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Libri recensiti su forumlibri di questo autore:

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Discussione: Garcia Marquez, Gabriel

  1. #76
    Pensatore silenzioso
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    Grazie Lark!
    Rifletterò su quando da te esposto. Mi fa piacere, sempre, leggere punti di vista differenti.

    Il fatto che scrivi "...penso che sia stato consapevolmente cieco davanti agli orrori della dittatura di Castro, in nome forse di un sogno vissuto del quale nn ha voluto ammettere il fallimento, o forse più semplicemente succube di fama e di comodità della sua posizione di privilegiato. È stato, in vita, un debole che nn ha avuto il coraggio di combattere per ideali giusti..." mi porta a quanto detto nell'intervento di kasparlo riguardo la mancanza di antisemitismo sui testi di Wagner e di nazismo su quelli di Heidegger. Quanto sarebbe stato conveniente per loro scriverne? Mica erano scemi! Chi è codardo nn è quasi mai stupido. E cmq continuo a nn capire perchè si seguiti a paragonare personaggi che con gli scrittori di romanzi nn hanno nulla a che vedere.
    Ecco quindi che la debolezza e la codardia di Garcia Marquez, o di chiunque altro in una posizione simile, torna ad uscire. Probabilmente c'è in ognuno di noi tranne che in alcuni uomini che si sono contraddistinti per cercare di cambiare le cose, trovandosi in una posizione per poterlo anche minimamente fare.

    Ma dovremmo parlare di letteratura, no?
    Bene, secondo voi quando assegnarono il Nobel per la letteratura a Toni Morrison e glielo diedero per aver dato vita ad un aspetto essenziale della realtà americana, perchè cavolo hanno considerato le sue "lotte" per l'uguaglianza se era un premio letterario? Potrei citare molti altri vincitori del più ambito premio letterario che l'hanno vinto nn solo per la loro opera puramente artistica. Molto spesso è stato considerato essenziale lo sforzo per far riflettere sulle giuste cause, all'interno dell'opera stessa. Nn dico che sia giusto così. Capisco anche io che l'arte della letteratura nn deve per forza avere dei risvolti paladini. La ragione per cui ho seguitato ad intervenire in questo thread è per cercare di spiegare che quasi sempre in un certo tipo di romanzi l'uomo e il suo io traspare fra le righe.
    Ho, ad inizio discussione, criticato l'uomo Garcia Marquez (e nn lo scrittore nel senso stretto e limitato del termine) per nn aver fatto conoscere, sebbene nn fosse obbligato, naturalmente, delle situazioni che i suoi occhi avevano osservato a lungo.
    Nn parlavo d'arte, e forse anche poco di letteratura. Mi ero incazzato e me ne scuso con coloro ai quali ho rovinato l'atmosfera di lutto stile RIP Gabo perchè sembrava che fosse morto un eroe dei nostri tempi. Nn lo era e nn lo sarà mai.
    L'analisi di Lark è stata a mio parere la più vicina al mio pensiero, sebbene io nn abbia la capacità di esprimermi così chiaramente (vedi la mia firma in fondo ai miei post ), e questo possibilmente ha fatto sì che molti travisassero le mie intenzioni nel dire ciò che ho scritto.
    Nn disdegno, ne mai lo farò, opere di pura fantasia.
    Continuerò cmq a considerare come esempi quel genere di scrittori, i miei preferiti - ma spero di scoprirne molti altri con il vostro aiuto e i vostri consigli - che mi faranno leggere loro stessi fra le pagine dei loro romanzi dimostrando, assieme a bravura, coraggio e verità.

    Buona lettura a tutti (e un like a Lark!)

    PS: chiedo scusa per le abbreviazioni, ma con un mini ipad nn riesco a scrivere meglio e nn so come eliminare gli accorciamenti automatici delle parole.

  2. The Following User Says Thank You to c0c0timb0 For This Useful Post:


  3. #77

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    Citazione Originariamente scritto da c0c0timb0 Vedi messaggio


    mi porta a quanto detto nell'intervento di kasparlo riguardo la mancanza di antisemitismo sui testi di Wagner e di nazismo su quelli di Heidegger. Quanto sarebbe stato conveniente per loro scriverne? Mica erano scemi! Chi è codardo nn è quasi mai stupido.
    Credo che Heiddegger abbia preso una cantonata nell'aderire al nazismo, e questo credo che dimostri come anche un grande intellettuale, un filosofo esistenzialista possa capirne di società e di vita reale meno di un salsicciaio.

