proprio in quel piccolo gioiello di architettura, ornato ad arte come una bomboniera. Vederla da Mulassano e non altrove era un omaggio che Boe¬ro faceva proprio a lei, un architetto.
    La prima cosa che si notava entrando nel Caffè era l’agrifoglio all’uscio: la scena era quella di un mattino a pochi giorni da Natale. (…)
    Che Mulassano fosse un’opera d’arte lei l’aveva sempre sostenuto, ma quel mattino, per la prima volta, ne godeva appieno l’effetto. Andava da un punto all’altro con lo sguardo, mettendo insieme lo spazio di quel piccolo Caffè attraverso segmenti, rette e curve ribassate. L’architetto che era in lei ripercorreva il progetto. Leggeva il lavoro direttamente dalla sua opera, come fa un musicista quando traduce i suoni nelle note di un pentagramma; le veniva facile e l’aiutava a staccarsi, almeno un momento, da quel presente che la stava mettendo a dura prova.
    C’è una sequenza nella logica mirabile di un’opera d’arte, che concorre al raggiungimento di un punto unico, il momento nel quale pittura, scultura e architettura diventano una cosa sola: era quella che Carlotta cercava.

  7. #37
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    Predefinito Lo spiritismo è facoltà di ciascuno? Davvero possimo raggiungere chi è andato di là?

    Cari amici,
    Secondo voi, quanto è successo a Carlotta Campo è credibile? Siccome lei è il mio alter ego, io dico di si e voi?

    Da “tracce invisibili di universi paralleli”

