Paura. Fuga. Esilio. Sopravvivenza. Perdita dell'identità e il desiderio di tornare indietro, a casa. Ma dov'è "casa"? In un intrigante esperimento dell'immaginazione Janne Teller fa vivere sulla nostra pelle l'esperienza di un rifugiato di guerra.



Ho trovato questo libriccino come una vera e propria doccia fredda, un pugno allo stomaco, qualcosa di doloroso, reso ancor più doloroso perché inaspettato.*
Ammetto di averlo letto per ingannare un tempo morto (mezz'oretta circa, perché mai come in questo caso si può parlare di "libriccino") al lavoro: sul tavolo dei consigli per i ragazzi delle scuole medie, in mezzo ai classicissimi titoli per ragazzi che si possono trovare in qualsiasi lista dei compiti delle vacanze c'era una copia di questo volumetto, una manciata di pagine a forma di passaporto, qualcosa che attira l'attenzione, insomma.*
L'ho preso in mano principalmente perché ero curiosa di capire il motivo di una foggia editoriale così particolare, e poi perché non avevo voglia di imbarcarmi in una lettura che richiedesse più di mezz'ora. Non volevo niente da dover terminare a casa, insomma. E così mi sono ritrovata inchiodata da una prosa asciutta e incalzante, diretta, dura. L'autrice si rivolge direttamente al lettore, con una seconda persona singolare che non lascia scampo, non fa sconti, accusa e chiama ad una partecipazione attiva senza lasciare alcuna possibilità di scelta (come la guerra, del resto). Si rivolge al lettore, obbligandolo ad immaginare di essere in guerra, di vivere con il terrore, con i fantasmi del passato e quelli del futuro, di abbandonare tutto, diventare straniero in un Paese poco ospitale, sentirsi costantemente fuori posto e privo di radici. Janne Teller parla di vicende tristemente note, ma lo fa in una maniera così diretta da sconvolgere.*
È interessantissimo pensare che ogni traduzione viene ricalibrata per potersi adattare al Paese in cui verrà distribuita, così da poter fare una presa maggiore sul lettore, rovesciando stereotipi e ribaltando ogni prospettiva.*
È sconvolgente poi pensare che queste pagine sono state scritte nel 2003, e acquisiscono oggi un'attualità che lascia senza parole. Ci sono italiani che scappano da una Roma distrutta per cercare rifugio in un campo profughi in Egitto, ci sono uomini occidentali che non sanno rispettare le culture del Paese in cui si trovano a vivere, ragazzini che vorrebbero studiare ed imparare la loro nuova lingua, ma sono costretti a lavorare, e così si trovano sempre più stranieri: stranieri nelle strade che percorrono ogni giorno, e stranieri nella patria distrutta in cui cercano di tornare.*
Sono pagine complessissime, che credo tutti i ragazzi dovrebbero leggere, ma non da soli. C'è così tanto in queste poche pagine che è impossibile pensare di lasciare dei ragazzini di dodici anni a farci i conti da soli: gli spunti di riflessione - necessaria, sacrosanta riflessione - sono così tanti che potrebbero bastare a riempire il programma scolastico di tutte le materie per un anno intero. Mi auguro veramente che le professoresse che hanno deciso di inserire questa amarissima perla in questa lista di consigli siano in grado e abbiano voglia di sfruttare l'enorme potenzialità di crescita e di sviluppo che "Immagina di essere in guerra" offre.

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