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 Le ore

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Discussione: Cunningham, Michael - Le ore

  1. #1

    Predefinito Cunningham, Michael - Le ore

    Solo la letteratura può restituire un senso alle nostre vite confuse e sghembe. Anzi, la letteratura è il solo specchio dentro cui la vita, riflettendosi, giunge per un momento a dire se stessa. È l'idea centrale di questo romanzo. Tre donne lo abitano. La prima è una donna famosa, una scrittrice famosa: Virginia Woolf, ritratta a un passo dal suicidio, nel 1941, e poi, a ritroso nel tempo, mentre gioca col dèmone della sua scrittura. Le altre due sono donne che abitano luoghi e tempi diversi. Clarissa Vaughan, un editor newyorkese di oggi e Laura Brown, una casalinga californiana dell'immediato dopoguerra.*



    Ho letto questo piccolo e denso romanzo come un grande, grande omaggio ad una donna che nell’ultimo periodo si sta scavando inesorabilmente uno spazio privilegiato fra i miei autori preferiti: Virginia Woolf. Ed è ovvio che un omaggio a qualcosa che io per prima apprezzo fortemente non può che risultare qualcosa di positivo, di apprezzabile a priori. E di Virginia, in queste brevi pagine, c’è veramente tanto. Troppo, forse, mi verrebbe da dire. Virginia Woolf è una presenza tanto possente da diventare quasi ingombrante, da troneggiare e mettere in ombra il talento di Cunningham, che certamente non si può negare.
    “Le ore”, titolo che Virginia avrebbe voluto dare a quello che poi sarebbe diventato “La signora Dalloway”, altro non è che “La signora Dalloway” moltiplicata per tre. Ci sono tre donne, tre voci fragili e magistralmente cesellate, lontane nel tempo e nello spazio e legate soltanto da un sordo dolore e dall’eco delle parole di Virginia. Proprio come ne “La signora Dalloway”, Cunningham cerca (e forse ci riesce, a pensarci bene) di tratteggiare il ritratto a tutto tondo di tre donne, descrivendo le ore di una sola, semplice giornata. Le voci di Virginia, Laura e Clarissa si sovrappongono in un coro sommesso ma dotato di una forza straordinaria, capace di far vacillare il lettore. C’è delicatezza e rispetto, tra le righe di Cunningham, e le donne che animano – che letteralmente si fanno anima – questo romanzo risultano personaggi straordinari, finemente cesellati, psicologicamente destabilizzanti tanto risulta profonda e così facilmente riconoscibile l’infinita sofferenza, declinata in diverse sfumature, che si portano dentro.
    Ci si sente a propria volta dei fantasmi, ci si sente come se si stesse solamente osservando qualcuno spiare le vite di queste tre donne, non si riconosce il proprio corpo né il letto sul quale si è sdraiati, ci si sente Virginia con le mani fra quelle di Vanessa, si diventa Laura, con un anello di diamanti che manda bagliori dal volante della propria auto, e si sente il peso fresco e umido delle rose gialle di Clarissa. E si sente il calore di una tersa giornata di giugno anche nella atipicità delle piogge di inizio agosto.
    Ho trovato la prosa di Cunningham davvero meravigliosa, ho trovato straordinario l’intrecciarsi di queste tre giornate così lontane nel tempo, e mi sento quasi grata per questo delicatissimo e raffinato omaggio a Virginia Woolf. Eppure – e quasi mi dispiace ammetterlo, non vorrei dirlo, ma purtroppo è così – tutta questa presenza di Virginia Woolf e della sua signora Dalloway è stata un’arma a doppio taglio. Perché descrivere una donna soltanto attraverso una sua giornata è qualcosa che è stato già fatto, e in maniera sublime. E i confronti sono inevitabili, sono forse qualcosa di intrinseco in un’opera che si richiama in maniera così esplicita alla sua fonte di ispirazione. Cunningham ha scritto qualcosa di molto pericoloso, che avrebbe potuto molto facilmente scivolare nella bieca imitazione di qualcosa di troppo grande per essere imitato; si mantiene in equilibrio precario, grazie ad una sicurezza nella scrittura e a una delicatezza nei temi straordinarie, vacilla un po’, ma tutto sommato riesce a trovare una sua dimensione. Una dimensione adombrata dal profilo netto e fragile di Virginia, ma abbastanza salda da lasciare qualche seme nell’animo dei lettori.