    Settembre 1971: Pino d’Asti, una seduta spiritica
    Ecco l’ultimo tratto di strada asfaltata salire tra i cipressi, ecco il paese acciambellato sotto la collina come un gatto che dorme, il parco, la villa.
    Nella memoria di Carlotta si succedevano come diapositive le splendide immagini di un passato recente: il sole filtrato dal fogliame rigoglioso; i colori del paesaggio che la luce cambia¬va a poco a poco; le siepi che stendevano ombre sull’acciottolato bianco; il verde dei prati all’inglese ricoperto, dopo la pioggia, da mille piccole gocce sospese. Alla ragazza sembra¬va di vedere gli zampilli della fontana scintillare come prismi iridati; e i coppi sfumati in lontananza, e ancora più in là i filari dei vigneti.
    Era il ricordo di un sereno soggiorno di fine estate a Pino d’Asti. Lunghe e tranquille giornate che si succedevano una uguale all’altra. Vide se stessa studiare nella parte più soleggia¬ta del parco, il capo coperto da un cappello di paglia, distesa su una chaise longue odorosa di canfora.
    L’aveva rimediata in solaio, tra i rifiuti dell’arredo domestico. Era in legno, con una leggera imbottitura foderata di velluto.
    Nella parte non ancora sbiadita, su un fondo color salmone, spiccavano piccoli fiori in rilievo. Era pesante e lei aveva do¬vuto chiedere aiuto per trasportarla fuori. Non che all’esterno mancasse l’arredo, che non ci fosse dove sedersi, ma quel vec¬chio mobile le permetteva di sollevare il capo quanto bastava per leggere le dispense appoggiate sul grembo.
    Da qualche settimana la sua pancia, avvolta dalla stoffa leggera della gonna, sembrava un uovo di pasqua. Era orgoglio¬sa del suo pancione, quanto l’aveva desiderato! Vi poggiava anche un piccolo block-notes e di quando in quando scriveva degli appunti; la mano libera pescava ripetutamente nel cesto al suo fianco. Per tutto il mese di settembre aveva mangiato una quantità industriale di mele verdi; per l’uva, il suo frutto preferito, era ancora troppo presto.
    Sì, le date coincidevano. Un fatto e una storia, condotto da Gigi D’Amico, su Rai 1, aveva in argomento la seduta spiritica al castello di Pino d’Asti.
    Il 2 settembre 1971, tutto era come da programma. La scena, nel salone principale, preparata secondo gli intenti della regia. Antonio il giorno precedente aveva visto scaricare dai furgoni della Rai, oltre all’attrezzatura tecnica, alcuni oggetti curiosi: civette impagliate, lumi e altri particolari da film dell’orrore.
    Quel giorno, il gruppo dei cameraman aveva cominciato le riprese alle dieci di sera. C’erano solo i padroni di casa in villa.
    A essere precisi, i coniugi Rota vennero ripresi dalle teleca¬mere nella sala rossa, chiamata così per il pesante damasco a fiori delle pareti, rosso appunto.
    In attesa dei primi ospiti risposero alle domande del conduttore, ovvie per la verità.
    Tra due alti finestroni troneggiava il mezzo principale di quell’intrattenimento, l’astronave per andare oltre il conosciuto, il corpo del reato, come l’avrebbe chiamato dopo Ludovico. In pratica, quello era il tavolo attorno al quale si sarebbero seduti soltanto coloro che desideravano comunicare con gli spiriti. Di quel pezzo d’antiquariato che i tarli avevano cominciato a consumare, a cominciare da Natale, si era parlato molto in certi ambienti torinesi e non sempre con rispetto.
    La prima seduta spiritica fu all’inizio delle feste; quel gioco, inizialmente solo un gioco di società, aveva preso piede tanto che, ultimamente, la scadenza degli incontri con l’aldilà era divenuta settimanale.
    C’era chi aveva consigliato di lasciar perdere; non andava bene cincischiare con certe faccende, avrebbero potuto dive¬nire pericolose. Eppure, un po’ per la strafottenza giovanile del gruppo, un po’ per l’immancabile curiosità sui fatti occulti, ma soprattutto per l’atmosfera che si respirava a Torino, città magica, le cose avevano continuato il loro corso.
    Ebbene, proprio attorno a quel tavolo del sedicesimo secolo qualcuno ne aveva già viste delle belle. Più o meno questo sta¬vano dicendo al conduttore i due sposi; due ragazzi che, per somma di età, non arrivano a cinquant’anni. Carlotta, soprat¬tutto, si sentiva emozionata. Stava per comunicare al mondo che, fra poche ore, si sarebbe di nuovo formata la catena. E, benché l’avessero rassicurata dicendole dove guardare e che cosa fare, aveva i movimenti legati dall’ansia.
    «Stia tranquilla signora», disse di nuovo Gigi D’amico. «La trasmissione non è in diretta, i telespettatori vedranno tutto dopo, a cose fatte».
    Eppure non le riusciva di lasciarsi andare e di essere spontanea come le consigliava la regia.
    «Si è manifestato uno spirito guida?», stava chiedendo in quel momento il conduttore.
    «Sì, due volte», rispondeva Antonio, «ma non ci è dato sape¬re chi egli sia, nessuna identità dichiarata».
    “Che linguaggio forbito! Non sarà una sindrome da palco¬scenico?” fu il pensiero di Carlotta; e da quel momento si sentì più tranquilla: mal comune mezzo gaudio.
    Le riprese continuarono all’arrivo degli ospiti; ma i tecnici svolgevano il lavoro con la massima discrezione possibile, quasi fossero in Vaticano. La seduta era preceduta da un ricevimento e il catering, anche quella volta, se lo era aggiudicato Baratti.
    Ogni tanto un cameriere, o un cameraman, cercava la si¬gnora Rota per chiedere il permesso di fare questa o quella cosa. Lei, che si era già programmata per l’esigenza, a ciascuno rispondeva: «Faccia pure», senza nemmeno darsi la pena di intendere la portata della richiesta.
    L’evocazione degli spiriti era un fatto strettamente riservato e naturalmente non compariva nell’invito dove invece era inserita, oltre alla data e all’ora del ricevimento, una sorta di mappa per raggiungere Pino d’Asti e la villa.
    Più d’una volta, infatti, Tizio e Caio e anche Sempronio si erano persi nella campagna astigiana e avevano telefonato a turno. Alcuni, per non dire molti dei presenti in villa, erano corsi al telefono in una gara di consigli sulla migliore naviga¬zione da compiere.
