Dal Giornalino n. 9

La protagonista del libro Mary Makebelieve (il cognome in inglese significa Finzione è già questo è significativo) vive con sua madre, donna delle pulizie ad ore, in una vecchia soffitta di Dublino. La vita delle due donne per quanto povera, non è però né triste, né angosciosa, anzi potremmo anche definirla felice. Questo perché Mrs. Makebelieve raccontando alla figlia “favole” sul loro futuro - sul giorno in cui diventeranno ricche grazie ai soldi che riceveranno da un fratello emigrato in America, o sul giorno in cui Mary sposerà un uomo bello e ricco – fa sembrare il loro attuale stato di povertà come una condizione momentanea a cui non è necessario rassegnarsi. Detta così si potrebbe pensare che Mrs. Makebelieve sia una donna sciocca, o che lo sia il suo comportamento, ma in effetti non è così, infatti le sue “favole” non sono dei semplici frivoli sogni rosa, ma hanno una funzione che potremmo definire psicologica, in quanto sono il suo antidoto ad una vita dura e pesante. Quelle “favole”, quei sogni ad occhi aperti servono, infatti, a darle la forza per tirarsi, ogni mattina, fuori dal letto ed affrontare un lavoro massacrante, spesso umiliante, per pochi spiccioli a mala pena sufficienti per mettere insieme pranzo e cena. Raccontare “favole” alla figlia è anche un modo per tenerla lontano da questa dura realtà, per proteggerla e trattenerla il più a lungo possibile nella condizione felice dell’infanzia, dove non si conoscono ancora le insidie e le delusioni della vita. Non a caso Mrs. Makebelieve racconta le sue “favole”al mattino, quando il giorno le sembra abbastanza lungo perché esse possano realizzarsi, mentre alla sera la visione delle sue costole scarne, mentre si spoglia, le dimostra tutta l’inutilità del suo sognare. Ma questo non le impedisce ovviamente di ricominciare il mattino successivo, d’altronde quando non si ha nulla, l’unica ricchezza che resta è lo sperare, il sognare.
Si deve lavorare, ma non si deve essere mai schiavi” queste sono le parole che Mrs. Makebelieve ripete spesso alla figlia. Infatti il lavoro non dovrebbe mai cancellare la dignità dell’essere umano, perché prima di essere una donna ad ore, un facchino o altro, anche chi svolge un lavoro umile, è innanzitutto una persona, e come tale dovrebbe esser trattato. “… non essere mai una serva. Il lavoro non significa nulla; tutti devono lavorare il re sul suo trono, il sacerdote inginocchiato davanti al Santo Altare, ogni persona in ogni luogo, ma nessuno dev’esser un servo. Si lavora e si è pagati e si torna a casa conservando integra, immacolata e serena la propria anima”. Sarà un caso ma le uniche persone ad uscire moralmente vincitori da questo libro appartengono alle classi più povere, segno che, per fortuna, non è la ricchezza ad elevare le persone e a renderle “nobili”, ma la bontà delle loro azioni e dei loro sentimenti. Essendo questo libro una “favola” ovviamente l’happy end è d’obbligo – eredità, matrimonio o altro questo dovrete scoprirlo voi – non prima però che la nostra eroina abbia imparato una bella lezione…