    Forse non ne hanno scritto perché non ne avevano interesse, tutto qui. C'è da dire che comunque H. non è certo l'unico intellettuale che aderì al regime. Von Brown, progettava le V2 per bombardare Londra, non so se consapevolmente o meno, quando fu preso dagli americani andò in America e progettò il Saturn che andò sulla Luna...
    Forse non gli importava niente ( o forse non aveva tempo) tranne che di progettare razzi che andassero da qualche parte...
    (giusto pour parler...)

  4. #78
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    Citazione Originariamente scritto da Kasparlo Vedi messaggio
    Credo che Heiddegger abbia preso una cantonata nell'aderire al nazismo, e questo credo che dimostri come anche un grande intellettuale, un filosofo esistenzialista possa capirne di società e di vita reale meno di un salsicciaio.
    Infatti... Vedi che ho scritto di Heidegger alcuni post fa. Chissà, appunto, come faceva a capirne di vita vera e di società visto quanto scrivono di lui a riguardo, nelle biografie. Oh, se era un grande filosofo, chi sono io per dire nn è vero. Solo nn capisco come possa esserlo diventato, visto la vita che ha fatto e ciò che è o dovrebbe essere la filosofia moderna.

    Cmq quando avrò 65 anni starò seduto per terra a gambe incrociate tutto il tempo, mi farò venire una pancia da budda e diventerò un pensatore incallito. Viaggerò con la mente ovunque e chissà, forse mi verrà in mente qualche aforisma interessante.

    La filosofia è buona cosa, ma di filosofi temo ce ne siano troppi.

  5. #79
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    Predefinito La solitudine dell'America Latina

    Oggi per la prima volta ho letto il discorso di Marquez alla cerimonia di consegna dei Nobel del 1982. Secondo me è bellissimo e vale la pena leggerlo:

    <<Antonio Pigafetta, un marinaio fiorentino che accompagnò Magellano nel primo viaggio attorno al mondo, durante il suo passaggio attraverso la nostra America meridionale scrisse un resoconto rigoroso che tuttavia sembra un’avventura dell’immaginazione.

    Raccontò di avere visto maiali con l’ombelico sulla schiena e uccelli privi di zampe, le cui femmine covavano le uova sul dorso del maschio, e altri come pellicani senza lingua, i cui becchi sembravano cucchiai. Raccontò di avere visto un mostruoso animale con testa e orecchie di mulo, corpo di cammello, zampe di cervo e nitrito di cavallo.

    Raccontò che il primo nativo incontrato in Patagonia fu messo davanti a uno specchio, e che quel gigante esagitato perse l’uso della ragione per paura della propria immagine. Questo libro breve e affascinante, nel quale già si intravedono i germi dei nostri attuali romanzi, non è affatto la testimonianza più stupefacente sulla nostra realtà di quei tempi. I cronisti delle Indie ce ne lasciarono innumerevoli altre. L’Eldorado, il nostro illusorio paese tanto conteso, figurò in numerose mappe per lunghi anni, cambiando luogo e forma secondo la fantasia dei cartografi.

    Cercando la fonte dell’eterna giovinezza il mitico Álvar Núñez Cabeza de Vaca esplorò per otto anni il Nord del Messico, con una spedizione stravagante i cui membri si divorarono gli uni con gli altri e dalla quale ritornarono solo cinque dei seicento uomini che la componevano. Uno dei tanti misteri che non furono mai decifrati è quello delle undicimila mule, ognuna carica di cinquanta chili d’oro, che un giorno partirono da El Cuzco per andare a pagare il riscatto di Atahualpa e non arrivarono mai a destinazione. Più tardi, nel periodo coloniale, venivano vendute a Cartagena delle Indie galline allevate in terre alluvionali nelle cui interiora si trovavano pietruzze d’oro. Questo delirio aureo dei nostri fondatori ci ha perseguitato fino a poco tempo fa. Ancora nel secolo scorso, la missione tedesca incaricata di studiare la costruzione di una ferrovia interoceanica sull’istmo di Panama giunse alla conclusione che il progetto era realizzabile a condizione che i binari non fossero fatti di ferro, un metallo che scarseggiava nella regione ma d’oro.