    Quella sera invece erano arrivati tutti senza incidenti, anche quelli che non avrebbero dovuto esserci. In pratica pettegoli e maldicenti erano presenti in forze.
    A Carlotta vennero presentati alcuni nuovi convenuti.
    «Gente famosa», le anticipò il marito. Non ebbe modo di parlare con tutte le persone che non conosceva, notò comun¬que che ciascuno aveva quello che i francesi chiamano le physi¬que du rôl. C’era il critico, lo scrittore, l’artista in generale, il cultore di arte occulta... Tutti vagavano per le sale dandosi un gran da fare. Chi continuava a guardarsi attorno nel cercar qualcuno o qualcosa che non trovava, chi osservava con l’aria da intenditore le grandi tele appese alle pareti. C’era, natural¬mente, chi salutava chi, il quale con una leggera flessione del busto rispondeva a distanza.
    Le signore, tutte giovani – solo qualcuna aveva passato i quaranta – erano in abito lungo e offrivano ora la mano ingio¬iellata, ora le guance profumate per il bacio di rito, a seconda del caso.
    Carlotta vide spesso, sia nei gesti che nell’espressione dei volti, una sorta di ironica complicità e si chiese se, veramente, gli uni e gli altri si conoscessero al punto da scambiarsi battute sagaci o se stessero semplicemente recitando a soggetto.
    Vide Shamanta, discreta e impeccabile nella sua bellezza perfetta, intenta ad ascoltare un allampanato giovane che parlava mangiandola con gli occhi e chiedendosi, forse, in quale modo avrebbe potuto toccarla con classe.
    La luce dei grandi lampadari in cristallo illuminava gli affre¬73
    schi rarefatti e sbiaditi dal tempo. Luce bianca e trasparente che, esaltando il disegno delle volte a crociera, ne prendeva il colore per uscire all’esterno, sul piazzale. E degradava nel parco disegnando ombre multiformi, perdendosi negli aromi della notte settembrina.
    La gente si muoveva dentro e fuori le sale creando uno sfondo variegato: modelle che sorridevano sotto i riflettori; uomini d’affari in abito scuro che bevevano Black&White o si ingozzavano di saint-honoré tenendo d’occhio la continua parata delle belle figliole; fanatici che – impegnati nell’esposi¬zione del solito chiodo fisso, sempre quello, al malcapitato di turno – fornivano ottima preda ai curiosi. C’erano anche gli arrampicatori sociali e gli imbucati di turno, mimetizzati nella macchia umana di quel carnevale mondano, pronti a entrare di soppiatto nel giro più interessante.
    Tutti sapevano tutto di quella serata e si sentivano eccitati di prender parte alla vicenda misteriosa e intrigante che li aveva portati fin là. Ciononostante, si comportavano col sussiego degno di un funerale di lusso. Le strette di mano, le chiac¬chiere, i sorrisi e gli ammiccamenti erano in sordina e con ge¬sti misurati, perché, perbacco, se al castello c’erano gli spiriti, sempre di morti si trattava e occorreva il dovuto rispetto.
    Chi non partecipava alla catena poteva assistere. L’atmosfera era rovente. Astanti e partecipanti attendevano emozioni trascendenti; comunque oltre il consueto.
    Carlotta, per adeguarsi all’evento, sfoggiava un abito nero tipo famiglia Addams e si sentiva la castellana di un maniero come quello del dottor Frankenstein. Era la prima attrice, accidenti! Gli “addetti ai lavori” l’avevano preparata alla parte. In realtà, sfumato l’entusiasmo del momento, la ragazza aveva concluso che l’aiuto regista si sentiva in obbligo di affidarle un ruolo; dopotutto, le riprese venivano fatte in casa sua. Tutto si concludeva sempre con una frase: «Stia tranquilla signora! Faccia come se noi non ci fossimo». E così aveva fatto. Si era seduta come le altre volte attorno a quel pesante tavolo, senza lasciarsi coinvolgere, anzi. Eccola con le mani nella posizione di rito, tra marito e fratello.
    Quella sera, a dispetto della regia, delle riprese e di tanta
    gente eccitata, non successe un bel niente. Non ci furono manifestazioni extrasensoriali e al fatidico: «Se ci sei batti un colpo», nessuno rispose. Tutti si sarebbero chiesti, dopo, cosa diavolo avrebbe architettato il regista per mandare in onda il filmato.
    Ma quando ancora non si era sciolta la catena, la giovane padrona di casa, stanca per aver condotto un compito incon¬sueto al quinto mese di gravidanza e – diciamolo pure –scettica, stava per addormentarsi. Ed ecco che, in modo chiaro e inequivocabile, qualcosa si mosse. Il rumore proveniva dal piano di sopra, in corrispondenza delle camere da letto, di¬stinto, definito. Sembrava che stessero spostando dei mobili. Il coccolone ebbe fine all’improvviso per lasciare il posto a un sinistro batticuore; un brivido corse serpeggiando lungo la schiena di Carlotta.
    Alla villa, a parte gli ospiti, lo staff televisivo e quelli di Baratti, non c’era nessuno. I suoi nonni – li aveva sentiti nel po¬meriggio – aspettavano Antonio per raggiungerla e sarebbero arrivati solo il giorno dopo.
    Si rivolse al marito: «Chi è salito di sopra, qualcuno dei tecnici?».
    «Sopra non c’è nessuno, te lo posso assicurare, ho io le chiavi d’accesso al corridoio».
    Annuì con il capo. Non le era concesso di continuare a par¬lare e non poteva insistere, non poteva nemmeno chiedere se anche lui avesse sentito quel rumore.
    Come era possibile, si sarebbe domandata dopo, che nessuno avesse sentito nulla, nemmeno suo fratello? Era dunque l’unica? Neanche una persona tra centinaia di presenti. Perché lei, allora? Ammesso che fosse suggestione, che si trattasse di quel sentimento che fa credere in ciò che in realtà non esiste, fino a prova contraria la suggestione si accompagna alla ten¬sione, non al sonno. Ma lei, invece, al momento del rumore sinistro, era preda di un sonno terribile e avrebbe dovuto es¬sere tesa come una corda. Che avesse le traveggole?
    Comunque, rimase alla villa. Lo aveva già deciso.

