C'è la guerra ed è inverno. Due uomini e una donna sono asserragliati in un appartamento. Quanti giorni resteranno loro da vivere? Ma intanto non è proibito rivelare le proprie vere passioni. L'amore, il desiderio, l'intelligenza, resisteranno al freddo? Si ha il diritto di consumare le ultime energie per leggere della cattiva letteratura? Al momento della scelta suprema, quale libro è troppo importante per non diventare un libro da ardere?

È certamente difficile giudicare in maniera completa una piéce teatrale senza averla mai vista rappresentata, perché ovviamente vengono a mancae innumerevoli elementi portanti (forse addiritrura quelli essenziali), quindi mi rendo conto che questa recensione basata semplicemente sul testo lascia un pochino al tempo che trova.
Tuttavia, qualcosa penso lo si possa dire comunque, e dunque eccomi qui. Il mio rapporto con Amélie Nothomb è piuttosto conflittuale: trovo abbia uno stile potenzialmente molto accattivante, ma alla fine mi rendo conto di non essere mai rimasta soddisfatta dalla lettura di alcun suo romanzo. E anche su questa piéce teatrale mi trovo a fare le stesse considerazioni fatte su "Acido solforico": perché questa donna deve per forza andare a parlare di temi delicatissimi e "dolorosi" senza il minimo approfondimento, senza cercare di scavare, senza giustificare la sua scelta con un qualsiasi messaggio? Qui ci troviamo (di nuovo, mi verrebbe da dire) in una situazione non esattamente originalissima: una non meglio identificata città è prostrata dalla guerra, un professore universitario accoglie dunque nella sua gelida casa il proprio assistente con la sua bella amante, una studentessa. Il freddo è terribile, insopportabile, e così, dopo aver bruciato ogni singolo oggetto combustibile presente in casa, Marina, la ragazza, propone di bruciare i libri del professore. Ne nasce quindi un acceso dibattito fra i protagonisti, sia per cercare di capire se il valore della cultura sia o meno superiore a quello della mera sopravvivenza umana di tre persone, sia per cercare di capire quali libri meritino di finire per primi tra le fiamme. Tutto ciò, in teoria, potrebbe essere anche interessante e denso di spunti di riflessione (per quanto, ripeto, non certo il massimo dell'originalità), peccato però che la Nothomb si perda poi nella realizzazione dell'opera. Le argomentazioni e le riflessioni sono di una banalità disarmante, i personaggi, più che cinici e disperati per la tremenda situazione che si trovano a vivere, sembrano delle macchiette vagamente esaltate. Insomma, la trama si regge su frasi fatte, riflessioni inconsistenti, qualche episodio violento che non toglie né aggiunge nulla all'equilibrio della storia (e allora mi chiedo, era proprio necessario inserirlo?) e un gran parlare di libri e autori inventati. Almeno la Nothomb avesse fatto lo sforzo (e corso il rischio) di parlare di libri realmente esistenti, ci sarebbe stato un valore aggiunto, qualcosa in più su cui riflettere, e invece nulla, anche da questo punto di vista sono rimasta delusa.
Insomma, mi sembra sempre più che a quest'autrice piaccia il "ruolo" della cinica che parla di tragedie, perché le tragedie alla gente piacciono, e dunque è facile parlarne. E per carità, può anche essere perfettamente lecito, ma se devo chiudere un libro dicendomi "embé, ma perché mi hai parlato di tutto questo?" significa che qualche cosa non ha funzionato.
Sono sempre più convinta che la Nothomb non sia nelle mie corde, e sempre più restia a continuare la scoperta delle sue opere.