    L’indipendenza dalla dominazione spagnola non ci salvò dalla follia. Il generale Antonio López de Santa Anna, che fu tre volte dittatore del Messico, fece seppellire con magnifici funerali la gamba destra che aveva perso nella cosiddetta guerra dei Pasticcini. Il generale Gabriel García Moreno governò l’Ecuador per sedici anni come un monarca assoluto e il suo cadavere fu vegliato, in uniforme di gala e con la corazza delle decorazioni, seduto sulla poltrona presidenziale. Il generale Maximiliano Hernández Martínez, il despota teosofo del Salvador che fece sterminare in una barbara mattanza trentamila contadini, aveva inventato un pendolo per verificare se i cibi fossero avvelenati e fece ricoprire di carta rossa l’illuminazione pubblica per combattere un’epidemia di scarlattina. Il monumento al generale Francisco Morazán, eretto sulla plaza Mayor di Tegucigalpa, è in realtà una statua del maresciallo Ney comprata in un magazzino di sculture usate.

    Undici anni fa, uno degli insigni poeti del nostro tempo, il cileno Pablo Neruda, illuminò con le sue parole questa sala. Da allora, nelle buone coscienze d’Europa, e a volte anche nelle cattive, hanno fatto irruzione con impeto sempre maggiore le spettrali notizie dell’America Latina, questa immensa patria di uomini visionari e di donne memorabili, la cui infinita ostinazione si confonde con la leggenda. Non abbiamo avuto un attimo di tregua. Un presidente prometeico trincerato nel suo palazzo in fiamme è morto combattendo da solo contro un intero esercito, e due disastri aerei sospetti e mai chiariti hanno tolto la vita a un altro presidente dal cuore generoso e a un militare democratico che aveva ristabilito la dignità del suo popolo.

    Ci sono state cinque guerre e diciassette colpi di Stato, ed è venuto alla ribalta un dittatore luciferino che in nome di Dio ha compiuto il primo etnocidio dei nostri tempi nell’America Latina. Nel frattempo, sono morti prima di compiere un anno venti milioni di bambini latinoamericani, che sono più di quanti ne siano nati in Europa dal 1970. I desaparecidos a causa della repressione sono quasi 120mila, che è come se oggi non si sapesse dove siano finiti tutti gli abitanti della città di Uppsala.

    Numerose donne, arrestate quando erano incinte, hanno partorito nelle prigioni argentine, ma si ignora ancora l’identità e il luogo di residenza de loro figli, che le autorità militari hanno dato in adozione clandestina o hanno internato negli orfanotrofi. Per essersi opposti a questo stato di cose, sono morti circa duecentomila uomini e donne in tutto il continente, mentre più di centomila sono stati ammazzati in tre piccoli e volenterosi paesi dell’America centrale: Nicaragua, El Salvador e Guatemala. Se ciò fosse avvenuto negli Stati Uniti, la cifra proporzionale sarebbe di un milione e seicentomila morti violente in quattro anni. Dal Cile, paese tradizionalmente ospitale, sono fuggite un milione di persone: il dieci per cento della sua popolazione. L’Uruguay, una minuscola nazione di due milioni e mezzo di abitanti che veniva considerato il paese più civilizzato del continente, ha perso nell’esilio un cittadino su cinque.

    La guerra civile nel Salvador ha prodotto, dal 1979, quasi un rifugiato ogni venti minuti. Il paese che si sarebbe potuto creare con tutti gli esuli e gli emigranti forzati dell’America Latina avrebbe una popolazione più numerosa di quella della Norvegia.

    Oso pensare che sia stata questa realtà fuori dal comune, e non soltanto la sua espressione letteraria, a meritare quest’anno l’attenzione dell’Accademia svedese delle Lettere. Una realtà che non è quella di carta, ma vive con noi e determina ogni istante delle nostre innumerevoli morti quotidiane, alimentando una sorgente creativa insaziabile, piena di sventura e di bellezza. Della quale questo colombiano errante e nostalgico non è nulla di più che un numero maggiormente segnalato dalla sorte.

    Poeti e mendicanti, guerrieri e poco di buono, tutte noi creature di quella realtà esagerata abbiamo dovuto chiedere molto poco all’immaginazione, perché la sfida maggiore per noi è stata l’insufficienza delle risorse convenzionali per rendere credibile la nostra vita. È questo, amici, il nodo della nostra solitudine.