  8. #38
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    Predefinito Possiamo comunicare davvero con gli spiriti ?

    Cari amici,
    Secondo voi, quanto è successo a Carlotta Campo è credibile? Siccome lei è il mio alter ego, io dico di si e voi?

    Da “tracce invisibili di universi paralleli”

    Settembre 1971: Pino d’Asti, una seduta spiritica
    Ecco l’ultimo tratto di strada asfaltata salire tra i cipressi, ecco il paese acciambellato sotto la collina come un gatto che dorme, il parco, la villa.
    Nella memoria di Carlotta si succedevano come diapositive le splendide immagini di un passato recente: il sole filtrato dal fogliame rigoglioso; i colori del paesaggio che la luce cambia¬va a poco a poco; le siepi che stendevano ombre sull’acciot¬tolato bianco; il verde dei prati all’inglese ricoperto, dopo la pioggia, da mille piccole gocce sospese. Alla ragazza sembra¬va di vedere gli zampilli della fontana scintillare come prismi iridati; e i coppi sfumati in lontananza, e ancora più in là i filari dei vigneti.
    Era il ricordo di un sereno soggiorno di fine estate a Pino d’Asti. Lunghe e tranquille giornate che si succedevano una uguale all’altra. Vide se stessa studiare nella parte più soleggia¬ta del parco, il capo coperto da un cappello di paglia, distesa su una chaise longue odorosa di canfora.
    L’aveva rimediata in solaio, tra i rifiuti dell’arredo domestico. Era in legno, con una leggera imbottitura foderata di velluto.
    Nella parte non ancora sbiadita, su un fondo color salmone, spiccavano piccoli fiori in rilievo. Era pesante e lei aveva do¬vuto chiedere aiuto per trasportarla fuori. Non che all’esterno mancasse l’arredo, che non ci fosse dove sedersi, ma quel vec¬chio mobile le permetteva di sollevare il capo quanto bastava per leggere le dispense appoggiate sul grembo.
    Da qualche settimana la sua pancia, avvolta dalla stoffa leg¬gera della gonna, sembrava un uovo di pasqua. Era orgoglio¬sa del suo pancione, quanto l’aveva desiderato! Vi poggiava anche un piccolo block-notes e di quando in quando scriveva degli appunti; la mano libera pescava ripetutamente nel cesto al suo fianco. Per tutto il mese di settembre aveva mangiato una quantità industriale di mele verdi; per l’uva, il suo frutto preferito, era ancora troppo presto.
    Sì, le date coincidevano. Un fatto e una storia, condotto da Gigi D’Amico, su Rai 1, aveva in argomento la seduta spiritica al castello di Pino d’Asti.
    Il 2 settembre 1971, tutto era come da programma. La scena, nel salone principale, preparata secondo gli intenti della regia. Antonio il giorno precedente aveva visto scaricare dai furgoni della Rai, oltre all’attrezzatura tecnica, alcuni oggetti curiosi: civette impagliate, lumi e altri particolari da film dell’orrore.
    Quel giorno, il gruppo dei cameraman aveva cominciato le riprese alle dieci di sera. C’erano solo i padroni di casa in villa.
    A essere precisi, i coniugi Rota vennero ripresi dalle teleca¬mere nella sala rossa, chiamata così per il pesante damasco a fiori delle pareti, rosso appunto.
    In attesa dei primi ospiti risposero alle domande del condut¬tore, ovvie per la verità.
    Tra due alti finestroni troneggiava il mezzo principale di quell’intrattenimento, l’astronave per andare oltre il conosciu¬to, il corpo del reato, come l’avrebbe chiamato dopo Ludovico. In pratica, quello era il tavolo attorno al quale si sarebbero seduti soltanto coloro che desideravano comunicare con gli spiriti. Di quel pezzo d’antiquariato che i tarli avevano co¬minciato a consumare, a cominciare da Natale, si era parlato molto in certi ambienti torinesi e non sempre con rispetto.
    La prima seduta spiritica fu all’inizio delle feste; quel gioco, inizialmente solo un gioco di società, aveva preso piede tanto che, ultimamente, la scadenza degli incontri con l’aldilà era divenuta settimanale.
    C’era chi aveva consigliato di lasciar perdere; non andava bene cincischiare con certe faccende, avrebbero potuto dive¬nire pericolose. Eppure, un po’ per la strafottenza giovanile del gruppo, un po’ per l’immancabile curiosità sui fatti occulti, ma soprattutto per l’atmosfera che si respirava a Torino, città magica, le cose avevano continuato il loro corso.
    Ebbene, proprio attorno a quel tavolo del sedicesimo secolo qualcuno ne aveva già viste delle belle. Più o meno questo sta¬vano dicendo al conduttore i due sposi; due ragazzi che, per somma di età, non arrivano a cinquant’anni. Carlotta, soprat¬tutto, si sentiva emozionata. Stava per comunicare al mondo che, fra poche ore, si sarebbe di nuovo formata la catena. E, benché l’avessero rassicurata dicendole dove guardare e che cosa fare, aveva i movimenti legati dall’ansia.
    «Stia tranquilla signora», disse di nuovo Gigi D’amico. «La trasmissione non è in diretta, i telespettatori vedranno tutto dopo, a cose fatte».
    Eppure non le riusciva di lasciarsi andare e di essere sponta¬nea come le consigliava la regia.
    «Si è manifestato uno spirito guida?», stava chiedendo in quel momento il conduttore.
    «Sì, due volte», rispondeva Antonio, «ma non ci è dato sape¬re chi egli sia, nessuna identità dichiarata».
    “Che linguaggio forbito! Non sarà una sindrome da palco¬scenico?” fu il pensiero di Carlotta; e da quel momento si sentì più tranquilla: mal comune mezzo gaudio.
    Le riprese continuarono all’arrivo degli ospiti; ma i tecni¬ci svolgevano il lavoro con la massima discrezione possibile, quasi fossero in Vaticano. La seduta era preceduta da un rice¬vimento e il catering, anche quella volta, se lo era aggiudicato Baratti.
    Ogni tanto un cameriere, o un cameraman, cercava la si¬gnora Rota per chiedere il permesso di fare questa o quella cosa. Lei, che si era già programmata per l’esigenza, a ciascu¬
    no rispondeva: «Faccia pure», senza nemmeno darsi la pena di intendere la portata della richiesta.
    L’evocazione degli spiriti era un fatto strettamente riserva¬to e naturalmente non compariva nell’invito dove invece era inserita, oltre alla data e all’ora del ricevimento, una sorta di mappa per raggiungere Pino d’Asti e la villa.