  2. #2
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    Predefinito

    Premesso che: 1) dopo numerose “fregature” prese in passato non leggo volentieri autori contemporanei; 2) ho uno strano, inspiegabile rigetto per Virginia Woolf, solo l’idea di leggere un suo libro mi dà un senso di claustrofobia (non chiedetemi perché, io ho rinunciato a capirlo), per tutto questo io e M. Cunningham eravamo destinati a non incrociare mai le nostre strade di lettrice e scrittore, invece ci si è messo di mezzo il bellissimo ed appassionato commento di Jessamine ed ho deciso di mettere in discussione quelle due premesse.

    Le ore ci descrive un’unica, luminosa e calda giornata di giugno di tre diverse donne (Virginia Woolf, Clarissa Vaughan e Laura Brown) in tre diverse città (Richmond, New York e San Francisco) e in anni diversi (1923, fine del XX secolo e 1949). Tre donne diverse fra loro, con un “filo rosso” a legare le loro vite: La Signora Dalloway (il libro). Virginia Woolf ci viene infatti presentata mentre “pensa” questo libro, immaginandone la trama e soprattutto il finale; Laura Brown mentre lo legge il giorno del compleanno del marito; Clarissa invece mentre lo “vive”, lei d’altronde è la Signora Dalloway soprannome che le è stato affibbiato da un amico parecchi anni prima. E poi ci sono tante altri piccoli particolari (che talvolta particolari non sono visto il loro peso nella storia) che ritornano in ognuna delle tre vicende: le rose, i baci e soprattutto la morte. Ritratti di tre donne forti, forti soprattutto nella loro debolezza, nel loro stare continuamente sull’orlo di un baratro, da un lato la “sanità” mentale e dall’altro la pazzia e a separarli quasi niente. Donne tormentate, o più esattamente donne che si tormentano che analizzano fino all’esasperazione ogni loro pensiero, ogni gesto alla ricerca disperata della perfezione assoluta( per questo prima parlavo di donne forti, forti nella loro "insistenza", nel loro persistere in azioni che sono la loro rovina). Lo scarto tra ciò che sono e ciò che vorrebbero essere è quel “quasi niente” che le separa dalla pazzia. Purtroppo quello che si vorrebbe scrivere o fare nella vita è sempre migliore di ciò che si scrive o si fa, un po’ come la torta che la signora Brown immagina di fare per il marito è più bella di quella che riesce a fare, perché nell’immaginazione – a differenza della realtà - non ci sono le sbavature delle briciole. Riuscire a vedere quelle briciole non come imperfezione, ma come parte essenziale della torta – cioè considerare la torta bella non perché perfetta, ma perché l’abbiamo creata noi dal nulla e quindi vedere le sue imperfezioni come parte stessa della sua bellezza e quindi della nostra bravura, perché rappresentano la nostra possibilità di migliorarci e di “crescere” – è ciò che ci impedisce di impazzire. Ma non sempre è facile guardare le briciole come parte della torta, perché a volte sono l’unica cosa che riusciamo a vedere della torta stessa, allora sono vissute come simbolo della nostra imperfezione, della nostra sconfitta, della nostra incapacità di realizzare ciò che avevamo immaginato. A fine libro si scopre che c’è anche qualcos’altro a legare queste donne, ma per sapere cosa dovrete leggervi il libro…

    Beh che dire Cunningham non è riuscito a farmi fare pace con Virginia Woolf e a farmi superare il mio rigetto per lei, infatti non leggerò La signora Dalloway, però è riuscito a farmi leggere un libro molto bello e ben scritto, evitandomi almeno per questa volta la “fregatura” da autore contemporaneo. Molto bello, consigliato.
    Ultima modifica di bouvard; 09-12-2016 alle 01:16 PM.

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