    E se queste difficoltà confondono noi, che ne condividiamo l’essenza, non è difficile capire perché i talenti razionali di questa parte del mondo, estasiati nella contemplazione della propria cultura, si siano ritrovati senza un metodo valido per interpretarci. È comprensibile che insistano nel valutarci con lo stesso metro col quale valutano se stessi, senza ricordare che le ingiurie della vita non sono uguali per tutti, e che la ricerca dell’identità è difficile e sanguinosa per noi quanto lo è stata per loro.

    L’interpretazione della nostra realtà con schemi che non ci appartengono contribuisce soltanto a renderci sempre più sconosciuti, sempre meno liberi, sempre più solitari. Forse la venerabile Europa sarebbe più comprensiva se tentasse di vederci nel suo stesso passato. Se ricordasse che a Londra occorsero trecento anni per costruire le prime mura e altri trecento per avere un vescovo; che Roma si dibatté nelle tenebre dell’incertezza per venti secoli prima che un re etrusco la innestasse nella storia; e che ancora nel XVI secolo i pacifici svizzeri di oggi, che ci allietano con i loro formaggi mansueti e i loro orologi impavidi, insanguinavano l’Europa come soldati di fortuna. Ancora all’apogeo del Rinascimento, dodicimila lanzichenecchi al soldo degli eserciti imperiali saccheggiarono e devastarono Roma, passando a fil di spada ottomila dei suoi abitanti.

    Non pretendo di incarnare le illusioni di Tonio Kröger, i cui sogni di unità fra un Nord casto e un Sud appassionato Thomas Mann esaltava cinquantatré anni fa in questa sala, ma credo che gli europei dallo spirito illuminato – quelli che lottano anche qui per una grande patria più umana e più giusta – potrebbero aiutarci meglio se riconsiderassero a fondo il loro modo di vederci. La solidarietà con i nostri sogni non ci farà sentire meno soli finché non si concretizzerà in atti di sostegno legittimo ai popoli che coltivano l’illusione di avere una vita propria nella ripartizione del mondo.

    L’America Latina non vuole essere una pedina senza libero arbitrio, e non c’è ragione perché lo sia. E non ha nulla di chimerico il fatto che i suoi propositi d’indipendenza e originalità diventino un’aspirazione dell’Occidente. Ciò nonostante, i progressi della navigazione che hanno tanto ridotto le distanze fra le nostre Americhe e l’Europa sembrano invece averne aumentato la distanza culturale. Perché l’originalità che ci viene riconosciuta senza riserve nella letteratura ci viene negata con ogni tipo di sospetti nei nostri difficilissimi tentativi di cambiamento sociale? Perché pensare che la giustizia sociale che gli europei d’avanguardia tentano di imporre nei proprio paesi non possa essere anche un obiettivo latinoamericano con metodi diversi in condizioni differenti? No: la violenza e il dolore smisurati della nostra storia sono il risultato di ingiustizie scolari e amarezze inenarrabili, e non una congiura ordita a tremila leghe da casa nostra.

    Tuttavia, molti dirigenti e pensatori europei lo hanno creduto, con l’infantilismo dei nonni che hanno dimenticato le proficue follie della loro giovinezza, come se non fosse possibile altro destino se non quello di vivere alla mercé dei due grandi padroni del mondo. È questa, amici, la dimensione della nostra solitudine. E tuttavia, di fronte all’oppressione, al saccheggio e all’abbandono, la nostra risposta è la vita. Né i diluvi né le pestilenze, né le carestie né i cataclismi, e nemmeno le guerre eterne attraverso i secoli dei secoli sono riusciti a ridurre il tenace vantaggio della vita sulla morte.

    Un vantaggio che aumenta e accelera: ogni anno ci sono settantaquattro milioni di nascite in più rispetto alle morti, una quantità di nuovi esseri viventi in grado di accrescere di sette volte ogni anno la popolazione di New York. La maggior parte di loro nasce nei paesi con meno risorse, compresi, naturalmente, quelli dell’America Latina. I paesi più prosperi, invece, sono riusciti ad accumulare abbastanza potere di distruzione da annientare cento volte non solo tutti gli esseri umani che esistono oggi, ma la totalità degli esseri viventi che sono passati per questo sfortunato pianeta.