    Più d’una volta, infatti, Tizio e Caio e anche Sempronio si erano persi nella campagna astigiana e avevano telefonato a turno. Alcuni, per non dire molti dei presenti in villa, erano corsi al telefono in una gara di consigli sulla migliore naviga¬zione da compiere.
    Quella sera invece erano arrivati tutti senza incidenti, anche quelli che non avrebbero dovuto esserci. In pratica pettegoli e maldicenti erano presenti in forze.
    A Carlotta vennero presentati alcuni nuovi convenuti.
    «Gente famosa», le anticipò il marito. Non ebbe modo di parlare con tutte le persone che non conosceva, notò comun¬que che ciascuno aveva quello che i francesi chiamano le physi¬que du rôl. C’era il critico, lo scrittore, l’artista in generale, il cultore di arte occulta... Tutti vagavano per le sale dandosi un gran da fare. Chi continuava a guardarsi attorno nel cercar qualcuno o qualcosa che non trovava, chi osservava con l’aria da intenditore le grandi tele appese alle pareti. C’era, natural¬mente, chi salutava chi, il quale con una leggera flessione del busto rispondeva a distanza.
    Le signore, tutte giovani – solo qualcuna aveva passato i quaranta – erano in abito lungo e offrivano ora la mano ingio¬iellata, ora le guance profumate per il bacio di rito, a seconda del caso.
    Carlotta vide spesso, sia nei gesti che nell’espressione dei volti, una sorta di ironica complicità e si chiese se, veramente, gli uni e gli altri si conoscessero al punto da scambiarsi battute sagaci o se stessero semplicemente recitando a soggetto.
    Vide Shamanta, discreta e impeccabile nella sua bellezza perfetta, intenta ad ascoltare un allampanato giovane che par¬lava mangiandola con gli occhi e chiedendosi, forse, in quale modo avrebbe potuto toccarla con classe.
    La luce dei grandi lampadari in cristallo illuminava gli affre¬73
    schi rarefatti e sbiaditi dal tempo. Luce bianca e trasparente che, esaltando il disegno delle volte a crociera, ne prendeva il colore per uscire all’esterno, sul piazzale. E degradava nel parco disegnando ombre multiformi, perdendosi negli aromi della notte settembrina.
    La gente si muoveva dentro e fuori le sale creando uno sfondo variegato: modelle che sorridevano sotto i riflettori; uomini d’affari in abito scuro che bevevano Black&White o si ingozzavano di saint-honoré tenendo d’occhio la continua parata delle belle figliole; fanatici che – impegnati nell’esposi¬zione del solito chiodo fisso, sempre quello, al malcapitato di turno – fornivano ottima preda ai curiosi. C’erano anche gli arrampicatori sociali e gli imbucati di turno, mimetizzati nella macchia umana di quel carnevale mondano, pronti a entrare di soppiatto nel giro più interessante.
    Tutti sapevano tutto di quella serata e si sentivano eccitati di prender parte alla vicenda misteriosa e intrigante che li aveva portati fin là. Ciononostante, si comportavano col sussiego degno di un funerale di lusso. Le strette di mano, le chiac¬chiere, i sorrisi e gli ammiccamenti erano in sordina e con ge¬sti misurati, perché, perbacco, se al castello c’erano gli spiriti, sempre di morti si trattava e occorreva il dovuto rispetto.
    Chi non partecipava alla catena poteva assistere. L’atmosfe¬ra era rovente. Astanti e partecipanti attendevano emozioni trascendenti; comunque oltre il consueto.
    Carlotta, per adeguarsi all’evento, sfoggiava un abito nero tipo famiglia Addams e si sentiva la castellana di un maniero come quello del dottor Frankenstein. Era la prima attrice, ac¬cidenti! Gli “addetti ai lavori” l’avevano preparata alla parte. In realtà, sfumato l’entusiasmo del momento, la ragazza aveva concluso che l’aiuto regista si sentiva in obbligo di affidarle un ruolo; dopotutto, le riprese venivano fatte in casa sua. Tutto si concludeva sempre con una frase: «Stia tranquilla signora! Faccia come se noi non ci fossimo». E così aveva fatto. Si era seduta come le altre volte attorno a quel pesante tavolo, senza lasciarsi coinvolgere, anzi. Eccola con le mani nella posizione di rito, tra marito e fratello.
    Quella sera, a dispetto della regia, delle riprese e di tanta
    gente eccitata, non successe un bel niente. Non ci furono manifestazioni extrasensoriali e al fatidico: «Se ci sei batti un colpo», nessuno rispose. Tutti si sarebbero chiesti, dopo, cosa diavolo avrebbe architettato il regista per mandare in onda il filmato.
    Ma quando ancora non si era sciolta la catena, la giovane padrona di casa, stanca per aver condotto un compito incon¬sueto al quinto mese di gravidanza e – diciamolo pure –scet¬tica, stava per addormentarsi. Ed ecco che, in modo chiaro e inequivocabile, qualcosa si mosse. Il rumore proveniva dal piano di sopra, in corrispondenza delle camere da letto, di¬stinto, definito. Sembrava che stessero spostando dei mobili. Il coccolone ebbe fine all’improvviso per lasciare il posto a un sinistro batticuore; un brivido corse serpeggiando lungo la schiena di Carlotta.
    Alla villa, a parte gli ospiti, lo staff televisivo e quelli di Ba¬ratti, non c’era nessuno. I suoi nonni – li aveva sentiti nel po¬meriggio – aspettavano Antonio per raggiungerla e sarebbero arrivati solo il giorno dopo.
    Si rivolse al marito: «Chi è salito di sopra, qualcuno dei tec¬nici?».
    «Sopra non c’è nessuno, te lo posso assicurare, ho io le chia¬vi d’accesso al corridoio».
    Annuì con il capo. Non le era concesso di continuare a par¬lare e non poteva insistere, non poteva nemmeno chiedere se anche lui avesse sentito quel rumore.
    Come era possibile, si sarebbe domandata dopo, che nessu¬no avesse sentito nulla, nemmeno suo fratello? Era dunque l’unica? Neanche una persona tra centinaia di presenti. Perché lei, allora? Ammesso che fosse suggestione, che si trattasse di quel sentimento che fa credere in ciò che in realtà non esiste, fino a prova contraria la suggestione si accompagna alla ten¬sione, non al sonno. Ma lei, invece, al momento del rumore sinistro, era preda di un sonno terribile e avrebbe dovuto es¬sere tesa come una corda. Che avesse le traveggole?
    Comunque, rimase alla villa. Lo aveva già deciso.

