TRAMA
Barrytown 1968. Paddy Clarke ha dieci anni, ama Geronimo, adora accendere fuochi, odia gli zoo, i baci, la scuola e non sopporta il suo fratellino. Paddy e Kevin, il suo migliore amico, costruiscono capanne, suonano i campanelli per scherzo, ma sanno che con una buona confessione il posto in Paradiso è assicurato. Ma Paddy è confuso: vorrebbe che la mamma e il papà smettessero di litigare e non capisce perché per essere amici di qualcuno bisogna odiare qualcun altro.


COMMENTO
La risata del titolo è una risata forzata, costruita, innaturale, quella di un bambino che ama inventare le cose perché arrivare in fondo alla bugia senza contraddizioni è vincere una sfida con sé stessi, un bambino che in mezzo alla sua cricca d'amici deve ridere più forte degli altri, ed accertarsi che gli altri lo stiano guardando, si stiano accorgendo della sua voce, stiano riconoscendo il suo sforzo di farsi notare. La risata del titolo è solo una forma, una posa, una maschera. Qualcosa che Paddy insegue per tutto il romanzo in maniera spasmodica, una ricerca struggente e disperata, il commovente tentativo di un bimbo di nascondere le ingenuità tipiche della sua età per mostrare uno spettacolo, una facciata smagliante e radiosa.
"Paddy Clarke ah ah ah!" ha una risata nel titolo, ma è tutt'altro che divertente, è un libro che fa parlare un bambino in maniera talmente verosimile e rispettosa da risultare doloroso.
Patrick Clarke ha dieci anni e una cricca d'amici in mezzo ai quali cerca di interpretare al meglio il ruolo di teppistello di strada che le circostanze gli hanno affidato: ruba, appicca incendi, maltratta il fratellino, prende parte alle risse di quartiere, fa a gara a suonare quanti più campanelli possibili per poi scappare senza farsi prendere. E Roddy Doyle si immerge nei pensieri di Paddy, e lo fa con una maestria sconvolgente: non credo di aver mai letto qualcuno scrivere così bene nei panni di un ragazzino di dieci anni, sovrapponendo un linguaggio schietto ed episodi banali e slegati fra di loro a significati profondi e perfettamente coerenti e finalizzati a formare un disegno più ampio.
Eppure tre quarti di questo libro, nonostante la scrittura magistrale di Roddy Doyle, mi hanno annoiata: forse perché sono stata una bambina molto più fortunata di Paddy e i suoi amici, forse perché non ho mai giocato in strada, e a dieci anni non avevo bisogno di avere qualcuno in comune da odiare per sentrimi vicina a qualcun altro, forse perché a dieci anni lividi e denti rotti e colpi di mazza sulla schiena e accendini gettati in faccia non mi sarebbero mai sembrati normali giochi da ragazzini, ma veri e propri atti di bullismo. Leggevo, apprezzavo la scrittura di Doyle, non provavo interesse a proseguire e sentivo una morsa gelida allo stomaco, perché in mezzo a tutti questi giochi e alle botte e alle prese in giro sul conto delle disgrazie famigliari di ogni membro della cricca sentivo una totale mancanza di comprensione nei confronti di questi bambini. Non mancanza d'attenzione, quello no, ma una completa, avvolgente, totalizzante mancanza di comprensione. In questo deserto affettivo non c'è da stupirsi per la cattiveria e i comportamenti tanto cinici in bambini così piccoli.
E poi, quando ormai pensavo che questo libro si sarebbe concluso come un'opera ben scritta ma non di mio interesse, ecco quelle ultime ottanta pagine. Ecco la fragilità di Paddy, le sue notti insonni, i suoi disperati e, agli occhi di un adulto, struggenti tentativi di poter fare qualcosa per la sua famiglia. Per quella mamma così carina e quel papà così simpatico, per quelle due figure impegnate a ballare un tango sempre più frenetico e pericoloso. Ecco la rigidità di un fratellino che si finge di voler proteggere solo per potervisi aggrappare, e le pagine dei libri di testo copiate e ricopiate al tavolo della cucina. Ottanta pagine per cui vale la pena di passare attraverso stivaletti malesi e topi morti e furti di segatura.