Ovidio scrisse Tristia per descrivere la penosa condizione dell'esilio al quale fu condannato dall'imperatore Augusto.

L'intera opera, divisa in cinque libri, è pervasa da un enorme senso di malinconia e rimpianto.
Ovidio racconta del viaggio verso la sua nuova residenza forzata, Tomi, una città sul Mar Nero. Il primo dei cinque libri è, secondo me, il più affascinante. Lo scrittore è in mare aperto, sulla nave che lo trasporta via dalla sua amata patria, e si abbandona al ricordo insopportabile di coloro i quali, prima amici, lo hanno tradito e costretto ad allontanarsi dal posto al quale apparteneva.
Uno dei miei classici preferiti, Tristia non può essere considerato autobiografico, in quanto la storia è deformata dalla visione dell'autore, offuscata dal dolore e dalla nostalgia. Gli studiosi sono d'accordo nell'affermare che Ovidio si sia lasciato trasportare e abbia romanzato e stravolto i fatti realmente avvenuti. Ma non è questo il lato più emozionante di un libro che, a mio parere, va letto come un viaggio nell'anima sconvolta di un uomo deluso.