  9. #39
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    Intanto, cosa potrebbero dirci d'interessante?

  10. #40
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    Enrichetta ciao, ti ho spostato i nuovi thread in questo tuo personale da autrice. Da regolamento ne è consentito solo uno per libro o titolo

  11. #41
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    Citazione Originariamente scritto da Carcarlo Vedi messaggio
    Intanto, cosa potrebbero dirci d'interessante?
    Grazie per avermelo chiesto. Se, come credo, a parlare debbono essere gli spiriti, in altre parole il trascendente e ciò che i nostri sensi non riescono a raggiungere, Ti rispondo con le parole di un personaggio del mio romanzo: la veggente interpellata da Carlotta Campo.

    DA "Tracce invisibili di universi paralleli".

    Alle 17:00 lasciò l’ufficio. Lesse l’ora sul campanile dell’Annunziata e raggiunse il palazzo signorile Vecchia Torino, che ricordava, in meno di dieci minuti. Entrò nell’ascensore alla sua sinistra e nonostante l’ansia sorrise: era molto simile a una gabbia per uccelli preziosi. Pigiò il tasto del secondo piano e subito fissò lo sguardo su un particolare ornamento in ferro battuto nel tentativo di fermare la sua anima, che sentiva fra¬gile come la chiglia di una barca percossa furiosamente dallo sciabordare dell’acqua.
    Ad accoglierla venne la sorella di Francesca: una donna differente da lei, zitella solo all’anagrafe. Ancor prima del saluto di prammatica sorrise: “Ma certo, la nuora di madama Rota”.
    Un paio d’anni prima, le sorelle Goggi erano state ospiti dei Rota a Borgio Verezzi. Carlotta non ricordava quale fosse l’occasione, ma solo che, prima dell’arrivo delle sorelle, Villa Eleonora era stata tirata a lucido. Sua suocera aveva quasi supplicato il giardiniere di mettere in ordine l’agrifoglio per evita¬re che invadesse gran parte della scala di pietra, usurpando lo spazio destinato alle bouganville. Avrebbero preso l’aperitivo fuori, prima di raggiungere a piedi quel ristorante di Verezzi tanto famoso per il pesce.
    Tra Carlotta e sua figlia passò una muta intesa, carica di iro¬nia, quando un paio d’ore dopo videro tota Francesca prende¬re dal carrello due porzioni abbondanti di tiramisù; la veggen¬te avrebbe gradito anche il limoncello dopo.
    Ora riconosceva la stanza; non era cambiato nulla in vent’an¬ni: ecco il ritratto dello spirito-guida incorniciato da argento filigranato, ecco la poltroncina con l’imbottitura rivestita di velluto turchese e i braccioli in legno dove sedeva l’ospite. Il medesimo profumo di allora l’aveva piacevolmente som¬mersa all’apertura dello studiolo della veggente: dolce ma non stucchevole, discreto ma al tempo stesso tenace; un’essenza di gelsomino, la medesima che, dicono, accompagni i fenomeni paranormali: un trucchetto studiato ad Hoc?
    Un abbraccio, poi i soliti convenevoli: «Come stanno tutti? Me li saluti? Per favore».
    Gli occhi della sensitiva erano liquidi, profondi tanto da suscitare il desiderio di penetrarli e, al tempo stesso, la pau¬ra di cadere nella voragine che celavano a stento. O era solo suggestione? No, quegli occhi non mentivano, non potevano appartenere a una comune mortale.
    «Francesca non si fa mai pagare», diceva sempre Nora.
    «E come vive?».
    «Dà lezioni, non so di che cosa, ai ragazzi del Segré in parti¬colare e, tutte le volte che qualcosa va a buon fine, i suoi – non so bene come chiamarli – clienti, devoti, insomma tutti coloro che la interrogano, le fanno una donazione. Sì, le fanno un la-scito, un’offerta, e corre voce che sia sempre parecchio gene¬rosa; ma lei devolve tutto a una fondazione, non ho mai capito bene quale sia, ha un nome strano. Quello che so è che sono in tanti a stimarla e che alcuni, capitani d’azienda, ispettori di polizia, professionisti, la mandano a prendere dall’autista con una vettura per poi riportarla a casa a operazione conclusa. E lei si adopera, spesso con successo. L’ultimo caso è stato quel¬lo del ritrovamento di un tesoro, una grossa somma scomparsa e ritrovata al monte di Cappuccini; hanno mandato l’avviso di garanzia a uno che non c’entrava niente; all’inizio si parlava di tangente, sai Mani pulite? Ed è proprio grazie a Francesca che quel pover’uomo ha potuto scagionarsi. Tu eri diventata mamma l’anno prima e Antonio stava discutendo la tesi, nel ’73 appunto».
    «Allora cara, qual è il problema?», chiese Francesca Goggi non appena ebbe fatto sedere la sua ospite.
    Carlotta, che non vedeva l’ora di togliersi, metaforicamente parlando, quel gran sasso dalla scarpa, cominciò proprio dalla figlia e da come, secondo lei, l’avesse ingiustamente coinvolta nella strana storia che da alcuni mesi stava vivendo: «Temo di sbagliare nel confidarmi», disse.
    Dire che la risposta della sensitiva la sorprese non è ancora abbastanza: «Non dire così Carlotta: non sei tu a coinvolgerla. Vedi, sono le tracce».
    “Quali tracce? Di che cosa sta parlando?” pensò Carlotta
    e ce l’aveva scritto in faccia, tanto che Francesca non aveva potuto fare a meno di sorridere: «Capisco che il linguaggio da addetti ai lavori, che mi sono permessa di utilizzare, ti crei dei problemi e mi scuso per questo, ma tu prova a seguirmi adesso: dunque, nella mappa fatale c’è qualcosa che ci avvolge tutti, e che di conseguenza avvolge te e la tua signorinella, unendo in qualche modo anche le vostre azioni, rendendole coerenti. Tu non saresti qui se non fosse stata lei a suggerir¬telo, è vero?».
    Come faceva a saperlo? O tirava a indovinare?
    La veggente, che aveva assunto un’espressione birichina nel rivolgersi al signore baffuto del ritratto, disse: «Non pensare che me l’abbia detto lui quel che so. Perché vedi, tutto quel che succede è l’energia non solo a produrlo, ma anche a tra¬sformarlo in “atto” alla fine».
    Magnifico, ora che l’aveva seguita aveva capito meno di prima!
    «Mi scusi Francesca, ma cosa vuol farmi credere? Forse che quella che lei chiama “energia” fa il lavoro delle api, voglio dire che porta da una testa all’altra le informazioni che ci ri¬guardano, così come le api il polline, anche quelle cose che proprio non vorremmo trasferire?».
    «Non proprio cara, anche se ci sei andata vicino. È ciascuno dei nostri atti a legarsi a quelli degli altri e, come dire, ai loro momenti. Sono quelle istanze che il linguaggio ordinario chiama coincidenze. Questo è il trascendente; è per questo che nella testa di un altro, come la chiami tu, troviamo proprio le risposte che ci servono».
    «Scusi signora, aspetti un attimo, perché mi sono persa».
    Qualcuno bussò e Carlotta vide entrare una giovane sconosciuta dalla pelle olivastra che lasciò un vassoio sulla consolle barocca presso l’uscio.
    «Ti ho fatto preparare una tisana alla verbena; Nora mi dice che ti piacciono tanto le tisane. Mi fai il piacere di berla, Car¬lotta?».
    Carlotta vide Francesca alzarsi con una certa fatica. Il ricordo che aveva di lei si contrappose a quell’immagine di una donna che aveva passato la mezza età e che certamente si muoveva troppo poco.
    «Vedi, il “trascendente”, che ci comprende tutti, ci imbriglia facendoci pensare che siamo noi a decidere. Infatti noi decidiamo, ma con una logica differente da quella comune, una logica che va oltre le nostre intenzioni. È lei a farti parlare, anche in questo momento, magari di cose che a te sembrano superflue, inutili, ma che non lo sono, credimi».
    «Allora dove sta la nostra libertà? Il tanto acclamato libero arbitrio?».
    «Ti sembrerà strano, ma l’arbitrio sta proprio in questa forma differente di equità. Sta nel fatto che non possiamo elu¬derla, dobbiamo servircene. Nessuno, se non Lui, l’Altissimo, può farne a meno, perché avvolge tutto. Si identifica con il nome di destino e persino con quello che le differenti religioni chiamano Tao, Brahma, Dio. È un insieme in movimento continuo e perenne. Le sue particelle sono destinate ad accogliere tutto ciò che l’umanità riconosce come azione e parola».