    In un giorno come quello di oggi il mio maestro William Faulkner disse in questa sala: «Mi rifiuto di ammettere la fine dell’uomo». Non mi sentirei degno di occupare questo posto che fu suo se non fossi pienamente consapevole che, per la prima volta dall’inizio dell’umanità, il colossale disastro che egli si rifiutava di ammettere trentadue anni fa è ora soltanto una semplice possibilità scientifica.

    Di fronte a questa sconvolgente realtà che nel corso di tutto il tempo umano è dovuta sembrare un’utopia, noi inventori di racconti, che crediamo a tutto, ci sentiamo in diritto di credere che non sia troppo tardi per iniziare a creare l’utopia contraria. Una nuova e impetuosa utopia della vita, in cui nessuno possa decidere per gli altri perfino sul modo di morire, dove sia davvero reale l’amore e sia possibile la felicità, e dove le stirpi condannate a cent’anni di solitudine abbiano, finalmente e per sempre, una seconda opportunità sulla Terra.
    >>

  6. #80
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    Il Cineforum de idioma espanol che frequento ha appena terminato un ciclo di pellicole tratte da alcuni romanzi di gabo.
    Di seguito inserisco i riferimenti dei film, per chi fosse interessato a vederli .

    Apreciados seguidores del Cine en Español,

    El lunes 06 de octubre 2014, entre vuelos de mariposas amarillas, reanudaremos las Citas del Cine en Español con un programa muy especial, en homenaje a la persona y gran obra del premio Nobel de literatura, Don Gabriel Garcia Márquez. A continuación les adelantamos algo de la programación
    .




    PROGRAMA 2014:

    Octubre 06.
    DEL AMOR Y OTROS DEMONIOS
    . Dira. Hilda Hidalgo. Colombia-Mexico- Costa Rica. 2009. 95 min.

    Basada en la obra homónima de Gabriel García Márquez
    Reparto: Pablo Derqui, Eliza Triana, Joaquin Climent, Margarita Rosa de Francisco, Jordi Dauder y Damián Alcázar.

    Sinopsis: En una época de inquisición y esclavitud, Sierva María quiere saber a qué saben los besos. Tiene 13 años, es hija de marqueses y fue criada por esclavos africanos en la Cartagena de Indias colonial. Cuando un perro rabioso la muerde, el obispo la cree endemoniada y ordena a Cayetano, su pupilo, que la exorcice. El cura y la niña serán seducidos por un demonio más poderoso que la fe y la razón...



    Octubre 13.
    EL CORONEL NO TIENE QUIEN LE ESCRIBA. Dir. Arturo Ripstein. Mexico. 1999. 118 min.

    Basada en la obra homónima de Gabriel García Márquez
    Reparto: Fernando Luján, Marisa Paredes, Salma Hayek, Rafael Inclán, Ernesto Yáñez, Daniel Giménez Cacho, Patricia Reyes Spíndola, Odiseo Bichir, Esteban Soberanes, Julián Pastor.

    Sinopsis: Al Coronel le prometieron una pensión, que espera inútilmente desde hace muchos años. Viernes tras viernes, trajeadito y solemne, se para ante el muelle aguardando la carta que anuncie la concesión de su pensión. Todos en el pueblo saben que espera en vano. Lo sabe también su mujer, que cada viernes lo mira prepararse ante el espejo para recoger la carta que nunca llegará. Pero el Coronel prefiere cerrar los ojos ante la evidencia y se aferra a su sueño. Y es que, si no, ¿qué le queda?...



    Octubre 20.
    TIEMPO DE MORIR. Dir. Jorge Alí Triana. Colombia. 1985. 94 min.

    De este guión escrito por Gabriel García Márquez en 1964, el mexicano Arturo Ripstein realizó una primera versión cinematográfica en 1965.
    Reparto: Gustavo Angarita, María Eugenia Dávila, Sebastián Ospina, Jorge Emilia Salazar, Reynaldo Miravalles, Lina Botero, Carlos Barbosa, Edgardo Román, Lucy Martínez.

    Sinopsis: Juan Sáyago sale de la cárcel luego de pagar una condena de dieciocho años por haber matado en duelo a Raúl Moscote. Quiere recuperar el tiempo perdido y volver a vivir. Busca a su novia que se cansó de esperarlo y debe enfrentar el acoso implacable de los hijos de Moscote¸ criados en la obsesión de venganza. Es otra vez el tiempo de morir o de matar...




