L'etnologo Marc Augé, questa volta, anziché occuparsi di tribù amazzoniche o africane, applica la sua analisi professionale a un ambito piuttosto lontano dai tradizionali oggetti dell'etnologia. Studia la metropolitana parigina e i suoi «indigeni». Prova cioè ad applicare alla vita quotidiana di una società europea quell'approccio normalmente utilizzato per l'«altro» culturale. E ne esce un originale studio di tutte quelle storie individuali (di individui che passano, a seconda del giorno e dell'ora, dalla vita familiare alla vita professionale, dal lavoro al tempo libero) e collettive (i richiami storici cui rinviano i nomi delle stazioni del metrò) che si sfiorano, si sovrappongono, si coniugano in modi e forme che normalmente sfuggono all'occhio reso pigro dalla consuetudine. Un'antropologia della vita quotidiana che ci propone insieme la soggettività di chi la descrive e l'oggettività del rapporto con l'«altro».



Un libriccino che all'apparenza mi sembrava piuttosto interessante: un'analisi etnologica della metropolitata di Parigi. In effetti si è lasciato leggere con piacere (merito anche della sua brevità), ci ho trovato anche diversi spunti di riflessione interessanti, non si è rivelato troppo pesante né inaccessibile ai non addetti ai lavori (nonostante diversi riferimenti a concetti basilari e pietre miliari di antropologia ed etnologia, è perfettamente possibile tenere il passo con le riflessioni dell'autore pur non avendo conoscenze troppo specifiche in materia).
Il punto però, secondo me, è che oltre a qualche spunto di riflessione e qualche curiosità interessante questo saggio non va a parare da nessuna parte. Mi è sembrato più che altro un divertissemet, un tentare una strada vagamente originale per ribadire concetti per nulla originali, senza approdare a nessun contenuto innovativo.