  12. #42
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    Citazione Originariamente scritto da Enriquez Vedi messaggio
    Grazie per avermelo chiesto. Se, come credo, a parlare debbono essere gli spiriti, in altre parole il trascendente e ciò che i nostri sensi non riescono a raggiungere, Ti rispondo con le parole di un personaggio del mio romanzo: la veggente interpellata da Carlotta Campo.

    DA "Tracce invisibili di universi paralleli".

    Alle 17:00 lasciò l’ufficio... .... come azione e parola».
    Abbi pazienza ma mi sfugge la sostanza.
    Se riesci a spiegarmelo con meno giri di parole, ti ringrazio.

  13. #43
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    Predefinito La sostanza:una rete che unisce tutti e tracce che cambiano le cose per sempre

    Mi dispiace forse avrei dovuto farlo subito: la sostanza, a mio modesto avviso, magari opinabile, e qui sarei lieta di sentire le tue obiezioni, sta nel fatto che tutto quanto succede nella nostra realtà percepibile è un segno; ovvero la "traccia" di qualcosa che è successo.

    Nel romanzo: Carlotta, la protagonista del mio romanzo, si burla e prende alla leggera la seduta spiritica che si sta svolgendo. Poi sente (con i sensi) dei rumori che nessun altro ha udito. E', in qualche modo, allertata a seguirli per scoprire che cosa è successo o succederà nella sua vita. Sono stati gli spiriti a comunicarglielo?
    Per me autrice scettica, agnostica nella fede, non sono esattamente gli spiriti a contattarla ma qualcos'altro. E' In realtà il risultato di circostanze e di pensieri creati nella grande rete che tutti ci comprende. Tracce, le ho chiamate che ci comunicano non solo quanto ancora deve succedere, ma anche ciò che è già successo e che non abbiamo compreso.
    Carlotta, una decina d'anni dopo, sente tutto ciò proprio dalle parole di una veggente. Carlotta scopre Il "grande quadro" e in esso l'armonia comune di fenomeni, concedimi il termine, contagiati dai nostri stessi intenti. E' il nostro medesimo volere a cambiarli. Tutto, infine produce "Tracce" che solo qualcuno riesce a leggere, ma che uniscono ogni elemento di questo mondo, e quando questo avviene avviene per sempre.