    Comité Organizador
    Associazione Culturale Arcobaleno affiliata ARCI
    via Pullino,1 (fermata metro B Garbatella )



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    Ultima modifica di elesupertramp; 10-24-2014 alle 07:08 PM.

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  8. #81

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    Segnalo che dal 9/12 e fino al 30 gennaio 2015 nel ciclo di Ad alta voce, splendido programma di RadioTre all'interno di Fahreneit, striscia quotidiana dalle 17 alle 17.30 che si occupa della lettura da parte di attori dei libri più vari, leggeranno Cent'anni di solitudine.
    Reperibile anche in podcast sul sito della Rai!

  9. #82
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    Sono ancora in tempo per il podcast. Si discuteva di quest'opera nell'altro 3D. A pensarci mi fa più voglia avvicinarmi a questo scrittore attraverso "L'amore ai tempi del colera". Che ne dite?

  10. #83

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    Citazione Originariamente scritto da c0c0timb0 Vedi messaggio
    Sono ancora in tempo per il podcast. Si discuteva di quest'opera nell'altro 3D. A pensarci mi fa più voglia avvicinarmi a questo scrittore attraverso "L'amore ai tempi del colera". Che ne dite?
    Potresti provare, a me sono piaciuti molto entrambi. L'amore ai tempi del colera è più lineare, con meno personaggi (se è quello che ti spaventa di Cent'anni di solitudine), ma non cambia lo stile né la sua capacità di rendere le persone in modo molto realistico. E' stato il mio primo libro di Marquez e quando l'ho letto lessi per prima cosa la quarta di copertina, e mi sembrò una storia piuttosto limitante (non riuscivo ad immaginare come se ne potesse scrivere un libro, ricordo): ovviamente mi sbagliavo, e tutto ruota intorno all'estrema umanità dei personaggi, ma insomma non è difficile da seguire.

  11. #84
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    Credevo che questo grandissimo scrittore mi avese detto tutto quello che aveva da dirmi, e lo credevo soprattutto dopo essere rimasta leggermente delusa da Cronaca di una morte annunciata, decantato come un piccolo capolavoro e da cui forse mi sono aspettata troppo.
    E invece la Sfida Adotta-autori mi ha spinto a leggere il primo romanzo scritto da Garcìa Marquez, Foglie morte, e devo dire che mi è piaciuto molto, forse proprio perchè, a differenza della volta scorsa, non mi aspettavo nulla. E ho ritrovato il Garcìa Marquez dei più noti romanzi successivi, ho ritrovato Macondo, ho ritrovato la forza di una scrittura che risiede in qualcosa di indefinibile, di ipnotico.

    Non dovendomi soffermare sul libro ma sull'autore, posso dire solo che Garcìa Marquez ha un talento unico nel trasmetterci un senso di surrealismo, di fatalismo... quello che non dice lui, quello che non dicono i suoi personaggi, ce lo suggerisce il suo modo di scrivere, l'atmosfera magica in cui sono ambientati le sue storie. E' difficile fare commenti sul suo stile avulsi da un romanzo in partcolare, ma quel che è certo è che, qualsiasi sia il libro che si sta leggendo, ci si sente comunque "sospesi" in attesa di qualcosa, immobili e allo stesso tempo legati allo scorrere del tempo, proprio perchè l'azione, il pensiero di ogni singolo personaggio sembra racchiudere in sè l'eredità dei suoi antenati e della sua terra, sembra sempre rimandare ad altro...
    Garcìa Marquez è davvero uno scrittore unico e meritata è la sua fama, e spero di poter essere ancora sorpresa da altri suoi romanzi minori (o racconti) coem è stato con Foglie morte...