  14. #44
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    Secondo me bisogna chiarire se parliamo del tuo libro o di spiritismo in genere.

    Il tuo è un romanzo di fantasia, perciò c'è poco da opinare; è come se uno opinasse sulle porte spazio temporali di un romanzo di fantascienza.
    O al lettore piace il genere o è meglio che lasci perdere; da opinare c'è poco.

    Io invece avevo fatto domande relative allo spiritismo, thread da te aperto e poi congiunto a quello del tuo romanzo dalla moderazione.
    Non capisco se ci credi (come lasci supporre) o no (dici di essere scettica).
    Se credi all'esistenza degli spiriti e alla possibilità di comunicare con loro, cosa credi che possano raccontarci? E tu, ci hai mai parlato?
    Ultima modifica di Carcarlo; 01-02-2015 alle 07:08 PM.

  15. #45
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    Citazione Originariamente scritto da Carcarlo Vedi messaggio
    Secondo me bisogna chiarire se parliamo del tuo libro o di spiritismo in genere.

    Il tuo è un romanzo di fantasia, perciò c'è poco da opinare; è come se uno opinasse sulle porte spazio temporali di un romanzo di fantascienza.
    O al lettore piace il genere o è meglio che lasci perdere; da opinare c'è poco.

    Io invece avevo fatto domande relative allo spiritismo, thread da te aperto e poi congiunto a quello del tuo romanzo dalla moderazione.
    Non capisco se ci credi (come lasci supporre) o no (dici di essere scettica).
    Se credi all'esistenza degli spiriti e alla possibilità di comunicare con loro, cosa credi che possano raccontarci? E tu, ci hai mai parlato?
    Non mi sono spiegata bene. Sin da principio e in particolare con Te, io non chiedevo opinioni sulle vicende narrate nel mio romanzo che, come giustamente asserisci, possono essere frutto di “fantasia”, ma quanto quest’ultime sottintendano la mia tesi. In pratica: lo spiritismo è legato o no alla realtà di ogni giorno?
    Può essere creato dagli eventi? E questi eventi ( vita, morte, fortuna, calamità) in che modo “agitano” gli spiriti ? In altre parole, può o non può lo spiritismo essere alimentato da ciascuno di noi ?

    Passo alle risposte relative allo spiritismo.
    Sì credo agli spiriti, ma la mia “fede” comprende dubbi; come per l’Onnipotente.
    Suppongo comunque che la loro natura sia differente da quella che la gran parte dei viventi immagina.

    Passo ora alle esperienze che hanno mosso l’ago della bilancia “credo - non credo”, a cominciare dal mio romanzo.

    Il castello di Pino d’Asti esiste davvero e la Carlotta Campo del romanzo – mio alter ego – sono io stessa seduta in quella data, tra mio fratello e mio marito. I rumori al piano di sopra io li ho sentiti davvero ma ancor oggi non so spiegarmene la causa.
    No, non ho mai parlato con gli spiriti nel senso comune del termine, ma ho certamente avuto scambi con loro: nei sogni, in allucinazioni o visioni e anche nella realtà.
    Nei sogni: considero i sogni una vita parallela a quella della veglia: ebbene in essi ho colloquiato con persone defunte che mi affidavano compiti che mi sono sentita in dovere di assolvere: per esempio vai dal tale e digli che… Ho sognato anche un angelo e più che un sogno si trattava di una vera visione, non posso spiegarne la bellezza e la luce che emanava… non ne ho facoltà.
    Nelle allucinazioni o visioni
    Gli spiriti hanno attraversato la stanza in cui mi trovavo in differenti occasioni e si sono dissolti così come erano venuti; qualcuno di loro somigliava a persone molto vicine a me e ancora in vita. Non sempre erano belli, non sempre armoniosi, purtroppo ne ho anche intercettati di orrendi. Creati da me? Non lo so. Concludo col dire che non dormivo ma mi trovavo in quello stato che sta tra il sonno e la veglia. Devo aggiunger che, in quello stato, mi è capitato, e abbastanza di frequente, di vedere immagini: paesaggi, animali,oggetti così come si possono vedere nella veglia di ciascun giorno.

    Nella realtà della mia esistenza Parecchi anni or sono mi trovavo a Roma. Ero sola per strada e con uno stato d’animo che avrebbe potuto espormi a seri e gravi pericoli. A soccorrermi è stato un giovane, più o meno della mia età, che dopo avermi confortata e ristorata in un caffè mi ha accompagnata a destinazione. Ebbene si è dissolto nel nulla. La medesima cosa è accaduta a San Francisco. Stessa tempesta emotiva, stessi pericoli. Questa volta il ragazzo era un afroamericano che mi ha condotta da San Francisco sino all’Università di Berkley dove intendevo recarmi.
    Ho cercato di rintracciarli entrambi senza riuscirvi in alcun modo, al tempo ero certamente una bella ragazza e qualche interesse nel frequentarmi avrebbero potuto trovarlo, invece niente. Perché? Erano angeli o spiriti del bene? E non è la medesima cosa in fin dei conti?

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