  12. #85
    d'ya think i'm stupid?
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    Citazione Originariamente scritto da ayuthaya Vedi messaggio
    Credevo che questo grandissimo scrittore mi avese detto tutto quello che aveva da dirmi, e lo credevo soprattutto dopo essere rimasta leggermente delusa da Cronaca di una morte annunciata, decantato come un piccolo capolavoro e da cui forse mi sono aspettata troppo.
    E invece la Sfida Adotta-autori mi ha spinto a leggere il primo romanzo scritto da Garcìa Marquez, Foglie morte, e devo dire che mi è piaciuto molto, forse proprio perchè, a differenza della volta scorsa, non mi aspettavo nulla. E ho ritrovato il Garcìa Marquez dei più noti romanzi successivi, ho ritrovato Macondo, ho ritrovato la forza di una scrittura che risiede in qualcosa di indefinibile, di ipnotico.
    sono del parere che non ci si dovrebbe aprocciare alle opere di un autore aspettandosi qualcosa sulla base di come noi lo abbiamo etichettato. in certo qual modo ce ne condizionerebbe la lettura, costituendo ciò come una forma di condizionamento alla libertà espressiva dello stesso.
    forse questo è un atteggiamento che è stato amplificato in noi dalla concezione odierna del business letterario, che pretende dagli scrittori -e non solo- prodotti coerenti alle rispettive omologazioni.
    non mi sento tuttavia di fartene critica, essendo pur vero che ogni artista ha i suoi alti e bassi.
    ma altrettanto vero anche che al di là dei messaggi di fondo uguali per tutti, ogni opera assume per ciascun lettore sfumature particolari, perché ogni libro è in parte opera anche di chi lo legge.
    questo pistolotto mi è sorto quando hai scritto che hai come rivalutato marques leggendo quella che fu la sua prima.
    dici che hai superato una certa delusione rimasta dalla lettura tua ultima, che ti era parsa non alla sua altezza...
    ma ciò non assolverebbe l'autore da una prova in declino, perché cronologicamente il tuo giudizio non è del tutto ingiustificato: per avere conferme hai dovuto leggere la sua prima !
    vediamo perciò se riusciamo a distinguere tra il valutare un libro singolarmente e l'autore nella sua globalità.
    e come sempre mi trovo a concordare coi tuoi pensieri, perché ciò che hai scritto qui di seguito è esattamente la logica concatenazione al mio discorso.

    Citazione Originariamente scritto da ayuthaya Vedi messaggio
    Non dovendomi soffermare sul libro ma sull'autore, posso dire solo che Garcìa Marquez ha un talento unico nel trasmetterci un senso di surrealismo, di fatalismo... quello che non dice lui, quello che non dicono i suoi personaggi, ce lo suggerisce il suo modo di scrivere, l'atmosfera magica in cui sono ambientati le sue storie. E' difficile fare commenti sul suo stile avulsi da un romanzo in partcolare, ma quel che è certo è che, qualsiasi sia il libro che si sta leggendo, ci si sente comunque "sospesi" in attesa di qualcosa, immobili e allo stesso tempo legati allo scorrere del tempo, proprio perchè l'azione, il pensiero di ogni singolo personaggio sembra racchiudere in sè l'eredità dei suoi antenati e della sua terra, sembra sempre rimandare ad altro...
    Garcìa Marquez è davvero uno scrittore unico e meritata è la sua fama, e spero di poter essere ancora sorpresa da altri suoi romanzi minori (o racconti) coem è stato con Foglie morte...
    concordo in pieno sullo stile inimitabile, che dice così tanto diventando esso stesso quasi uno dei personaggi imprescindibili di ogni suo libro.
    ed è questo, in sostanza, a rendere grande uno scrittore.


  13. #86
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    Citazione Originariamente scritto da HOTWIRELESS Vedi messaggio
    sono del parere che non ci si dovrebbe aprocciare alle opere di un autore aspettandosi qualcosa sulla base di come noi lo abbiamo etichettato. in certo qual modo ce ne condizionerebbe la lettura, costituendo ciò come una forma di condizionamento alla libertà espressiva dello stesso.
    ....
    assolutamente! in realtà forse non mi sono spiegata bene... non mi ha deluso lo SCRITTORE, ma leggermente il LIBRO... e neanche il libro in quanto tale (oggettivamente bello e particolare, come tutti quelli firmati da lui) ma il fatto di aspettarmi un capolavoro, che magari era, ma a cui è mancato questo effetto:
    Sai, quando hai letto tanti libri famosi di uno scrittore, ci si chiede sempre: ma i "minori" mi piaceranno ugualmente? che poi di per sè è un discorso sbagliato, ma tieni conto che io ho letto Garcìa Marquez diversi anni fa e, quando ho iniziato Cronaca di una morte annunciata, un paio di anni fa, era da molto che non lo riprendevo... (a parte Memoria delle mie puttane tristi, che non mi ha fatto impazzire)... Insomma, c'erano tutti questi fattori...
    Adesso ho letto Foglie morte e non sapevo neanche la trama (non era nemmeno recensito in PB, me l'ha consigliato Germano), eppure... mi è piaciuto moltissimo. Mi è piaciuto molto l'aver trovato, magari in modo un po' confuso, non ancora perfettamente definito, tutto il Garcìa Marquez dei capolavori successivi... è come se in questo primo romanzo ci fosse il germe di tutto ciò che verrà dopo: lui non era ancora nessuno, sento moltissima spontaneità e sperimentazione in questo modo di scrivere che diversi decenni dopo le renderà famoso in tutto il mondo. Forse sono rimasta suggestionata anche da questo aspetto... Comunque lui resta un grande, c'è poco da dire.

  14. #87

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    Io mi sono innamorata della poesia così realistica, umana e vera di questo autore.. sembra sempre in un equilibrio magico e consapevole tra una dimensione terrena ed una interiore, spirituale, proprio come quella personale che sperimentiamo intimamente nella vita di tutti i giorni. Mi sorprendo a volte di come un autore proveniente da una cultura così diversa, da un paese così lontano possa toccare delle corde così profonde e delicate del mio vissuto, tanto da sentire una morsa allo stomaco nel leggere le parole dei suoi personaggi e le sue descrizioni di atmosfere e persone, come se le riconoscessi mie. Questo è rassicurante, catartico, esorcizzare il proprio vissuto a volte anche doloroso e destabilizzante, e altre meraviglioso, tramite la lettura, ritrovare qualcosa di proprio fuori, in un altro spazio e tempo.
    Adoro come Marquez descrive in modo così poetico ma allo stesso tempo realistico situazioni ed eventi che hanno del grottesco e della bellezza insieme, riproducendo proprio la sensazione che si ha nella scoperta del mondo reale che è sempre così contrastante, complesso, con mille sfaccettature e dai mille significati. La realtà non è mai banale, né scontata.. ma è sia semplice che complessa insieme. E solo lui ha questo dono di descriverla, interiorizzata, e poi presentata attraverso la sua lettura meravigliosa e sensibile. La vita non è solo vita ma è una storia, bellissima, dolorosa, strana insieme, per ognuno di noi. Ce la raccontiamo come una storia, quale è in effetti, perché la realtà è tale solo filtrata dai nostri occhi e dal nostro cuore. E questo Marquez lo esprime perfettamente nei suoi libri.

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  16. #88
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    Lettera di Marquez all'amico Plinio Apuleyo Mendoza durante la stesura di Cent'anni di solitudine (da Il Venerdì di Repubblica)

    27 giugno 1966
    Compadre,
    finché non avrò finito il romanzo, vivrò di scorte.
    Fra due settimane sarà finito questo impressionante mattone di ottocento pagine, e un mese dopo ne partirà una copia per la casa editrice Sudamericana e per cinque paesi di lingua diversa.
    E' stata una follia. Scrivo dalle nove di mattina alle quattro del pomeriggio; pranzo, dormo un'ora e poi correggo i capitoli iniziali, a volte fino alle due o alle tre di notte.
    Non mi sono mai sentito meglio: mi esce tutto a fiumi. E' così da quando sono tornato dalla Colombia.
    Non sono mai uscito di casa una volta.
    Mercedes sopporta da uomo, ma dice che se poi il romanzo non funziona mi manda a fare in culo. Vogliateci molto bene, come ve ne vogliamo noi.
    Un grande abbraccio

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  18. #89
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    Quest'anno a giugno Cent'anni di solitudine compie 50 anni e viene ristampato con una nuova traduzione di Ilide Carmignani, che ho avuto il piacere di conoscere personalmente in occasione di un incontro su Bolano, di cui ha tradotto la maggior parte della produzione letteraria.
    Qui di seguito il link ad un articolo apparso sul Venerdì di Repubblica di qualche settimana fa, interessante perché ci svela alcune curiosità sulla stesura di questo capolavoro.

    http://www.repubblica.it/venerdi/lib...ipo-167509268/

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  20. #90

    Predefinito confine

    Marquez è rimasto sul confine. Ha guardato oltre ma da un lato speciale, quello che lo ha condotto a non voler essere reale. L'ho amato e lo amo ancora per come ha scritto e vissuto. Nelle sue storie rivedo umanità desolate che lui rende leggere e libere. Il tocco dei grandi. Grazie per questa discussione.

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